Viaggio nelle carceri turche: così è schiacciata la libertà d’espressione

Dal celebre editorialista, al cronista di provincia, sono almeno 146 i reporter, commentatori, vignettisti in cella, centinaia in attesa di giudizio, decine all’estero.

di Alessandra Coppola, Corriere della Sera, 15 gennaio 2017

La più conosciuta, in Europa, è la scrittrice Asli Erdogan, arrestata il 16 agosto 2016, scarcerata il 29 dicembre, in attesa di processo. Ma non è l’unica. In Turchia la stretta sui media (e sugli intellettuali che collaborano coi media) negli ultimi mesi è stata così violenta e trasversale da aver seriamente compromesso la libertà di espressione nel Paese.

Le denunce e i numeri – Da Parigi, l’associazione internazionale Reporters sans frontières registra 176 testate – giornali, programmi radiofonici, emittenti televisive, pubblicazioni di vario tipo – rapidamente chiuse con “decreto”, grazie allo stato d’emergenza instaurato dal presidente Recep Tayyip Erdogan (nessuna parentela con la scrittrice) dopo il tentato golpe dello scorso 15 luglio.

L’organizzazione segue da vicino anche il processo in corso al proprio stesso rappresentante, Erol Önderoglu, arrestato, rilasciato, ancora incriminato per aver promosso una campagna di solidarietà al quotidiano filo-curdo Özgür Gündem. Da Istanbul, la “Piattaforma per il giornalismo indipendente” P24 conta a oggi 148 tra cronisti, commentatori, fotografi e vignettisti in carcere, la gran parte con accuse abnormi di “associazione terroristica” (coi curdi del Pkk). È incluso nella lista, il fondatore di P24, Hasan Cemal, figura nota e stimata, che aspetta in cella l’udienza rimandata al 14 febbraio e si è finora difeso in aula con una frase diventata slogan condiviso: “Il giornalismo non è reato”.

Il partito Hdp (nato dall’alleanza tra sinistra e curdi, senza dubbio lo schieramento più colpito) ha chiesto con un’interrogazione al ministero della Giustizia l’elenco esatto dei reporter detenuti. Risposta evasiva: non è possibile, sostiene il governo, anche perché molti si dichiarano giornalisti ma non lo sono.

Gli intellettuali.  Alcuni sono, in effetti, scrittori, o economisti, o ancora sociologi attivi però anche su stampa o in tv. Pinar Selek, tra questi, militante femminista molto nota in patria e all’estero, con una lunga vicenda di processi in Turchia (in attesa di una sentenza della Corte suprema che decida l’assoluzione o l’ergastolo), è riparata in Francia. Ha aperto a Milano due giorni fa il ciclo di eventi di “Tempo di Libri”, tornerà in città il 15 marzo quando l’associazione Gariwo le dedicherà un albero nel Giardino dei Giusti. “La repressione della libertà di espressione e delle opposizioni non è una novità in Turchia” spiega al Corriere Selek. “Mio padre, che era avvocato, è stato in carcere per cinque anni dopo il golpe dell’80; io sono cresciuta leggendo scrittori o poeti detenuti, c’è stato un tempo in cui anche solo avere un libro di Aragon o di Eluard era reato… Dal genocidio degli armeni in poi il sistema repressivo appartiene alla costruzione stessa di questo Stato”.

Qualcosa, però, negli ultimi tempi è cambiato: “Perché siamo entrati in un contesto di guerra, interna e internazionale”, sul fronte siriano.

Cronisti locali e celebri commentatori. È la linea dell’opposizione al presidente Erdogan, certo. Ma la cronaca dalla Turchia riporta (quando riesce a filtrare) un preoccupante stillicidio di reporter. Dalla redattrice del piccolo giornale locale, Ceren Taskin, arrestata tre giorni fa nella remota provincia di Hatay. Fino a Can Dündar, uno dei più famosi giornalisti turchi ora protetto dalla Germania, scampato a un attentato, poi in prigione per 92 giorni assieme a un nutrito gruppo di colleghi dello storico quotidiano Cumhuriyet, reo di aver diffuso materiale su un passaggio di armi dai servizi d’intelligence di Ankara ai miliziani islamici in Siria, appena condannato a dieci anni di reclusione. Tecnicamente era uno scoop, per il governo rappresenta una minaccia.