Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi Legambiente. L’intervista di Andrea Casarini

Ambientalista fin dalla giovane età, laureata in Scienze Naturali presso l’Università degli Studi di Torino, Presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta, la dottoressa Vanda Bonardo, dal 1995 al 2011, ha partecipato a tutte le maggiori vertenze ambientali che si sono sviluppate nel Nord-Ovest. Dall’ottobre 2011 a dicembre 2012 è  stata Membro del Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione (Ministero Istruzione, MIUR) e, presso lo stesso, negli ultimi sei mesi Presidente della Commissione scuola media. Ha pubblicato testi e articoli di carattere ambientale su temi come le risorse, la difesa del suolo e la pianificazione di bacino; opuscoli di carattere didattico, educativo e divulgativo su biodiversità, educazione alla salute e beni ambientali. Tra questi “Sviluppo locale in zone di montagna” (2000); ”Acqua che scorre” (2001); “Acqua in Piemonte e Valle d’Aosta” (2003); “Fiumi senz’acqua” (2010); ”Voler bene al Piemonte – guida per un turismo ecologico” (2009). Curatrice dei dossier ”Trasporti nelle Alpi: a che punto siamo”- CIPRA Italia (2016) e “L’idroelettrico, impatti e nuove sfide al tempo dei cambiamenti climatici”- Legambiente (2017.)

Ha redatto il testo di “Libellule” (ediz. Legambiente), il documentario scientifico più premiato in Italia nel 2009. Tra i fondatori di Sinistra Ecologia e Libertà in Piemonte, dal dicembre 2010 a dicembre 2013 ha rivestito la carica di  Responsabile Regionale Ambiente e Territorio e membro del Coordinamento Regionale di Sinistra Ecologia Libertà del Piemonte. Attualmente è responsabile nazionale “Alpi di Legambiente” e membro del consiglio direttivo di CIPRA ITALIA e, nel 2015, nell’ambito del Congresso Nazionale di Legambiente è  stata eletta nella Presidenza del Comitato Scientifico Nazionale di Legambiente.

La dottoressa Vanda Bonardo è stata intervistata da Andrea Casarini per Informazione Indipendente.

Domanda. Dal 2002 Legambiente promuove la campagna d’informazione “La Carovana delle Alpi” per difendere e promuove il territorio alpino, assegnando annualmente le “bandiere verdi” per le idee positive di sviluppo locale e le “bandiere nere”, che denunciano le ferite aperte nell’ambiente alpino. Qual è il riscontro attuale sulla situazione delle nostre montagne?                                           

Risposta. Su tutto l’arco alpino sono in aumento le buone pratiche, ma non per questo gli atti di pirateria si placano. Se nel passato si osservava una maggior esplosione di progetti del tutto inusitati per follia e per dimensioni (nuovi villaggi turistici, grandi alberghi, ipermegafunivie in cima alle montagne), ora, a fianco di un mondo che si va sempre più affermando in termini di sostenibilità, si reitera con caparbietà, sebbene su dimensioni più ridotte e meno creative, un’idea di montagna che sta tra il luna park e il supermercato. Nell’edizione 2017 gran parte delle bandiere (verdi e nere) è stata dedicata al turismo e non è un caso. Siamo nell’anno internazionale del Turismo Sostenibile proclamato dall’ONU, e il turismo si rivela sempre più un’attività economica fondamentale per lo sviluppo montano. Le bandiere verdi vanno dal riconoscimento all’associazione Dislivelli per la capacità di portare alla luce la ricca presenza di Luoghi sostenibili e accoglienti sulle Alpi occidentali (oltre duecento), alle pratiche virtuose di Castello dell’Acqua (SO), alla scelta coraggiosa dell’Unione Montana Valle Maira (CN) che con una delibera ha espresso la propria contrarietà verso la fruizione motorizzata a scopo ludico del territorio. Casi come questi rendono evidente la crescita di un turismo dolce. Sono le aree più turisticamente “dimenticate”, ma con un ambiente più integro, a mostrare i maggiori potenziali di sviluppo sull’arco alpino: dalle Alpi piemontesi alla Carnia, dalla Valtellina “profonda” al Cadore. Sempre tra le bandiere verdi si osservano buone pratiche di conservazione delle risorse naturali, dall’acqua alle culture locali, per passare alla salute degli abitanti, all’agricoltura sociale e all’agricoltura al femminile. Di tenore opposto le bandiere nere, retaggio di pratiche obsolete e poco lungimiranti che ancora una volta offendono il territorio senza offrire nuove e razionali prospettive di sviluppo (dal consumo di suolo, all’idroelettrico insostenibile, all’uso di mezzi motorizzati in aree sensibili, fino alle inutili e distruttive strutture sciistiche).

D. Ad oggi si sta affermando il concetto che stiamo vivendo una fase di “rinascimento della montagna” e che l’ambiente montano sta diventando il centro di sfide sempre più importanti. Qual è il Suo pensiero a riguardo e che cambiamenti riscontra?

R. La crisi ambientale esplosa intorno ai grandi agglomerati urbani e la crisi climatica globale, hanno riproposto con evidenza il ruolo che la montagna svolge negli equilibri ecologici di un territorio, evidenziando vincoli e potenzialità che chiedono con urgenza un diverso modello di produrre, abitare e vivere. Già oggi molte realtà montane costituiscono un buon antidoto a un mondo globalizzato, tendente all’omogeneizzazione e all’appiattimento. Una maggior consapevolezza dei nuovi equilibri ambientali, sociali ed economici ha contribuito in molti casi a orientare l’evoluzione dei territori stessi. La sfida, là dove è stata raccolta ha espresso nuove capacità nel saper coniugare moderne attività con esperienze tradizionali, superando al contempo l’idea della museificazione e quella dello sfruttamento delle risorse naturali. Le buone pratiche, laddove sono state realizzate, sono il risultato di una sinergia positiva che si è creata tra attori locali e nuovi migranti, tra istituzioni e nuova imprenditoria. Per questo sarebbe opportuno rafforzare la capacità d’azione sociale dei singoli e della collettività favorendo una maggior coesione sociale ma soprattutto una forte crescita culturale dei territori. I nodi da superare sono ascrivibili a conflitti tra vecchie e nuove mentalità, conflitti che se non governati potrebbero trasformare la montagna in un’arena disordinata dove c’è di tutto un po’. Allo stesso modo vanno affrontate le questioni legate alle resistenze ai cambiamenti, soprattutto dove la qualità culturale dei territori (istituzioni e operatori con un basso livello scolastico) non è del tutto adeguata.

D. Le Alpi sono molteplici e differenti tra loro. Tuttavia esistono elementi e problematiche che le accomunano, fra queste sicuramente l’idroelettrico. A che punto siamo?

R. L’idroelettrico nelle Alpi sta attraversando una fase molto critica e delicata. L’Italia non si può più permettere l’idroelettrico del XX secolo, quando l’acqua pareva illimitata e il cambiamento climatico ancora non incombeva. Questa fonte rinnovabile ha bisogno di nuove regole per poter funzionare al meglio. Occorre intervenire per salvaguardare gli ecosistemi idrici, individuando nuovi criteri di determinazione del Deflusso Minimo Vitale (DMV), o meglio del Flusso Ecologico, della Portata Media e Massima Derivazione della tutela degli ecosistemi fluviali e delle manutenzione delle dighe. La sfida sta nel coniugare obiettivi gli energetici con quelli ambientali. Il “diluvio” di piccoli impianti inferiori a 1 MW, scatenatosi negli ultimi anni, ha messo in crisi quasi tutti i torrenti montani, a fronte di un’esigua quantità di energia prodotta. I piccoli impianti costituiscono in termini numerici il 69% del totale, ma producono solo il 5% dell’energia idroelettrica, mentre quelli con potenza superiore ai 10 MW pur essendo solo l’8% producono ben il 73 % dell’energia idroelettrica. Per il futuro noi riteniamo che solo in pochi e limitati casi si possano autorizzare nuovi impianti (reti artificiali e salti esistenti), per il resto, al fine di mantenere (o migliorare) la produzione esistente, pensiamo sia indispensabile intervenire sugli impianti più grandi (che sono anche i più vecchi) con azioni di revamping e efficientamento.

D. Negli ultimi 150 anni le Alpi hanno registrato un aumento delle temperature di quasi due gradi centigradi dando luogo a fenomeni apparentemente in contrasto tra loro come lo scioglimento repentino dei ghiacciai e, allo stesso tempo, l’emergenza siccità con l’asciutta di interi corsi d’acqua. Quale a Suo giudizio la giusta “chiave di lettura”?

R. In effetti, può apparire una contraddizione un fiume quasi in piena in un ferragosto siccitoso, evento che abbiamo osservato ad esempio per la Dora Baltea e per altri corsi d’acqua alimentati dai ghiacciai. Occorre però ricordare che la fusione estiva dei ghiacciai costituisce una riserva di acqua dolce che è rilasciata tanto più il clima è caldo e secco, con aumenti di portata che potrebbero farne equivocare le condizioni, ma che in tempi brevi tende ad esaurirsi. Tuttavia, di là da alcuni casi dove il contributo dell’acqua di fusione è ancora consistente, va sottolineato che per il resto nei corsi d’acqua si è registrata un’asciutta senza precedenti. Agli impatti dei cambiamenti climatici si sono sommati i prelievi eccessivi a uso irriguo e idroelettrico. Una situazione come questa richiede impellenti azioni di governo della risorsa, volte innanzitutto all’acquisizione di scenari idrologici di cambiamento climatico sul bacino, informazioni che permettano di capire come cambierà in futuro la disponibilità idrica. Vanno poi ridefiniti gli scenari di domanda di risorsa, in dipendenza dal clima e dall’evoluzione degli usi nei singoli ambiti.

D. Da qualche anno a questa parte il lupo è tornato a vivere sulle montagne balzando agli onori della cronaca, spesso anche in maniera inopportuna. A Suo parere come è possibile conciliare una pacifica convivenza “uomo/fauna selvatica” e quali le giuste strategie che sarebbe opportuno adottare?

R. Le catene montuose italiane costituiscono un grande corridoio naturale di collegamento tra il nord e il sud, l’est e l’ovest del Paese. Ne sono la dimostrazione il ritorno naturale del lupo su tutto l’arco alpino, dello sciacallo dorato nelle Alpi orientali, presenze sporadiche di linci insieme alla dispersione dell’orso bruno reintrodotto in Trentino. Per l’ambiente montano questo è un buon segno dal punto di vista ecologico. Al netto delle bufale sulla pericolosità del lupo nei confronti degli umani, è innegabile che la coesistenza con grandi predatori in spazi più ristretti rispetto al Canada o alla Finlandia rappresenti alcuni elementi di criticità, in particolare per il mondo della pastorizia. Nei territori alpini stanno esplodendo pesanti conflitti che mettono a dura prova le politiche di conservazione di queste specie e l’attitudine delle popolazioni locali nei loro confronti. Di solito prevalgono posizioni estreme, facilitate da conoscenze frammentarie, oltre che da uno scarso dialogo tra chi è a favore e chi contro. Innanzitutto il problema è culturale ed è ora di affrontarlo con la schiettezza e l’onestà di chi vuole sgombrare il campo dai fondamentalismi di segno opposto. La necessità di superare le contrapposizioni più sterili dovrebbe indurre anche noi ambientalisti a cambiare prospettiva. Si tratta di favorire azioni e percorsi a partire dalla conoscenza del mondo zootecnico, delle loro esigenze e posizioni per proporre e sostenere, ovunque sia necessario, modelli di coesistenza che tengano conto di soluzioni tecniche di mitigazione e prevenzione dei danni e di miglioramento dell’attitudine dei portatori di interesse. Occorre superare quelle antiche e consolidate barriere culturali che si sono ulteriormente rinforzate tra l’ambiente urbano (più sensibile ai temi ambientali) e le popolazioni locali. D’altro canto non sono più ammissibili posizioni egoistiche e retrive (purtroppo avvallate a scopo elettorale dal mondo politico) come quelle che stiamo osservando in Alto Adige. Qui l’associazione dei contadini si rifiuta di fare domanda per avere le recinzioni elettrificate finanziate già oggi al 70% dall’ente pubblico. Le vorrebbero sovvenzionate al 100%, dimenticando però che con il Piano di Sviluppo Rurale ogni anno ricevono in dono dal pubblico per ogni ettaro di pascolo più di 100€, a fronte di ben poco, visto che l’unico impegno è di portare il bestiame a monticare.

D. In una sua citazione Albert Einstein disse che “L’ape è un animale molto sensibile alla qualità dell’ambiente in cui si muove, perché riesce a nutrirsi e a vivere solo dove la natura è sana rappresentando nel contempo la nostra sentinella per l’ambiente”. A che punto siamo in Italia con la lotta contro i pesticidi utilizzati in agricoltura e quale il Suo pensiero riguardo questa tematica?

R. Nonostante la crescente diffusione di tecniche agronomiche sostenibili, l’uso dei prodotti chimici per l’agricoltura in Italia rimane significativo. Nel complesso, l’Italia si piazza al terzo posto in Europa nella vendita di pesticidi (con il 16,2%), dopo Spagna (19,9%) e Francia (19%), posizionandosi però al secondo posto per l’impiego di fungicidi. In positivo va segnalata la crescita delle aziende agricole che scelgono di non far ricorso ai pesticidi e di produrre secondo i criteri biologici e biodinamici, seguendo forme di agricoltura. Tuttavia i recenti dossier di Legambiente evidenziano in modo inequivocabile gli effetti di uno storico vuoto normativo: manca ancora una regolamentazione specifica rispetto al problema del simultaneo impiego di più principi attivi sul medesimo prodotto. Da qui la possibilità di definire “regolari”, e quindi di commercializzare senza problemi, prodotti contaminati da più principi chimici contemporaneamente se con concentrazioni entro i limiti di legge. Senza tenere conto dei possibili effetti sinergici tra le sostanze chimiche presenti nello stesso campione sulla salute delle persone e sull’ambiente. Eppure le alternative all’uso massiccio dei pesticidi non mancano. La crescita esponenziale dell’agricoltura biologica e delle pratiche agronomiche sostenibili sta dando un contributo importante alla riduzione dei fitofarmaci e al ripristino della biodiversità e alla salute dei suoli.

D. A distanza di tanti anni dal disastro del Vajont, il sottile filo che lega la politica al territorio, giustizia ed interesse privato, è ancora attuale o ci sono stati cambiamenti sostanziali ?

R. Non credo si sia risolto quel fenomeno degenerativo che ha caratterizzato la politica italiana di questi ultimi decenni. Mi riferisco al rapporto stretto tra ceto politico e lobby di riferimento. Troppo spesso è accaduto ( e temo tuttora ancora in parte accada) che i costi della politica spingessero a cercare finanziamenti tra i gruppi di interesse che inevitabilmente hanno presentato il conto dopo le elezioni. Anche all’interno della gestione amministrativa permangono zone grigie. Difficile capire dove la discrezionalità abbia limite e dove gli interessi privati arrivino a influenzare le decisioni pubbliche. La stessa separazione tra il potere di indirizzo destinato alla politica e la gestione delle scelte, destinata alla parte amministrativa a volte è vanificata. Non di rado ci sono dirigenti che fanno scelte politiche e assessori che preferiscono non interferire, si tratta di vere zone d’ombra dove finiscono per passare scelte anche contrarie agli indirizzi politici votati dai cittadini. Il recente Codice degli appalti pubblici ha sicuramente posto un freno a sprechi, corruzione e illegalità così come si è mostrata di grande utilità l’introduzione dei delitti ambientali nel Codice penale .Tuttavia rimangono le zone grigie e compromissorie, da non sottovalutare e da rimuovere sebbene non sia così facile. Situazioni che in alcuni casi sono al limite dei rapporti mafiosi o, seppur banalmente, a soddisfazione di piccoli e meschini interessi di singoli individui, come ad esempio le inutili e dannose trasformazioni d’uso dei terreni da agricoli a fabbricabili, vizietti di quell’Italietta dura a morire.

 Di Andrea Casarini