Un progetto di arte pubblica a cura di Collettivo Fx e Nemo’s

Dopo aver lavorato nella Casa circondariale di Ariano Irpino, nella Casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi e nella sezione Vega e nella sezione Andromeda della Casa circondariale di Rimini, il gruppo di Non me la racconti giusta ha fatto tappa nella Casa di reclusione di Firenze Sollicciano.

Non me la racconti giusta è il progetto nato nel 2016 grazie alla collaborazione tra il magazine di arte e cultura contemporanea ziguline, gli artisti Collettivo Fx e Nemo’s, e il fotografo e videomaker Antonio Sena. L’obiettivo di tutto il progetto è esplorare la realtà carceraria italiana attraverso l’arte e riportare all’esterno impressioni, problematiche e il racconto di cinque giorni in cui gli artisti lavorano a stretto contatto con un gruppo di detenuti con i quali condividono la realizzazione di un murales all’interno delle mura del carcere. I propositi sono molteplici, infatti, NMLRG vuole aprire una finestra che metta in comunicazione l’ambiente carcerario con l’esterno, alimentando la discussione su giustizia e carcere e coinvolgere i detenuti in un progetto culturale non calato dall’alto ma di cui siano i soli responsabili e i veri e propri project manager, responsabili dell’intero processo creativo. La struttura di Sollicciano è stata progettata seguendo lo schema di un giglio, simbolo di Firenze, il che la rende una struttura poco sicura, dove spostamenti e questioni amministrative diventano ancor più complicate. In questa bolgia di burocrazia, abbiamo lavorato con 11 detenuti della Sezione 13 – Emanuele, Gianluca, Franco, Bala, Luis, Kledian, Christian, Stefano, Renzo, Issam, Afzal – dipingendo all’interno dell’area comune.

Il modus operandi è rimasto invariato e, dal brainstorming iniziale, sono emerse problematiche riguardano la burocrazia, un termine riduttivo che descrive bene però l’intero sistema carcerario e che, a Sollicciano, è un problema acuito dal sistema di sicurezza che prevede solo quattro ore al giorno fuori dalle celle, con tutte le piccole e grandi difficoltà quotidiane che ne derivano.

Questo, insieme a una lettura individuale della situazione attuale di ognuno di loro, ha dato vita a due progetti paralleli. Da un lato, un simbolo di ciò che va cambiato nel carcere e nella propria vita e dall’altro un manifesto di denuncia contro la pressante burocrazia che rende invivibile la quotidianità tra quelle mura.
Sul primo muro si trovano quattro telecomandi, in cui ogni tasto ha una forte valenza identificando in ogni parola l’assenza di qualcosa o la necessità di modificarne l’intensità. Cambiare, aumentare, diminuire, ripetere, sono tutti comandi importanti se legati, per esempio, al coraggio, alla pazienza, alla giustizia, alla tristezza.

Sull’altra parete, un’imponente mano/timbro indica/giudica un uomo bloccato su un’altissima pila di documenti, pronta a marchiare una “domandina” (i moduli che i detenuti utilizzano per qualsiasi tipo di richiesta all’amministrazione) con un solenne “attendere”, a testimonianza della lentezza della burocrazia che opprime pesantemente il sistema carcerario.

A Sollicciano finora, abbiamo riscontrato la partecipazione intellettuale più forte, il che probabilmente deriva dalla mancanza di qualsiasi tipo di attività ricreativa, escluso lo sport a cui possono accedere diverse volte a settimana. Il gruppo ha lavorato con molto entusiasmo, con interesse verso la forma d’arte proposta e verso i contenuti, e con complicità e collaborazione tra di loro e con noi.

Il brainstorming finale ha evidenziato la voglia di mettersi alla prova e di potersi esprimere in altri progetti, mostrando anche la volontà di auto organizzarsi e proporre idee all’amministrazione nella speranza di alleviare la dura routine nella sezione.
Lavorare in una sezione protetta ci ha offerto nuovi spunti di riflessione e dato vita a ulteriori visioni sul carcere e su come rappresenti un sistema complesso con enormi difficoltà nella gestione di un luogo così lontano e così vicino al mondo esterno.

Alla quinta esperienza continuiamo a trovare lampante che l’opinione pubblica consideri ancora il carcere un problema lontano, ignorando o sottovalutando quanto sia una questione che ci riguarda da vicino sia dal punto di vista sociale che economico. Attraverso la diffusione del materiale prodotto all’interno del carcere e del racconto della nostra esperienza, stiamo cercando di abbattere il “muro” di pregiudizi e alimentare la discussione sull’argomento, nella speranza che possa contribuire nella costruzione di un sistema più efficiente e umano.