“Totila, re clemente e demonizzato” di Anna Bozzetto

Il re goto Totila fu un protagonista della Guerra Gotica, il lungo conflitto che funestò l’Italia dal 535 al 553. Tale conflitto nacque dall’ambiziosa volontà dell’imperatore bizantino Giustiniano, il quale si era proposto di unificare Oriente e Occidente sotto la sua sola autorità e sotto un unico culto: il cattolicesimo. Pertanto, l’eresia dei Goti, devoti al cristianesimo ariano, e l’assassinio della regina Amalasunta, figlia del defunto re Teodorico e filobizantina, gli servirono da pretesti per mandare le sue truppe in Italia. L’esercito bizantino che sotto il comando del generale eunuco Narsete sconfisse e uccise Totila nella battaglia di Tagina (alias dei Busta Gallorum) è stato celebrato dalla storiografia ufficiale come un esercito di liberazione che pacificò l’Italia salvandola dalle devastazioni dei Goti e del loro re. A Totila sono stati attribuiti dai vincitori e dalle cronache cittadine di fine Medioevo saccheggi e massacri in tutto il territorio italiano. E papa Gregorio Magno, nei suoi Dialoghi, dipinge il re dei Goti come un feroce persecutore di religiosi cattolici, autori di strabilianti miracoli. I Dialoghi gregoriani addebitano a Totila il martirio del vescovo Ercolano di Perugia, scorticato e decapitato. E attribuiscono a San Benedetto una profezia di morte a carico del re goto, giunto all’abbazia in veste di scudiero per mettere alla prova la chiaroveggenza del santo.
L’esercito di Giustiniano avrebbe quindi liberato l’Italia da un crudele tiranno? Non secondo Procopio di Cesarea, cronista bizantino contemporaneo di Totila. Sfogliando i suoi scritti, si apprende che i Bizantini non furono i salvatori della popolazione italiana ma, piuttosto, degli invasori spietati. Sgozzarono i Napoletani persino nelle chiese e misero a ferro e a fuoco il Piceno. Scrive l’antico cronista: «Gli Italici venivano derubati dei loro beni dall’esercito dell’imperatore e capitava loro di subire violenze fisiche e di venire uccisi senza alcun motivo». La sconfitta di Totila non placò i mercenari imperiali. Dopo la battaglia di Tagina, i Longobardi che militavano al seguito di Narsete seminarono morte e terrore in tutta Italia, macchiandosi di uccisioni e di stupri anche nei santuari.
Per contro, il comportamento di Totila era guidato da un’etica militare sorprendente per la sua epoca. Procopio, pur essendo a servizio dei Bizantini, ne rimase così ammirato da commentare con amarezza il ferimento mortale del re dei Goti: «La morte che gli toccò non fu degna delle sue passate imprese e non coronò i suoi meriti».
Totila vietò ai militari goti di nuocere alle nobili romane che si erano rifugiate a Cuma, fece distribuire viveri ai Napoletani affamati e persino alla guarnigione nemica, condannò a morte un suo lanciere, reo di aver violato una fanciulla partenopea e risarcì la famiglia di quest’ultima con i beni del colpevole. Risparmiò gli abitanti di Roma come l’aveva supplicato di fare il diacono Pelagio. Concesse la libertà ai nemici fatti prigionieri dopo le sua vittorie lasciando loro la scelta di andarsene senz’armi o di combattere al fianco dei Goti. Inoltre, espropriò le terre dell’aristocrazia per attuare una riforma agraria a favore dei coloni, riforma che gli costò l’odio del senato romano da lui impoverito, oltre all’esecrazione del vincitore Giustiniano che nella Pragmatica Sanctio lo bollò di “nefandissimus”. Per l’imperatore, infatti, Totila non era altro che un eretico e un usurpatore da annientare, motivo per cui si rifiutò sempre di ricevere gli ambasciatori goti che giungevano a Costantinopoli per trattare le pace.
Totila faceva demolire le mura delle città conquistate per evitare assedi ma lasciava in vita la popolazione, pur privandola dei beni. Procopio ci riferisce che quando i Goti espugnarono la roccaforte di Rossano Calabro, il sovrano mise a morte il comandante della guarnigione perché aveva violato le trattative, ma non uccise né i soldati né i cittadini. Precisa poi che Totila si comportava abitualmente in quel modo: «questa era invero la stessa procedura che aveva seguito anche nei riguardi delle altre piazzeforti che aveva espugnato».
Inoltre, il re goto faceva in modo che i contadini non ricevessero danni dal passaggio delle sue milizie.
Un fatto di sangue accaduto durante la Guerra Gotica fu il massacro degli abitanti di Tivoli. Procopio non lo addebita alla volontà di Totila, ma a un reggimento di Goti a cui le guardie della città, in lite con quelle bizantine, avevano aperto le porte. Ciò è confermato dagli studi della ricercatrice Laura Carnevale che nel saggio “Totila perfidus rex tra storia e agiografia” scrive: «la responsabilità del massacro (di Tivoli) risulta genericamente attribuita alla collettività dei Goti».
Purtroppo, la memoria di Totila è stata deformata da una plurisecolare demonizzazione di cui furono artefici gli scrivani della corte bizantina (l’anonimo Continuator Marcellini prima e Giordane poi), i Dialoghi di Gregorio Magno e le agiografie medievali (passiones).
Le passiones sono storie leggendarie di santi martirizzati da Totila redatte vari secoli dopo la sua morte. La figura di Totila come malvagio aguzzino che esse presentano è del tutto estranea alla realtà storica. Nella passio di San Lauriano, ad esempio, il martire raccoglie la sua testa tagliata e prega i sicari di Totila di portarla dal loro re a Siviglia. Ma dal punto di vista storico, Totila non si recò mai a Siviglia e non regnò mai in Spagna.
Anche il supplizio di sant’Ercolano di Perugia non poté in alcun modo avvenire per mano o per ordine di Totila dato che, mentre una parte dell’esercito goto espugnava Perugia, lui si trovava a Rossano Calabro. Ma Gregorio Magno volle presentare il re dei Goti come una personificazione del peccato e del male: questo papa proveniva dall’aristocrazia senatoria, un ceto sociale che Totila colpì con espropriazioni di terre e liberazioni di schiavi e, come portavoce dell’ortodossia cattolica, detestava gli ariani in quanto eretici. Bisogna poi tener conto che Gregorio Magno definiva “perfidi” sia gli eretici che gli Ebrei. Secondo il De Lubac, infatti, nel chiamare Totila “perfidus rex”, il celebre papa usava “perfidus” come sinonimo di eretico. Inoltre, Gregorio Magno scrisse i Dialoghi per convertire al cattolicesimo la regina longobarda Teodolinda e la sua corte. Scrive la storica Gina Fasoli (Gina Fasoli, I Longobardi in Italia, Bologna 1965): «Il papa manda perciò alla regina dei Longobardi Teodolinda i suoi Dialoghi, che con il loro candido raccontare pie leggende e sorprendenti miracoli erano particolarmente adatti ad impressionare e commuovere l’animo di individui emotivi e superstiziosi come erano in massima parte i Longobardi».

I Dialoghi sono quindiun’opera dottrinale e letteraria, non una fonte storica. In nessun documento storico, infatti, emergono persecuzioni compiute da Totila ai danni del clero cattolico. Nel Liber Pontificalis, che pure è una fonte cattolica, il re dei Goti è tutt’altro che un persecutore: vi si legge addirittura che egli abitò con i Romani (cattolici) “come un padre con i figli”(Vita Vigili, 7, 107).
Tornando alle passiones medievali, in molte di esse Totila è confuso con Attila e anche Giovanni Villani confonde Totila con Attila, attribuendogli una distruzione fraudolenta di Firenze non avvenuta ai tempi della guerra tra Goti e Bizantini.
Ci sono quindi abbastanza elementi per sfatare la leggenda nera di Totila e riabilitare finalmente la figura storica di questo grande e sfortunato sovrano.

Di Anna Bozzetto 

Per approfondimenti
Laura Carnevale, Totila come perfidus rex tra storia e agiografia, Vetera Christianorum 40, 2003, 43-69
De Lubac Henri, Esegesi medievale, i quattro sensi della scrittura, vol.3, sez. V, Milano, Editoriale Jaca Book, 1996
Gregorio Magno, Storie di santi e diavoli, Vol I, (a c.di S. Pricoco, M.Simonetti), Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005
Manlio Pastore Stocchi, Totila, Enciclopedia Dantesca, Treccani
Peruffo Alberto, Storia militare degli Ostrogoti da Teodorico a Totila, Chillemi 2012
Procopio di Cesarea, Le guerre: persiana, vandalica, gotica a cura di Craveri M., F.M. Pontani, Torino, Einaudi, 1977