Termovalorizzatore Sì termovalorizzatore NO

Foto corriere del mezzogiorno

Come ben sappiamo la gestione dei rifiuti è oramai diventata un gravissimo problema a livello globale e, in questi giorni, anche a livello mediatico si sta facendo molta confusione parlando indistintamente di inceneritore e termovalorizzatore. Indipendentemente dalla polemica politica la legislazione italiana non distingue i due termini, usando l’espressione inceneritore per comprendere entrambe le tipologie di impianti. Ma che differenza corre tra inceneritore e termovalorizzatore? In modo semplicistico bisogna partire dal principio che entrambe le tipologie di impianto prevedono un processo di combustione dei rifiuti ma con finalità diverse.

Senza entrate nel dettaglio, mentre l’inceneritore è un impianto atto allo smaltimento dei rifiuti urbani e/o speciali attraverso un processo di combustione condotto in assenza di ossigeno e senza alcun recupero energetico, il termovalorizzatore può essere considerato come l’evoluzione dell’inceneritore in quanto è dotato di un sistema di recupero energetico ed utilizza rifiuti solidi urbani (definiti CDR¹) che, trattati adeguatamente producono energia. I termovalorizzatori dovrebbero quindi seguire quella che viene definita come Best Available Techiques (BAT²) bruciando in condizioni ben definite materiali selezionati in modo da pervenire o ridurre la formazione di inquinanti ambientali.E qui siamo arrivati al punto cruciale…. Sì… nonostante questa tecnologia sia più evoluta anche i termovalorizzatori inquinano in quanto non eliminano, in ogni caso, l’emissione di diossine³ nei fumi di scarico dispersi nell’atmosfera circostante.Un problema che deve essere affrontato con una certa urgenza in quanto non esiste infatti una soglia minima di sicurezza per queste sostanze il che significa che possono essere nocive per la salute umana a qualsiasi livello di assimilazione . Quando si parla di diossine bisogna quindi tenere sempre in considerazione e debito conto la problematica inerente il bioaccumulo inteso come quel processo irreversibile di una sostanza nei tessuti degli organismi viventi. Il bioaccumulo delle sostanze tossiche può avvenire o direttamente dall’ambiente in cui l’organismo vive o attraverso l’ingestione lungo le catene trofiche oppure in entrambi i casi. Nonostante tale fattore varia da specie a specie e da sostanza a sostanza bisogna comunque sottolineare che elevati fattori di bioaccumulo sono responsabili del fenomeno di amplificazione delle concentrazioni nei composti ambientali dai livelli di traccia a livelli tali da risultare preoccupanti. L’uomo, in quanto vertice della catena trofica, risulta esposto alle conseguenze derivanti dalla presenza di diossine nell’ambiente anche a concentrazioni basse o addirittura bassissime.

figura 1 – esempio di bioaccumulo delle diossine

 

Qui di seguito si sintetizzano gli effetti maggiormente noti di tali contaminanti sull’organismo:

  • gli studi evidenziano come l’azione delle diossine può essere particolarmente dannosa durante lo sviluppo fetale, al momento cioè della differenziazione tissutale del sistema immunitario, determinando alterazioni a lungo termine, sia in senso immunodepressivo che ipersensibilizzante.

  • altri importanti effetti delle diossine si riscontrano a livello del sistema endocrino; tali contaminanti vengono infatti classificati tra i modulatori endocrini, termine che indica “un agente esogeno che interferisce con produzione, rilascio, trasporto, metabolizzazione, legame, azione o eliminazione di ormoni naturali del corpo”

  • nei feti esposti a concentrazioni di diossine pari o lievemente superiori ai valori di base durante la fase gestazionale sono stati riscontrati effetti sullo sviluppo del sistema nervoso e sulla neurobiologia del comportamento, oltre che effetti sull’equilibrio ormonale della tiroide.

Dato che oramai da decenni la comunità scientifica internazionale, resistendo anche a forti pressioni economiche, politiche e industriali, ha riconosciuto unanimemente nella prevenzione la strategia fondamentale in favore della salute umana e dell’ambiente e, tenendo conto che la prevenzione delle malattie di origine ambientale richiede uno sforzo complesso di azione sia sui comportamenti e gli stili di vita che sulle norme e le misure istituzionali che consentono di garantire la sicurezza della popolazione esposta ai rischi ambientali è necessario, quando si parla di “nuovi impianti di termovalorizzazione”, una maggiore interazione tra politica e ricerca, tra chi gestisce ed amministra (“decisori”) e chi fa ricerca (“ricercatori”) in modo che i risultati delle ricerche si possano trasformare in raccomandazioni e indicazioni utili a risolvere problemi di natura operativa o a incidere sulle scelte politico-legislative.

Per farla semplice bisogna che le due parti si confrontino su quanto previsto in campo di Prevenzione e Limitazione Integrate dell’inquinamento che rappresenta la traduzione italiana dell’acronimo IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control) noto a livello internazionale come l’acronimo di una delle direttive UE più importanti in materia ambientale, la Direttiva 96/61/CE poi codificata nella direttiva 2008/1/UE.

A questo deve essere indissolubilmente legata la VIS (Valutazione di Impatto Sanitario) al fine di procedere ad un attento esame dell’impatto sull’ambiente specifico a cui il termovalorizzatore è destinato e sulla salute dei cittadini, come dovrebbe avvenire per qualsiasi scelta di ordine pubblico. 

figura 2 – percorso di VIS nelle sue fasi 

Lorenzo Tomatis, medico e direttore dell’AIRC dal 1981 al 1994, primo presidente del comitato scientifico internazionale dell’Associazione medici per l’ambiente (ISDE, International Society of Doctors for the Environment), tra i primi scienziati al mondo ad aver intuito e avere dimostrato la transgenerazionalità delle malattie indotte da inquinanti ambientali, sosteneva:“L’approccio fondamentale della prevenzione primaria segue una logica incontrovertibile: la misura più efficace è quella di evitare o diminuire al minimo possibile l’esposizione agli agenti causali di malattia”.

Una idea tanto giusta di prevenzione e cura, sostanziata da studi, ricerche e documentazioni, da essere recepita totalmente nel Principio di Precauzione entrato a far parte del Trattato Costitutivo dell’Unione Europea (Maastricht, 1994) e che dovrebbe essere un punto di orientamento fondamentale in ogni scelta ad alto impatto sulla salute e l’ambiente.

Per concludere, a mio parere, prima di parlare di recupero di energia attraverso la termovalorizzazione bisognerebbe parlare di recupero di materia prima mettendo in atto azioni atte allo sviluppo ed al corretto recupero e riuso del rifiuto ed all’implementazione della raccolta differenziata.

Logicamente per fare questo bisogna fare appello al singolo in quanto, se ognuno si impegnasse ad effettuare una raccolta differenziata di rifiuti in maniera corretta ed attenta, probabilmente tra 50 anni anche il termovalorizzatore sarà superato e di conseguenza non ci saranno più rischi legati a questo genere di impianti.

Acronimi:

  • CDR¹ – combustibile derivato dai rifiuti

  • BAT² – specifiche tecniche impiantistiche, gestionali e di controllo – che interessano le fasi di progetto, costruzione, manutenzione, esercizio e chiusura di un impianto/installazione – finalizzate ad evitare, o qualora non sia possibile, ridurre le emissioni nell’aria, nell’acqua, nel suolo, oltre alla produzione di rifiuti

  • Diossine³ con il termine generico di “diossine” si indica un gruppo di 210 composti chimici tossici per l’uomo e gli animali. La più tossica di tali sostanze è la Tetraclorodibenzo-para-diossina (TCCD), che già dal 1997 è stata riconosciuta quale agente cancerogeno per l’uomo e classificata nel Gruppo 1 dall’AIRC (Cancerogeno per l’uomo). Questa categoria viene utilizzata quando c’è sufficiente evidenza di cancerogenicità nell’uomo. Eccezionalmente, un agente può essere classificato in questo gruppo quando l’evidenza nell’uomo è meno che sufficiente ma c’è sufficiente evidenza negli animali unita ad una forte evidenza negli esseri umani esposti che il meccanismo d’azione dell’agente è rilevante per la cancerogenicità.

di Andrea Casarini