TAV: CONDANNATO IL GIORNALISTA DAVIDE FALCIONI

di GIUSEPPE OTTAVIANO (*) Se questa è libertà di stampa. Intervista a Davide Falcioni (che nel 2012 ha raccontato il movimento No Tav su AgoraVox Italia) dopo la condanna

E’ stato condannato in primo grado a 4 mesi di reclusione con sospensione della pena per violazione di domicilio il giornalista Davide Falcioni che nel 2012 si occupò, su Agoravox Italia, della questione Tav e delle proteste in Val di Susa; cade invece l’aggravante della condotta violenta.

Una sentenza, quella del Tribunale di Torino, che farà sicuramente discutere perché va a ledere la libertà di informazione e il diritto di cronaca, limitando enormemente il ruolo del giornalista nel fare informazione.

Raggiunto al telefono, Davide Falcioni ci ha rilasciato alcune dichiarazioni subito dopo la sentenza:

“Rifarei esattamente tutto quello che ho fatto. La condanna è grave per la categoria dei giornalisti, ma io sono sicuro di quello che ho fatto, della correttezza di quello che ho fatto. Se mi trovassi lì nel 2012 di fronte ad un’azione del movimento No Tav, io entrerei e commetterei di nuovo violazione di domicilio”.

Su come ne esce, dopo la sentenza, il diritto di cronaca e la libertà di stampa, Davide non ha dubbi:

“Ne esce malissimo, perché oggi un tribunale, in Italia, ha stabilito cosa un giornalista può fare e cosa non può fare, o meglio, cosa può scrivere e cosa non può scrivere. La requisitoria del pubblico ministero ha affermato nuovamente come io avrei dovuto chiedere informazioni alla polizia rispetto a quello che era accaduto all’interno dell’edificio, anche se la polizia, tra l’altro, non era presente.

Mi chiedo: se ci fossimo basati sulle dichiarazioni della polizia dopo il G8 di Genova, oggi avremmo la verità storica e processuale che abbiamo? La verità giornalistica è tale se si affida alle veline delle questure o è tale perché è autonoma e indipendente da tutto il resto?”

Ma andiamo con ordine per capire come si è arrivati a questa sentenza, aspettando le motivazioni ufficiali che arriveranno solo tra un mese, mentre già si configura il ricorso in Appello.

Nell’estate 2012 Davide Falcioni si trova in Val di Susa per realizzare un reportage sul movimento No Tav. Falcioni trascorre una settimana a Chiomonte nel campeggio allestito, circa due mesi e mezzo prima, dai manifestanti, realizzando diverse interviste a volti storici dei No Tav e continuando a pubblicare aggiornamenti sulle iniziative in atto. Il pomeriggio del 24 agosto 2012 Falcioni segue una manifestazione pacifica a Torino che si concluderà con l’occupazione simbolica di uno studio di geologi che faceva capo alla ditta Geovalsusa.

Il 29 novembre 2012 la Digos di Torino fa scattare arresti e perquisizioni nei confronti dei cittadini impegnati nella campagna No Tav, lo stesso giorno, Agoravox pubblica questo articolo, firmato da Falcioni, unico cronista presente al momento dell’occupazione: “Io ero con i No Tav arrestati. Vi racconto come sono andate davvero le cose“.

“Dipinta come un’azione violenta realizzata dei soliti ‘facinorosi’ dei centri sociali torinesi, in realtà ha visto la partecipazione pacifica di decine di persone di ogni età ed organizzazione politica o sociale. L’azione si è svolta a volto scoperto, suonando il citofono e facendosi aprire – scriverà Davide nel suo articolo – Una volta entrati, è stato srotolato uno striscione ed accesi un paio di fumogeni rossi. Nessun danno è stato arrecato agli oggetti dello studio. Nessuna minaccia ai dipendenti che, anzi, hanno amabilmente chiacchierato con i militanti No Tav presenti. Sono stato personalmente invitato da un’ingegnere della ditta a ‘lasciar perdere la Val di Susa’: ‘Ma perché non vai nella palestra sotto: c’è un gruppo di donne cinquantenni single che non vede l’ora che gli facciate un’incursione’. Evidentemente non c’era nessuna tensione”.

Fino a questo momento, Falcioni viene riconosciuto come giornalista, e non è raggiunto da nessun tipo di segnalazione delle forze dell’ordine, né tanto meno da provvedimenti del Tribunale di Torino.

Due anni e mezzo dopo Falcioni viene chiamato a testimoniare in difesa di un’imputata presente all’occupazione, l’accusa per i manifestanti è violazione di domicilio, danneggiamento informatico, furto e violenza privata. Durante la deposizione Falcioni ribadisce le cose già scritte nell’articolo e alla frase “c’era un clima sereno”, è interrotto dal PM Manuela Pedrotta, la quale informa Davide che sarà indagato per gli stessi reati di cui sono accusati gli altri imputati. In questo modo il PM invalida l’unica testimonianza a favore della difesa che smentisce la versione dell’”occupazione violenta” riportata da altri giornali ed ispirata al comunicato stampa diffuso dalla Questura. Nella primavera del 2016 Falcioni è rinviato a giudizio, dopo due mesi inizierà il processo a suo carico.

Nel frattempo Davide Falcioni riceve attestati di stima e solidarietà dai suoi colleghi, nel giugno 2017 è invitato a partecipare ad un panel al Parlamento Europeo dalla “Rete europea per il diritto al dissenso”. Pochi giorni dopo, Agoravox pubblicherà il discorso integrale di Davide Falcioni di cui vi riproponiamo un estratto:

“L’articolo uno della Costituzione italiana recita, in un passaggio, che “la sovranità appartiene al popolo”. Mi sembra evidente che l’esercizio corretto della sovranità popolare è strettamente correlato alla qualità dell’informazione. Colpire un giornalista, come è accaduto a me, mina il mio diritto di cronaca e il diritto dei cittadini di essere correttamente e pluralmente informati su un’opera strategica e dai costi esorbitanti come la Tav.

Il diritto di cronaca trova fondamento nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e nell’articolo 21 della Costituzione italiana, che recita:

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.

Il diritto di cronaca – come ricordava Valigia Blu – è garantito anche dallo stesso codice penale: la scriminante prevista dell’articolo 51 esclude la punibilità dell’imputato nel caso in cui il reato sia commesso nell’esercizio di un diritto. Riguardo la libertà di informazione, inoltre, la giurisprudenza è d’accordo nel garantire la prevalenza della cronaca anche rispetto ai diritti altrui. La narrazione dei fatti, però, deve corrispondere a verità, essere di interesse pubblico e con un’esposizione civile.

La libertà, tuttavia, non va intesa solo per quanto concerne la trasmissione della notizia, ma per un giornalista soprattutto come libertà di acquisizione. E’ evidente che porre un ostacolo all’acquisizione di fonti di notizia mina alle fondamenta il diritto di cronaca. Ricordo bene che nel corso di un interrogatorio il Pubblico Ministero mi domandò come mai non avessi deciso di chiedere alla polizia cosa fosse accaduto all’interno dell’edificio. Secondo l’accusa, dunque, il ruolo del giornalista deve limitarsi a quello di “addetto stampa” della questura, persino quando il giornalista – essendo presente, come nel mio caso – ha l’opportunità di osservare coi suoi occhi cosa sta accadendo.

La repressione, dunque, si esercita sempre più anche nei confronti di chi produce informazione, sia cronisti che mediattivisti. Tale repressione ha la funzione evidente di consolidare il pensiero unico, affermare che non vi sono alternative a questo modello di relazioni economiche e sociali. Come se fosse vero ciò che affermava Fukuyama con il concetto di “fine della storia”, come se il processo di evoluzione sociale, economica e politica dell’umanità avesse raggiunto il suo apice, malgrado il sistema capitalistico abbia generato profonde ineguaglianze tra un’esigua ricchissima minoranza di abitanti del pianeta e una larghissima maggioranza, alle prese con guerre, carestie e mutazioni climatiche epocali.

E’ vero: un giornalista deve rispettare regole rigorose per esercitare bene la sua professione. Ma è vero anche che un giornalista si occupa della società ed ha, sempre e comunque, un ruolo attivo spingendo a conformarla oppure a trasformarla. Nel giornalismo l’obiettività non esiste. Esiste l’onestà”.

Perché un giornalista marchigiano si interessa della linea Tav? Come mai Agoravox decide di occuparsi così tanto di Tav?

Queste alcune delle domande formulate dall’accusa durante il processo, che fanno comprendere come il problema non sia se Davide è entrato o meno all’interno dell’edificio seguendo i manifestanti, ma perché abbia deciso di scrivere di Tav.

Un’opera che costerà, in totale, 8,6 miliardi di euro ripartiti tra Francia e Italia nella misura del 42,1% e del 57,9%, al netto del cofinanziamento Ue che copre il 40% del costo complessivo. L’Italia quindi spenderà tre miliardi di euro a cui si devono sommare 1,7 miliardi necessari per il potenziamento della linea storica. (Recentemente, inoltre, il Governo ha amesso errori di valutazione nel progetto).

La vera domanda allora è: perché in Italia sono così pochi ad occuparsi di Tav?

(*) ripreso da www.agoravox.it ( con Immagine: freepress.net) che indica alcuni ARTICOLI CORRELATI (questi gli ultimi):

Il sito antibufale Butac.it sotto sequestro di UAAR – A ragion veduta

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AgoraVox nasce, anche, da un avvenimento tragico: lo Tsunami del 2004. Il flusso d’informazione non era gestibile attraverso i media tradizionali e il mezzo di comunicazione privilegiato divenne il Web. I nomi degli scomparsi, dei feriti e le immagini della tragedia, trovarono nella rete l’unico supporto valido. Decise, quindi, di fondare un giornale partecipativo. L’edizione francese, oggi, conta un milione e mezzo lettori e 40000 “reporter” che sottopongono i loro articoli. Tra loro circa 3000 moderatori, votano gli articoli off line e quelli più interessanti vengono pubblicati. Allo stesso modo gli utenti votano gli articoli on line e in base alle preferenze e al numero di commenti un articolo sale o scende sulla home page.
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LA VIGNETTA DI MAURO BIANI è stata scelta dalla “bottega”. Cogliamo l’occasione per esprimere solidarietà a Davide Falcioni. E siccome alcuni articoli della “bottega” sono stati ospitati da AGORA VOX (con il meccanismo, sopra descritto, dei “moderatori”) ci dichiariamo solidali – “complici” direbbero certi giudici di Torino? – con questo modo di intendere la libertà di informazione. [db]

Fonte: Labottegadelbarbieri