“Taci o ti querelo”, il giornalismo italiano tra minacce di carcere e liti temerarie

Nel biennio 2014-2015 si sono celebrati in Italia 6813 procedimenti ai danni dei giornalisti. 155 sono state le condanne. Sono alcuni dei dati contenuti del dossier “Taci o ti querelo” pubblicato da Ossigeno per l’Informazione in occasione delle iniziative promosse, insieme all’European Centre for press e media freedom (Ecpmf) di Lipsia, nell’ambito dell’omonimo progetto sostenuto dalla Commissione europea per celebrare a Roma la Giornata internazionale per mettere fine all’impunità per i reati compiuti contro i giornalisti.

Cifre impressionanti, quelle prodotte dall’Ufficio statistiche del ministero della Giustizia e raccolte dall’Osservatorio Ossigeno, a testimoniare gli effetti delle leggi sulla diffamazione a mezzo stampa in Italia. Negli ultimi anni sono state 5125 le querele infondate (quasi il 90% del totale), 911 le citazioni per risarcimento, oltre 45 milioni di euro l’ammontare delle richieste di danni, 54 milioni di euro l’ammontare delle spese legali.

Ai 6.813 procedimenti per diffamazione a mezzo stampa “definiti” (cioè per i quali l’ufficio giudiziario ha assunto una decisione) dai Tribunali italiani nel biennio 2014-2015 bisogna aggiungerne – dice ancora il rapporto – altri 1300 che rappresentano il carico pendente stimato, ovvero il numero dei processi che si accumulano di anno in anno.

Soltanto l’8 per cento dei 5.902 procedimenti penali definiti ha concluso l’iter con la condanna dell’imputato, mentre nell’87% dei casi i giudici hanno prosciolto il giornalista imputato con le varie formule previste dal codice di rito e nel restante 5% dei casi le soluzioni non sono classificabili in alcuna di queste due categorie.
Le condanne sono state 475, 320 delle quali al pagamento di multe e 155 a pene detentive che “nella quasi totalità dei casi non superano mai un anno di reclusione”: due sentenze di condanna su tre hanno comminato una multa, una su tre una pena detentiva. Le querele per diffamazione a mezzo stampa crescono al ritmo dell’8 per cento annuo. Molte delle accuse sono dunque pretestuose, formulate strumentalmente e presentate per ragioni che non hanno niente a che fare con la tutela della reputazione personale: veri abusi del diritto che fanno girare la macchina della giustizia a vuoto e la trasformano in uno strumento di intimidazione e ricatto, un bavaglio per i giornali e i giornalisti.

“Chi commette questi abusi – recita lo studio – dovrebbe essere scoraggiato con gli strumenti previsti dal diritto, applicando in modo sistematico le penalità già previste per punire le liti temerarie, contestando d’ufficio il reato di calunnia e introducendo nuove norme deterrenti, come già avviene in altri paesi. Si dovrebbe, infine, introdurre una norma che preveda, per la diffamazione, la condanna automatica del querelante alle spese e al risarcimento in caso di archiviazione”.

E non va meglio sul fronte dei procedimenti civili. L’importo del risarcimento richiesto per ciascuna delle 3643 cause civili promosse fra il 2010 e il 2013 è stato in media di 50 mila euro. Quindi, nei quattro anni, sono stati chiesti complessivamente 182,5 milioni di euro di risarcimento, pari a circa 45 milioni l’anno. E, a causa dell’obbligo contabile di iscrivere quale passività di bilancio parte dell’importo dei risarcimenti richiesti, queste pretese condizionano un’editoria già in ginocchio per le crisi economica e del settore.

Domande di danni esagerate, in genere, vengono rigettate dai giudici, ma finché i giudici non ne decretano il rigetto le richieste pendono come spade di Damocle sulle teste di editori e giornalisti e spingono anche i più coraggiosi a essere molto prudenti, a pensarci mille volte prima di pubblicare notizie sullo stesso argomento, anche se di grande rilevanza pubblica. Il tutto – conclude il rapporto di Ossigeno – con un effetto raggelante sui giornalisti, sui giornali, sull’intero mondo dell’informazione e, in definitiva, sulla vita democratica del Paese.

fonte: fnsi.it, 22 dicembre 2016