Sport e Proletariato. Una storia di stampa sportiva, di atleti e di lotta di classe. Recensione di David Lifodi

Sport e Proletariato era un “settimanale sportivo che recava disturbo non solo al fascismo, cercando di sottrargli un suo spazio d’iniziativa a cui annetteva una considerevole importanza, ma pure alla Gazzetta dello Sport, che in quegli anni, alla testa del suo consiglio di amministrazione, annoverava, in patente conflitto d’interessi, risultando contemporaneamente presidente del Coni, un personaggio del peso politico di Aldo Finzi”. Queste parole, scritte da Aldo Giuntini, consigliere della Società italiana di Storia dello Sport, nella prefazione di Sport e Proletariato. Una storia di stampa sportiva, di atleti e di lotta di classe (Edizioni Mursia), descrivono bene quello che rappresentava questo settimanale che parlava di sport prestando attenzione all’agonismo in versione popolare.

Alberto Di Monte, l’autore del libro, racconta con passione e rigore degno di uno storico le vicende di Sport e Proletariato, che si intersecano con la storia d’Italia e, in particolare, con le vicende della sinistra e dell’operaismo, dedicando inoltre una interessante appendice alle opinioni di coloro che si adoperano nel campo dello sport popolare, dalla Uisp al circuito delle palestre autogestite passando per il Conasp e la redazione de La Mischia, di Radio Onda Rossa. Tuttavia, le quattro pagine di Sport e Proletariato non rappresentavano soltanto un’alternativa di classe alla Gazzetta della Sport, ma intendevano porsi come organo sportivo della sinistra rivoluzionaria. Nata nel 1923, la rivista sorge nell’ambito del clima favorevole in cui fioriscono strutture cooperative, partitiche e sindacali vicine al movimento dei lavoratori e, non a caso, il 10 dicembre dello stesso anno, la tipografia che stampa il giornale viene distrutta da un incendio appiccato dagli squadristi agli ordini di Mussolini. Nel solco gramsciano (Antonio Gramsci, nel 1918, aveva scritto un articolo dal titolo Lo scopone e il football), Sport e Proletariato sostiene che “colui che non cura il proprio fisico commette un delitto verso sé stesso, verso la propria famiglia e verso la società”. In questo contesto, il giornale che, per la prima volta, va in edicola il 14 luglio 1923, dà spazio principalmente a “sport a misura di proletario” quali atletica, ciclismo, calcio, nuoto e alpinismo, grazie alla nascita, qualche anno prima, dell’Associazione proletaria di educazione fisica (Apef) e dell’Unione operaia escursionisti italiani (Uoei). Di fronte alla Gazzetta dello Sport, “retta da criteri più industriali che sportivi”, Sport e Proletariato apre la strada a giornali simili, ad esempioPagine rosse, la cui redazione è composta in gran parte proprio dagli stessi giornalisti diSport e Proletariato. La rivista non si limita, però, a criticare l’organizzazione borghese dello sport, ma propone delle alternative, a partire dal tentativo di organizzare le Olimpiadi operaie. Inoltre, il giornale non pubblica solo notizie legate alla cronaca sportiva, ma denuncia aggressioni e intimidazioni subite dalle associazioni operaie e si permette il lusso di mettere alla berlina operazioni poliziesche come quelle del commissariato di Busto Arsizio, il quale si mobilita quando l’Associazione proletaria escursionisti (Ape) organizza un’escursione al Monte Mars pubblicizzandola su un volantino, ma scrivendo erroneamente Monte Marx e trovandosi poi a dover fare i conti con la solerte polizia fascista.

Tuttavia, l’esperienza di Sport e Proletariato non è andata perduta. Uno degli slogan del giornale, “Uscite dalle associazioni sportive borghesi dove lo sport è inteso in tutt’altro senso e dove insieme allo sport si propina a voi il veleno dell’odio verso i proletari degli altri paesi”, rivive oggi nelle molteplici esperienze di sport popolare in Italia. Come evidenzia Lenny Bottai, esponente del Conasp (Coordinamento nazionale sport popolare) e campione di boxe, “per anni, nei movimenti in generale, lo sport è stato inquadrato erroneamente nel machismo destrorso e nel tentativo di inseguire logiche machiste del culto dell’estetismo”. E invece, la costante crescita delle palestre popolari, caratterizzate da un pubblico non necessariamente da centro sociale, ma da giovani del quartiere provenienti da differenti fasce sociali, dimostra che in un certo senso l’auto-organizzazione a livello sportivo può portare a dei buoni risultati. Certo, l’antifascismo, l’antirazzismo e l’antisessismo restano principi fondamentali per la miriade di realtà legate al concetto di sport popolare, ma quando un quartiere o una città riconoscono la funzione sociale di una palestra popolare significa praticare sport di qualità e in maniera positiva.

Grazie a quelle quattro pagine di colore verde di cui Alberto Di Monte racconta magistralmente la storia, Sport e Proletariato ha aperto la strada alle molteplici esperienze di sport popolare presenti nei nostri territori.

di David Lifodi

fonte: La Bottega del Barbieri