Sorpresa in Iraq: vincono i comunisti e gli sciiti nazionalisti di al-Sadr. Preoccupati Iran e Usa

La coalizione Sairoun vuole un Iraq non settario, progressista e libero dalle influenze straniere

Le elezioni in Iraq erano attese, ma il risultato non sembra essere quel che sarebbe piaciuto agli statunitensi o agli iraniani e anche l’Europa guarda con preoccupazione al voto espresso dal 44,52% degli irakeni, la percentuale più bassa dopo la caduta del regime di Saddam Hussein. Infatti ha vinto la coalizione  Sairoun guidata (anche se non si è presentato direttamente alle elezioni) da una vecchia e scomoda conoscenza degli occidentali: l’ayatollah sciita Muqtada al-Sadr che dopo la seconda Guerra del Golfo mise in piedi un’agguerrita milizia nazionalista contro l’invasione Usa e dei suoi alleati, Italia compresa.

Eppure la Sairoun Alliance, che si sarebbe aggiudicata più di 1,3 milioni di voti e almeno 54 seggi in parlamento, su un totale di 329, è la formazione meno confessionale tra quelle irakene presentatesi alle elezioni, come aveva spiegato Ibrahim al Yaberi, il responsabile della campagna elettorale della formazione,  «Questa alleanza è qualcosa di inedito in Iraq. E’ una rivoluzione degli irakeni a favore delle riforme, che siano laici, come i comunisti, o di una corrente islamica moderata». La Sairoun Alliance nasce nelle strade, dalle proteste del venerdi a piazza Tahrir a Bagdad contro la politica del governo e al Yaberi aggiunge: «Non siamo sorpresi per questa alleanza, visto che da più di due anni combattiamo insieme in tutte le province contro il confessionalismo». Si tratta di un movimento di protesta nato nel luglio 2015 su iniziativa di esponenti della società civile che si sono uniti ai militanti della formazione di al-Sadr per chiedere riforme, lotta alla corruzione dilagante e miglioramento dei servizi pubblici.

La vittoria elettorale rappresenta una straordinaria rimonta per al-Sadr, messo da parte dai suoi rivali sciiti  sostenuti dall’Iran  dopo la caduta del regime di Saddam Hussein nel 2003, ma diventato presto un simbolo di resistenza all’occupazione straniera. Gran parte della sua credibilità deriva dal padre, il grande ayatollah Mohammad Sadeq al-Sadr, assassinato nel 1999 per aver sfidato Saddam. Muqtada al-Sadr è stato il primo a formare una milizia sciita per combattere le truppe Usa e, dopo che aveva condotto due rivolte contro le forze statunitensi/occidentali, l Pentagono definì il suo esercito del Mehdi la più grande minaccia alla sicurezza irachena.

La cosa che ha fatto scalpore – più all’estero che in Iraq – è la presenza nella coalizione del Partito Comunista dell’Irak (Pci), che finora in Parlamento aveva un solo deputato ma che in Iraq è conosciuto come il “Partito dei martiri” per il tributo di sangue che ha dovuto pagare sotto la dittatura di Saddam Hussein. Prima del voto, il segretario del Pci Raed Fahmi, aveva spiegato cosa ha portato alla costituzione della coalizione nazionalista-sciita e comunista-laica che ha ottenuto la maggioranza relativa alle elezioni: «Le rivendicazioni non avevano nessun carattere confessionale. Sono a favore di uno stato di diritto, civile e di cittadinanza. L’importante è che questo abbia permesso alla gente del movimento islamista e ai laici di lavorare insieme. E’ nata una coopera ione tra gente che, a priori, ideologicamente non ha niente in comune. Dopo, questo si è evoluto fino a un’alleanza politica». Non a caso i comunisti sfilano sventolando le bandiere rosse con la falce e martello o la colomba della pace e le bandiere irakene con su scritto “Dio è grande”.

L’alleanza è stata chiamate “marcia a favore delle riforme”, poi abbreviata in Sairoun (in movimento in arabo), ed è composta da 6 formazioni in maggioranza laiche, compreso il Pci e Istiqama, un partito di tecnocrati appoggiato da Muqtada al-Sadr, che ha “sospeso” il suo gruppo di 33 parlamentari che, come lui, non si sono ripresentati alle elezioni del 12 maggio

Come sottolinea il giornalista irakeno Qassem Mozam, «Questa alleanza non è strana, la corrente di  al-Sadr è aperta a tutti i Partiti e confessioni. Secondo la mia opinione, siamo un unico popolo con un’unica bandiera». E’ infatti il nazionalismo e la richiesta che le truppe statunitensi/occidentali e i “volontari” iraniani lascino l’Iraq il vero collante della Sairoun Alliance con la quale il primo ministro uscente, lo sciita Haider al-Abadi . che i media occidentali davano per vincente e che invece è arrivato solo terzo –  ha già promesso di  collaborare, magari per restare premier, visto che nessuno ha la maggioranza in Parlamento. «Siamo pronti a lavorare e collaborare per formare un  governo più forte per l’Iraq, libero dalla corruzione» ha detto Abadi, toccando un tasto molto caro ad al.Sadr e ai suoi elettori.

Per  formare un governo Sairoun dovrà negoziare per assicurarsi una maggioranza parlamentare, ma al-Sadr nella prima dichiarazione dopo il voto ha detto che intende lavorare con diversi partiti e ha citato al-Hikma, al-Wataniya e i gruppi curdi Gorran e New Generation, ma non ha menzionato la Coalizione dello stato di diritto o Fatah, due gruppi fortemente allineati con l’Iran. La coalizione Fatah, il braccio politico delle milizie sciite di Hashd al-Shaabi, ha ottenuto 47 seggi, mentre la Coalizione dello stato di diritto, guidata dall’ex primo ministro Nouri al-Maliki, è arrivata quarta con 25 seggi.

Mentre a piazza Tahrir sventolavano le bandiere rosse e irakene e la folla cantava «L’Iran è fuori, l’Iraq è libero», Muqtada al-Sadr si preparava a diventare il regista extraparlamentare di un Iraq improvvisamente diverso da quel che credevano americani e iraniani, che sono molto preoccupati perché la coalizione nazionalista e anticorruzione respinge l’influenza delle potenze esterne.

Al-Sadr in un tweet ha messo in relazione la vittoria della Sairoun Alliance con la decisione di Donald Trump di trasferire l’ambasciata Usa in Israele a Gerusalemme: «Un’altra vergogna per il colonialismo e l’arroganza globale con l’apertura del malvagio edificio americano a Gerusalemme, la più sacra  nella Palestina, la coraggiosa e della  jihad. Questa è solo un’altra prova che gli Usa sono pericolosi e dannosi per i nostri popoli e del sostegno degli Stati Uniti all’entità israeliana e della loro ostilità verso le religioni abramitiche».

Ma lo sciita al-Sadr ha anche ripetutamente condannato l’ingerenza dell’Iran in Iraq e Siria e, unico tra i leader sciiti, ha chiesto più volte al presidente siriano Bashir al-Assad di dimettersi. Un’antipatia condivisa da Teheran: a febbraio Akbar Velayati, il massimo consigliere del leader supremo della Repubblica islamica Ali Khamenei, aveva avvertito al-Sadr che l’Iran: «non permetterebbe ai liberali e ai comunisti di governare in Iraq». Che è proprio quello che potrebbe succedere, visto che gli elettori, stanchi delle solite facce, della corruzione e della disoccupazione hanno votato  per Sairoun che, oltre ai comunisti, presentava molti volti nuovi, mentre i sadristi che erano stati precedentemente coinvolti nel governo iracheno e erano accusati di corruzione non sono stati ripresentati. il leader comunista Fahmi, candidato e probabilmente eletto, ha detto al Middle East Eye poco prima del voto: «Il programma dell’alleanza è di carattere nazionale, non tribale o settario, e questo era il punto cruciale del suo appello».

Fahmi  e al-Sadr sanno bene che il difficile comincia ora: per costituire un governo e eleggere un premier dovranno fare i conti con il sistema iracheno e mettere d’accordo alcune delle dozzine di coalizioni formatesi per contendersi i 329, un processo che potrebbe richiedere mesi.

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