Siria. Quella generazione perduta di bambini di Mosul

Di ritorno da una missione di oltre due settimane nel nord dell’Iraq, Amnesty International ha denunciato la disperata situazione di un’intera generazione di bambini coinvolti nella battaglia di Mosul, rimasti gravemente feriti e traumatizzati a causa dei combattimenti tra lo Stato islamico e le forze del governo iracheno sostenute da una coalizione a guida statunitense.

di Riccardo NouryCorriere della Sera, 22 dicembre 2016

Le testimonianze, raccolte negli ospedali della regione autonoma curda e nei campi per sfollati, sono sconvolgenti: bambine e bambini di ogni età non solo hanno riportato ferite orribili ma hanno anche visto familiari e vicini di casa decapitati dai colpi di mortaio, fatti a pezzi dalle autobomba e dalle mine o sbriciolati sotto le macerie delle loro abitazioni.

Ali, due anni, è stato ferito nel quartiere Hay al-Falah di Mosul il 14 dicembre. Quando Amnesty International l’ha incontrato, respirava a malapena e aveva il volto irriconoscibile a causa delle ferite sanguinanti. Sua nonna, Sokha, ha già perso due nipoti: Zaira di 14 anni e Wàda di 16, uccise nello stesso attacco del 14 dicembre: “Le mie nipoti stavano da 30 giorni nella cantina di un vicino. Avevano finito le scorte di acqua e cibo. Siccome due giorni prima la zona era stata riconquistata dalle truppe governative, si sono fidate e sono uscite. Sono state colpite appena raggiunto il cancello”.

In un campo per sfollati interni, Amnesty International ha incontrato Mohammed, quattro anni. Non riesce a stare fermo, si prende a schiaffi e batte la testa contro il pavimento. Si fa i bisogni addosso più volte al giorno e ogni volta piange inconsolabilmente. Sua madre Mouna, immobilizzata su un lettino a causa di una frattura a una gamba, ha raccontato che fa così dal colpo di mortaio del 12 novembre che ha ucciso due delle sue sorelle, Teiba di otto anni e Taghreed di 14 mesi. Ecco il racconto di Mouna: “Continuavo a dire alle bambine di rimanere in casa. C’erano colpi di mortaio e sparatorie 24 ore al giorno. Poi è arrivato quel colpo di mortaio. Io sono caduta a terra, le bambine sono andate a sbattere la testa contro il cancello. La più piccola, gattonando, è arrivata fino da me e mi è morta in braccio”. Mohamed e Taghreed erano inseparabili. La prendeva sempre in braccio. Non riesce a capire che la sorellina è morta, è triste e arrabbiato perché pensa che l’abbiamo lasciata a Mosul. Penso che abbia bisogno di psicoterapia ma qui nel campo non c’è niente”. Le due figlie sopravvissute, di 10 e 12 anni, devono occuparsi di ogni cosa: andare a prendere l’acqua, cucinare, lavare i vestiti e medicare le ferire dei genitori. Non hanno il minimo tempo per giocare o studiare.

Dall’arrivo al campo per sfollati interni, bambini che hanno visto le loro sorelle e i loro fratelli morire non hanno ricevuto alcun sostegno psicologico. Le poche attività di assistenza psicosociale previste in alcuni di questi campi sono del tutto insufficienti a causa dell’alto numero di bambini coinvolti nel conflitto e in molti casi vittime dirette della violenza.

Gli operatori umanitari hanno riferito ad Amnesty International che i bambini e le bambine sfollati dalla battaglia di Mosul mostrano evidenti segni del trauma: piangono spessissimo, rimangono muti, hanno scatti di violenza e vogliono rimanere attaccati ai loro genitori o agli adulti che si prendono cura di loro.
A causa della mancanza di risorse, questi bambini non stanno ricevendo il sostegno psicologico necessario per aiutarli a elaborare eventi enormemente traumatici e iniziare a ripristinare un senso di normalità nelle loro vite.

Per chi è rimasto intrappolato a Mosul la situazione è drammatica. L’aumento del prezzo dei beni di prima necessità, così come la mancanza di cibo, carburante da riscaldamento, medicine e acqua potabile espongono i bambini a fortissimo rischio di malnutrizione, disidratazione, infezioni batteriche e altre malattie. La catastrofe umanitaria potrebbe essere alle porte.

La campagna militare per riconquistare Mosul è stata pianificata per lungo tempo. Per questo, le autorità irachene e i loro partner internazionali avrebbero potuto e dovuto organizzarsi meglio in vista delle inevitabili perdite civili, soprattutto sapendo che gli ospedali della regione autonoma curda sarebbero entrati in sofferenza a causa dell’afflusso di un gran numero di feriti. Se ci sono risorse per fare la guerra, devono essercene anche per affrontarne gli effetti. Così non è stato. Così un’intera generazione di bambini di Mosul rischia di perdersi.