Siria. Io mi vergogno per Aleppo che muore sola

Mi vergogno. Sì mi vergogno per Aleppo che muore sola. Mi vergogno di chi giudica che il presidente siriano Assad, il Pol Pot del jet-set, sia il male minore davanti alla minaccia dell’Isis. Noi siamo diventati testimoni muti. Ci siamo forse assuefatti alla sofferenza degli altri?

di Bernard-Henri LévyCorriere della Sera, 19 dicembre 2016

“La piramide dei martiri affligge la terra”. Il verso del poeta René Char è uno schiaffo in pieno viso mentre leggo le notizie provenienti da Aleppo. E mi vergogno.

Non mi vergogno di Vladimir Putin, questo piccolo zar volgare, capo di Stato canaglia, che tra un servizio fotografico e un’ostentazione di testosterone spedisce i suoi aerei a bombardare le rovine della città. Aleppo, per lui, altro non è che uno fra i tanti palcoscenici del suo narcisismo esasperato e, in fondo, egli resta fedele al suo ruolo.

Non mi vergogno di Assad, una grande sagoma incolore in cui si annida l’anima più abietta, nera e vigliacca tra quelle dei peggiori criminali della nostra epoca. Un personaggio come lui da molto tempo ormai ha cessato di far parte del genere umano, e al momento opportuno verrà chiamato a rispondere davanti alla giustizia degli uomini dei suoi reati contro l’umanità.

No, mi vergogno piuttosto di me stesso, perché dopo aver supplicato, urlato nel deserto e scritto innumerevoli appelli oggi mi ritrovo a contemplare. Mi vergogno di chi giudica che Assad, il Pol Pot del jet-set, sia il male minore davanti alla minaccia dell’Isis la mia impotenza e a inghiottire la mia rabbia fredda, dopo tanti moniti lanciati invano.

Mi vergogno, però, anche di voi, di noi tutti, perché oggi, in questo mondo del 2016, ci sono uomini inseguiti e cacciati come prede, degli esseri che devono pagare perché hanno ancora due gambe, due braccia e una testa al posto di un ammasso di carne, di brandelli di corpi e grovigli di budella in cui li si vuole ridurre, e davanti a tutto questo noi non abbiamo trovato niente da fare, nè da dire, e nemmeno da ridire.

Mi vergogno perché ci sono, su questa terra, uomini che non possono più pensare, né amare, né sperare, ma soltanto tremare, tremare incessantemente; soltanto fuggire, e continuare a fuggire; fare da scudo con i loro corpi ai propri figli, per ripararli dal fuoco o dal gas che non darà loro scampo. Davanti a un simile spettacolo, noi siamo come dei testimoni che non sanno più se tacere o se non ascoltare. Effetto della “de-realtà”? Alla fine ci siamo assuefatti alla sofferenza degli altri? O ci troviamo forse ai giochi circensi? L’inconfessabile compiacimento nel veder agonizzare degli omuncoli laggiù, mentre noi, dalle tribune, ci dimentichiamo di alzare il pollice? O che non sia forse quella specie di sollievo che si prova quando ci si sente al caldo, a casa propria, mentre fuori piove a dirotto – tranne che, laggiù, piovono bombe?

Mi vergogno delle notizie trasmesse alla radio e alla televisione; mi vergogno dei commenti narcotizzati, delle analisi sempre uguali; mi vergogno dei loro esperti annoiati, falsi conoscitori dei fatti, che si guardano bene dal cedere alla rabbia e al panico. Mi vergogno perché a un certo punto la banalità superflua dei notiziari (morte, morte e ancora morte) finisce col trasformare tutti noi che parliamo e tutti noi che ascoltiamo in complici.

Mi vergogno dell’Onu, la cui risoluzione arriva nel preciso istante in cui tutto è finito e tutti sanno che non resta più niente da fare se non la conta dei morti, e subito dopo quella dei “profughi”. Mi vergogno di questa nuova Società delle Nazioni e della sua perenne codardia alla Chamberlain, mentre vengono mitragliati, massacrati e dissanguati i nostri fratelli di umanità, oggi ad Aleppo, domani a Idlib.

Mi vergogno di quei mostri gelidi, cinesi e russi, membri del Consiglio cosiddetto di Sicurezza, che hanno avuto il coraggio di mettere il veto, mentre gli aerei, in tutta calma, bombardano a tappeto un quartiere dopo l’altro, isolato dopo isolato, mentre i bersagli cadono, esplodono, si sbriciolano, mentre uomini, donne e bambini si aggrovigliano in un abbraccio mortale e i superstiti, quando ce ne sono, ripescati da quel mare di sangue, vengono spediti nelle camere di tortura o eliminati.

Provo vergogna, e dolore, per gli altri, per tutti coloro che hanno tentato di salvare l’onore pronunciando l’ennesimo discorso di indignazione e di condanna; provo vergogna per gli ambasciatori che hanno fatto di tutto, in quella cittadella infame che è diventata oggi la sede newyorkese dell’Onu, per scuotere gli uomini di ghiaccio e impedir loro, stavolta, di alzare la mano grassoccia che dice che no, in fin dei conti non c’è niente di male a trasformare in brandelli decine di migliaia di corpi. Che cosa succede nelle loro teste in quel momento? Chi si sente peggio, il funzionario della morte che vota senza emozione il proseguimento della carneficina, oppure l’uomo di buona volontà che si è dato da fare per mettervi fine, ma è stato costretto a rassegnarsi? E come si vive, dopo una notte trascorsa a osservare coloro che hanno messo il veto, ovvero messo le bombe, mentre bocciano per l’ennesima volta, in un rituale ordinato come una sessione di tortura, il vostro appello all’ultima possibilità, per poi scoprire all’alba, rientrando a casa, di avere il passo pesante: la pesantezza della poltiglia umana che vi è rimasta incollata alle suole delle scarpe e non vi abbandona più?

Mi vergogno di Barack Obama e della sua politica della linea rossa, rinnegata il 30 agosto del 2013, in una palinodia che ha lasciato di stucco i suoi alleati. Non poteva indovinare un termine migliore: era rossa la sua linea, ma come un filo di sangue.

Mi vergogno di Donald Trump, che ha scoperto le carte e dichiarato che tutti quei giovani sospesi tra la vita e la morte che continuano, tremando, a diffondere su You Tube le loro povere testimonianze, trovando ancora la forza di rivolgerci il loro piccolo “grazie”, sarebbero stati oggetto di contrattazione – così si è espresso – con il suo amico Putin.

Mi vergogno della scarsa maggioranza di coloro che devo ancora, a quanto pare, chiamare miei concittadini, i quali secondo gli ultimi sondaggi giudicano che Assad, questo assassino ancora descritto, agli inizi del suo regno, come uomo gentile, timido e debole, un uomo che non voleva essere re, e a maggior ragione, si suppone, tiranno, questa versione moderna di un Giorgio VI che avrebbe potuto salire al trono per consegnare il suo Paese a Hitler, questo mostro radical chic, questo Pol Pot del jet-set, che costui resta comunque il male minore davanti alla minaccia dell’Isis…

Mi vergogno del candidato alla presidenza francese François Fillon, che ci tiene a spiegare che la mattanza di Aleppo rientra nel prezzo da pagare per sconfiggere il terrorismo.

Mi vergogno di tutto ciò, perché indubbiamente abbiamo le televisioni, le voci, i parlamentari e i candidati che ci meritiamo. Siamo dei disfattisti, mentre ci crediamo uomini di pace. Siamo degli europei sazi, che rinnegano i loro valori, mentre viene perpetrato il primo immenso crimine contro l’umanità del XXI secolo – un crimine contro ognuno di noi. Noi siamo i contemporanei di questa ecatombe, e come accadde davanti alle grida uscite ieri dai campi di sterminio, pochissimi di noi hanno il coraggio di invocare che si faccia guerra alla guerra e che si distruggano i bombardieri portatori di distruzione. La piramide dei martiri affligge la terra, sì. E la terra geme e soffre. A questo siamo arrivati. La risoluzione dell’Onu arriva quando non resta più niente da fare se non la conta dei morti, e dei “profughi”.