Se il diritto di manifestare diventa reato

Appello. Giuristi democratici contro le misure di prevenzione e controllo in corso di decisione da parte del Tribunale di Roma a carico di Paolo Di Vetta e Luca Fagiano.

«Presto la Corte d’appello di Roma, sezione applicazione misure di prevenzione per la sicurezza e la pubblica moralità, sarà chiamata a decidere sui ricorsi presentati da due esponenti dei movimenti di lotta per il diritto all’abitare, Paolo Di Vetta e Luca Fagiano, colpiti da decreti che dispongono nei loro confronti la misura della sorveglianza speciale: provvedimenti fortemente limitativi della libertà personale (con sacrificio dei diritti di riunione ed espressione e manifestazione del pensiero) e di movimento (con la sospensione della patente di guida).

L’utilizzo di questo tipo di armamentario, costruito fondamentalmente per il contrasto e la repressione del fenomeno mafioso e utilizzato invece per comprimere e di fatto negare diritti fondamentali del vivere civile e sociale, è senza dubbio alcuno preoccupante.

Al di là dei rischi di incostituzionalità dell’intero sistema delle misure di prevenzione per contrasto con i princìpi della riserva di legge, della tassatività, della non colpevolezza e dell’eguaglianza, pare di cogliere una concezione del diritto della prevenzione come diritto punitivo del sospetto, con l’elusione delle garanzie sostanziali e processuali.

Quando al centro della valutazione giudiziaria si fa rientrare la presunta personalità “antagonista” dei proposti e dalla loro militanza politica si fanno discendere i comportamenti di rilevanza penale, la valutazione di stampo preventivo assume particolare delicatezza: in discussione rientrano allora non solo la presunta capacità di mettere a repentaglio la sicurezza pubblica ma, soprattutto, i princìpi costituzionalmente tutelati della libertà di esprimere le proprie opinioni e di associarsi insieme ad altri per sostenerle.

Il rischio di una torsione delle misure preventive e di un loro — improprio — utilizzo quali strumenti di controllo del dissenso e del conflitto sociale diviene così sempre più concreto.

E laddove le misure preventive assumano un’indebita funzione surrogatoria della sanzione penale, divenendo la “stampella” di questa, ad essere messo in discussione è il rispetto del principio di legalità, ossia l’accertamento delle specifiche situazioni di pericolosità attraverso un rigoroso rispetto degli indici tassativamente previsti dal legislatore.

Così facendo, si realizza esattamente una torsione delle misure preventive ed un loro utilizzo quale strumento di controllo del dissenso e del conflitto sociale. Ciò che, dal punto di vista amministrativo, potrebbe essere definito come un eccesso, ovvero uno sviamento di potere.

Attribuire perciò la qualifica di soggetti socialmente pericolosi a due lavoratori impegnati nel volontariato sociale in aiuto di persone svantaggiate, attivisti dei movimenti sociali e costanti interlocutori delle autorità politiche ed amministrative locali a ogni livello, protagonisti del percorso istituzionale di approvazione della recente delibera della Giunta della Regione Lazio che riconosce il diritto a coloro che abitano “immobili pubblici o privati impropriamente adibiti ad abitazione” (così le delibera 110/2016 Giunta Regione Lazio e 50/2016 del Commissario comunale Tronca) all’assegnazione di una quota di alloggi di edilizia popolare, risulta un’evidente forzatura.

Non riteniamo che si possa chiedere ai Tribunali di giudicare una dinamica sociale. Tanto più quando le denunce giungano in ragione del fatto di essere persone note e riconoscibili, per aver sempre agito una politica pubblica, per essere stati i referenti nei rapporti con le istituzioni.

Ritenere oggi pericolosi socialmente Di Vetta e Fagiano perché, come espresso nelle richieste, hanno partecipato a manifestazioni anche sfociate in disordini non è accettabile. A meno che non si intenda far rispondere personalmente gli stessi di ogni comportamento di ogni singolo manifestante, o peggio, ricondurre a loro di tutte le dinamiche che si determinano in momenti di piazza».

Primi/e firmatari/e

Luigi Ferrajoli, Livio Pepino, Cesare Antetomaso, Giuseppe Mosconi,Franco Russo, Irene Di Noto, Luigi Manconi, Giorgio Cremaschi, Roberto Lamacchia, Emiddia Papi, Giovanni Russo Spena, Tina Stumpo, Carlo Guglielmi, Paola Palmieri, Pietro Adami, Daniele Nalbone, Antonello Ciervo, Italo Di Sabato, Margherita D’Andrea, Giovanni Michelon, Leonardo Arnau.

PER ADESIONI:
giur.dem.roma@gmail.com  

fonte: La Bottega del Barbieri