Salute umana e glifosato. Di Andrea Casarini

Il Glifosato,  ideato dalla multinazionale Monsanto è un analogo aminofosforico della glicina, inibitore dell’enzima3-fosfoshikimato 1-carbossiviniltransferasi (EPSP sintesi), noto come erbicida totale non selettivo.  Questo prodotto, che  ha fatto la sua  apparizione nel mondo agricolo nel lontano 1974, ha la capacità di bloccare i nutrienti minerali essenziali per la vita delle piante, tanto da essere oggi l’erbicida più  diffuso al mondo (oltre 140 Paesi). Ad oggi sarebbero 750 i prodotti in commercio a base di questo erbicida e si stima che nel mondo il mercato del glifosato ammonti a 5,4 miliardi di dollari

Mentre diversi organismi di settore come la National Farm Union, il Concilio britannico per la produzione vegetale e la stessa azienda Monsanto che la produce, sostengono che la sostanza sia sicura, citando una moltitudine di ricerche e studi  che ne comproverebbero la sicurezza , altri organismi quali la Soil Association si schiera al fianco della corrente scientifica allarmista, citando studi aggiornati che mettono in luce dati inequivocabili secondo i quali questo erbicida totale lasci tracce nell’ecosistema, comprometta la stabilità dei terreni , inquini le falde acquifere e abbia un impatto devastante sulle biodiversità

Altro importante capitolo da tenere in debita considerazione e,  che ha fatto esplodere il “caso glifosato” all’interno della comunità scientifica,  è quello relativo conseguenze sulla salute umana.

 L’Agenzia Internazionale per la Ricerca contro il Cancro, il braccio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che si occupa dell’ambito oncologico, ha catalogato il glifosato nel gruppo 2A (66 sostanze e fattori di rischio) categoria che  viene utilizzata quando c’è limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo e sufficiente evidenza nell’animale da esperimento.  In alcuni casi, un agente può essere classificato in questa categoria quando c’è inadeguata evidenza nell’uomo, sufficiente evidenza nell’animale da esperimento e forte evidenza che il meccanismo di cancerogenesi osservato negli animali vale anche per l’uomo.  Eccezionalmente, un agente può essere classificato in questa categoria anche solo sulla base di limitata evidenza di cancerogenicità nell’uomo.

Il giudizio, espresso da 17 esperti, rientra nella rivalutazione di questi composti in corso da quattro anni ed è giunto dopo accurata revisione degli studi che consideravano l’esposizione di uomini e modelli animali al glifosato (puro o in un mix con altre sostanze). Lo studio, condotto sul composto puro, “monografia – pubblicata anche su The Lancet Oncology”,   ha concluso che le prove che l’erbicida causi il cancro negli animali sono sufficienti, mentre sono forti quelle riguardanti la genotossicità del prodotto.

Tuttavia una parte della comunità scientifica è scettica su questi studi allarmistici, arrivando persino a definire innocuo l’erbicida. Nel contempo non  va sottovalutato il fatto che alcuni di questi studi europei scettici, su cui si basa il parere dell’EFSA (Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare) sarebbero finanziati dalle stesse multinazionali della chimica rendendo così di fatto  meno credibile la loro opinione positiva sul glifosato.

Alla luce di quanto sopra esposto possiamo riassumere la posizione dell’Italia come segue:

In Italia l’erbicida è utilizzato da più di trent’anni, ma di recente,  i ministri della Salute (Beatrice Lorenzin), delle politiche agricole (Maurizio Martina) e dell’ambiente (Gian Luca Galletti) assieme a 34 associazioni e col sostegno della Francia e dall’Olanda hanno richiesto alla Commissione Europea di vietare l’utilizzo del glifosato in agricoltura. Più prudenti si stanno dimostrando le associazioni di categoria, Coldiretti e Confagricoltura.

La prima chiede che il divieto sia eventualmente esteso anche a prodotti alimentari che giungono da altri continenti, mentre la seconda attenderebbe ulteriori riscontri scientifici prima di assumere una decisione che rischia di danneggiare i produttori e l’ambiente.

In ogni caso il 22 agosto 2016 in Italia è entrato in vigore un decreto del Ministero della Salute che ne limita l’uso ed il commercio: il decreto revoca le autorizzazioni a mettere in vendita prodotti fitosanitari che lo contengono e vieta di usare glifosato in luoghi pubblici come parchi, giardini, zone ricreative, aree gioco per bambini, strutture sanitarie ed aree verdi interne a complessi scolastici. Per quel che concerne l’agricoltura è vitato l’impiego nel periodo che precede il raccolto e la trebbiatura, cioè quando finisce per restare quasi tutto su ciò che mangeremo.  L’Italia e così il primo Paese in Europa a riprendere le raccomandazioni della Commissione Europea anche se, a mio parere, in attesa delle conclusioni finali accettate da tutti i partner europei, dettate da questioni politiche ed economiche, questo “controverso” prodotto resta in circolazione. Come in tane altre problematiche anche in questo caso non è valso il “principio di precauzione”

“L’approccio fondamentale della prevenzione primaria segue una logica incontrovertibile: la misura più efficace è quella di evitare o diminuire al minimo possibile l’esposizione agli agenti causali di malattia”.

Una idea tanto giusta di prevenzione e cura, sostanziata da studi, ricerche e documentazioni, da essere recepita totalmente nel principio di precauzione entrato a far parte del Trattato Costitutivo dell’Unione Europea (Maastricht, 1994) e che dovrebbe essere un punto di orientamento fondamentale in ogni scelta ad alto impatto sulla salute e l’ambiente.

Andrea Casarini