TRIBES ON THE EDGE: UN FILM D’IMPATTO INTERVISTA A CÉLINE COUSTEAU

TRIBES ON THE EDGE: UN FILM D’IMPATTO. INTERVISTA A CÉLINE COUSTEAU REGISTA DI DOCUMENTARI, PRODUTTORE, ESPLORATORE, ARTISTA E ORATORE PUBBLICO.

Di Andrea Casarini


Céline Cousteau è una poliedrica attivista sociale e ambientale che lavora con una varietà di mezzi, dai documentari all’arte e al design, dalla consulenza con le corporazioni e le fondazioni alle conferenze in pubblico.
Ogni forma condivide lo stesso messaggio di interconnessione tra gli umani e il mondo naturale. Come regista, produttore e presentatrice di documentari, Céline è la fondatrice e direttrice esecutiva di CauseCentric Productions. Estendendo la sua eredità di famiglia e la sua esperienza, Céline ha co-fondato The Céline Cousteau Film Fellowship, un programma senza scopo di lucro la cui missione è quella di consentire ai giovani aspiranti registi, creativi e attivisti di ispirare il cambiamento attraverso il cinema. Il suo lavoro ha incluso l’essere Guest Designer per Swarovski, ambasciatore per la Fondazione TreadRight e membro del World Economic Forum Council on Oceans. Céline fa parte dei comitati consultivi di The Himalayan Consensus e Marine Construction Technologies.
Con una laurea in psicologia e master in relazioni interculturali, Céline parla fluentemente tre lingue e sta attualmente sviluppando una campagna d’impatto per il suo ultimo film, “Tribes on the Edge”.


D. Prima di parlare del suo ultimo lavoro “Tribes on the Edge” Le porgo una domanda banale al fine di farla conoscere ai nostri lettori.
Chi è Céline Cousteau e che influenza ha avuto la sua famiglia sul suo lavoro di regista, produttore e presentatrice di documentari ?

R. Chi sono … Per prima cosa sento di essere un’ attivista ambientale e umanitaria che crede nel vivere una vita a difesa delle cause lavorando in collaborazione con le persone al fine di far avanzare le sfide ambientali e umanitarie.
In che modo la mia famiglia mi ha influenzato?
Mia madre è stata fotografa di spedizione per 13 anni, quindi sono cresciuta con lei, viaggiando e riportando fotografie da tutto il mondo e mia nonna faceva parte delle spedizioni più di chiunque altro e, come donna, mi ha influenzato a credere che anche noi potevamo far parte di quelle spedizioni e avventure.
Naturalmente la persona più conosciuta della mia famiglia era mio nonno Jacques Cousteau che mi ha insegnato quanto può fare una personalità pubblica per educare e ispirare le persone su tematiche ambientali ed anche umanitarie.
Oltre alla mia famiglia mi hanno influenzato ed aiutato anche i miei percorsi di studio soprattutto per quel che riguarda le relazioni interculturali che mi hanno portato a concentrarmi sulle problematiche ambientali con particolare attenzione alla centralità dell’essere umano.

D. Lei ha iniziato ad andare in Amazzonia con suo nonno Jacques Cousteau quando aveva 9 anni. Dopo 25 anni è tornata a girare un documentario e, come parte delle riprese, ha partecipato ad un raduno dei popoli indigeni della Vale do Javari nell’Amazzonia brasiliana. Cosa le ha lasciato questa esperienza, quali le sfide che si è trovata ad affrontare e la realtà del luogo?
R. Prima di tutto penso che non dovremmo mai sottovalutare le esperienze che facciamo fare ai nostri figli quando sono giovani.
Dar loro l’opportunità di far parte del mondo e non solamente dei loro immediati dintorni, dà loro la capacità e la consapevolezza di capire, relazionarsi ed interagire con quanto succede intorno a loro.
Ho avuto il privilegio e l’opportunità di andare in Amazzonia con mio nonno quando avevo 9 anni e di ritornarci 25 anni dopo per vedere quello che succede. Non si può pianificare tutto nella vita ma, l’ opportunità di incontrare le tribù indigene della Valle do Javari in Amazzonia, ha creato in me una passione per quel posto e per la difesa stessa delle popolazioni che vi abitano. Non è qualcosa che avevo programmato di fare… è successo naturalmente. Se guardassimo quello che accade intorno a noi ci renderemmo conto che in questo mondo siamo tutti uguali ed interconnessi. In questo modo forse seguiremo un percorso diverso o inaspettato nella vita. Questo è quello che è successo con me in Amazzonia!
Non avevo previsto che sarebbe stato un luogo che avrebbe ispirato la mia passione e che sarebbe diventato il viaggio di una vita.

D. Tribes on the Edge è una storia che richiama l’importanza fondamentale del rispetto e della cura per la terra che racconta la “storia urgente” delle popolazioni indigene dei Javari in Amazzonia.
A suo giudizio in che modo questo film documentario, da lei prodotto, fungerà da catalizzatore per il cambiamento?


R. Il film ha lo scopo di catalizzare ed accendere l’ interesse comunicando al mondo quanto sta accadendo in Amazzonia anche attraverso la creazione di componenti educative (come parte integrante della campagna di impatto) e chiedendo direttamente alle popolazioni quali siano le loro necessità e le loro urgenze. Mi hanno chiesto aiuto per costruire una casa di comunità nella città di confine dove si riuniscono le diverse tribù.
Ritengo sia importantissimo che abbiano a diposizione un posto dove incontrarsi e dove manifestare liberamente i loro usi e costumi attraverso le loro cerimonie al fine di continuare a tenere vive le loro tradizioni nella loro lingua e cultura. Altro elemento importante è la richiesta di aiuto per intervenire nella sorveglianza della loro terra in quanto queste popolazioni vogliono governare autonomamente la terra in cui vivono.
Attraverso la loro voce diretta e questo film possiamo aiutarli!
Proporremo una strategia usando le tecnologie a disposizione come satelliti e droni, affinché possano farlo. È così che cambiamo le cose … non raccontiamo solo una storia ma chiediamo direttamente a loro cosa possiamo fare di più. Questo è quello che stiamo facendo.

D. In che modo “l’esperienza di viaggio” di Tribes on the Edge influisce sulla sua visione del mondo?
R. Sento e credo fermamente che siamo interconnessi con tutto ciò che accade su questo pianeta. Vedo gli indigeni dell’Amazzonia come i guardiani della foresta pluviale in quanto ho constatato di persona che dove ci sono e vivono non c’è deforestazione. Sappiamo che dipendiamo da quell’ecosistema per il 20% del nostro ossigeno e questo ci deve fare comprendere come tutti siamo interconnessi in questo mondo.
Il fatto di essere andata in Amazzonia e di essere stata lì con loro significa che sono testimone diretta e di prima mano delle sfide che stanno affrontando. Ora sono coinvolta personalmente e sento che questa storia “Tribes on the Edge” sia rilevante per tutte quelle persone che sono disposte ad ascoltare e comprendere. Tutto ciò che su questo pianeta è interconnesso lo testimonio in prima persona!

D. Oltre ad essere una narrativa della realtà tribale dell’Amazzonia, Tribes on the Edge suggerisce la storia universale della “tribù umana” e di come il futuro dell’umanità si intreccia con quello della natura.
Quanto è importante per Céline Cousteau educare ed informare la comunità internazionale sullo stato delle popolazioni indigene al fine di portare sostegno e favorendo, in questo modo, la possibilità che le tribù governino al fine il loro destino e la loro terra?
R. È fondamentale che il mondo capisca che esistono e che per la loro stessa sopravvivenza stanno proteggendo un ecosistema da cui tutti dipendiamo.
È essenziale che tutti sappiano e capiscano che tutto ciò che viene fatto ha un impatto. Un esempio è l’origine, la provenienza dei prodotti che acquistiamo. Il consumo o l’acquisto di beni come soia, manzo, olio di palma, oro e legno creano comunque un impatto sia in Amazzonia che in altre parti del nostro pianeta. Se conosciamo la loro provenienza possiamo anche prendere decisioni migliori che possono portare a una maggiore protezione dell’ambiente e, nel caso dell’Amazzonia anche delle popolazioni indagine che vi abitano.

D. I popoli dei Javari affrontano minacce alla loro sopravvivenza a causa dell’invasione di attività illegali come la caccia, la pesca e l’estrazione dell’oro. Il governo brasiliano guidato da Bolsonaro sta lentamente smantellando le risorse di questa terra e, i potenti “ruralistas” , spingono per lo sviluppo economico che potrebbe distruggere l’ultimo rifugio di tribù umane vecchie di secoli.
Come regista, produttore e presentatrice di documentari può spiegarci come questa lotta “apparentemente lontana” dal nostro mondo riveste invece una fondamentale importanza per noi tutti?

R. In primo luogo non credo che un film cambi nulla tranne quello che la gente sa anche se spero che la conoscenza possa essere fonte di ispirazione.
Ciò di cui abbiamo bisogno è che le persone diventino più consapevoli di quanto sta accadendo perché, solo attraverso la conoscenza ed un cambio di mentalità potremo arrivare a capire quanto l’Amazzonia sia fondamentale per la nostra sopravvivenza su questo pianeta. Solo allora, saremo in grado di agire in collaborazione ed in armonia con l’intero ecosistema. Non siamo separati gli uni dagli altri ma siamo strettamente interconnessi e la nostra sopravvivenza sulla Terra sarà garantita solo se iniziamo a prendere piena consapevolezza di cosa significa realmente essere una “specie” su questo pianeta e che la sua distruzione è solo a nostro danno. Vorrei davvero che un film fosse abbastanza per far capire questo concetto! Molto tempo fa un amico regista al quale ho raccontato dei diversi progetti a cui stavo lavorando mi ha detto : “Disegni gioielli, sai parlare in pubblico, sei ambasciatore per la nostra nazione, fai film. Capisci l’importanza del Tuo lavoro nella vita? Tutto quello che stai facendo è di spostare la coscienza umana. Non sottovalutare mai l’importanza di quanto questo possa essere potente”. Lo ha riassunto per me anche se, alla fine, questa cosa è molto difficile da misurare perché “Come posso sapere come si è spostata la mente e la coscienza di una persona?”. Devo continuare a credere che quello che sto facendo sia in grado di far accadere quel cambiamento.

D. Cosa pensi della situazione attuale che si è creata nelle foresta Amazzonica a causa dei numerosi e recenti incendi?
R. Sono devastata, ho il cuore spezzato. Gli incendi in Amazzonia non sono un fenomeno nuovo. Ho chiamato il mio contatto indigeno in Brasile e ho chiesto: “ Cosa ne pensi”? Mi ha detto che gli incendi sono esistiti in Brasile per lungo tempo sia naturalmente che artificialmente. Ciò che sta accadendo ora è un’accelerazione di ciò che accade da molto tempo, ovvero di persone che stanno cercando di conquistare la terra per fini agricoli, tranne che ora lo stanno facendo perché si sentono più audaci per merito dell’attuale status politico che non valorizza e tutela l’ambiente e di conseguenza le popolazioni indigene. A questo punto si è arrivati ad una situazione critica e la verità è che i leader indigni in Brasile sono stati assassinati per aver voluto difendere la loro terra. In Brasile è in atto da molto tempo il più alto numero di omicidi a “carattere ambientale ed umanitario” a scapito dei difensori dell’ambiente e dei loro alleati indigeni. Quindi perché solo adesso? Perché ci vogliono eventi di tale portata affinché le persone alzino la loro soglia di attenzione? Mi rattrista il fatto che ci voglia una crisi per svegliarsi e che, nel caso specifico dell’Amazzonia, gli scienziati stiano dicendo che tale crisi è irreversibile, che è troppo tardi e che si doveva agire prima. La mia risposta agli incendi è di continuare a dire “Non concentriamoci sul domare gli incendi… concentriamoci sulla prevenzione. Abbiamo guardiani in prima linea: gli indigeni!! Non c’è deforestazione nella loro terra. Supportiamoli nella protezione continua di quella terra per evitare che tutto ciò accada di nuovo. Facciamo pressione per una maggiore protezione”.

D. È un dato di fatto inequivocabile che il Nostro pianeta oramai risente dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale.
Il messaggio di fondo che vogliamo trasmettere è che non ci sarà futuro senza un maggior impegno nei confronti dell’ambiente.
A suo giudizio quale aiuto o contributo possiamo e dobbiamo dare noi giornalisti che trattiamo tematiche ambientali?

R. Innanzitutto il primo ruolo dei giornalisti è quello fondamentale di riferire i fatti, la verità e gli aggiornamenti. Il secondo ruolo è quello di mettere il tutto sotto gli occhi delle persone che forse non sanno, non prestano attenzione o non si preoccupano di quello che accade. Il buon giornalista, ha poteri straordinari per raggiungere milioni di persone, per indirizzarli davvero nella giusta direzione di un futuro migliore. Il ruolo del giornalista non è quello di travolgere il pubblico ma di farlo partecipe e fargli sentire come se avesse in mano gli strumenti per far qualcosa per il cambiamento. Sento che, collettivamente, questo è il nostro ruolo.

D. Come ultima domanda , se possibile, puoi raccontarci di qualche tuo futuro progetto o iniziativa? R. Per quel che riguarda “Tribes on the Edge” vogliamo continuare a lavorare con la Nostra campagna di impatto in modo molto diretto e specifico con le iniziative intraprese. Ritornerò in Amazzonia a Novembre e valuteremo, come mi hanno richiesto, l’avanzamento dell’edificio e della casa della comunità. Attueremo l’inizio del sostegno in modo che possano svolgere la propria opera di sorveglianza del territorio. Sto facendo un altro film che spero venga lanciato in primavera e che riguarda il Madagascar. Farà parte di una serie della quale abbiamo già girato un episodio in Patagonia. Inoltre, stiamo mettendo insieme un paio di idee per la serie negli Stati Uniti dove ci stiamo concentrando anche sugli “umani” al centro della storia ambientale in quanto, ho alcune idee in mente per progetti legati all’arte ed alla scultura. Attualmente sto anche pensando di scrivere un libro.

Un ringraziamento a Céline Cousteau per la disponibilità dimostrata ed un augurio che le Sue iniziative abbiano sempre più seguito, perché far bene all’ambiente significa far bene anche a noi stessi.