Quell’enorme lapide bianca. In memoria della tragedia delle genti Istriane, Fiumane e Dalmate di Paolo Logli

logliC’è una pagina di storia italiana di cui, fino a poco tempo fa, non si poteva parlare: le foibe. Un sacrificio negato, da non rivangare. Per prevenzione ideologica, o per partito preso: i buoni (unici per voce comune e per auto candidatura) non ci facevano una bella figura. Per altro verso, però, parlarne era spesso un tassello di un complicato gioco di equilibri ideologici: tanti morti di qui, tanti di la’… alla fine ognuno aveva i suoi cadaveri e le sue colpe, il consuntivo era zero. Per altri, se errore c’era stato, era in nome di un ideale.

Ideale. Un ideale giustifica i morti? E per converso, se un ideale frainteso causa soprusi, è solo per questo sbagliato? Non crediamo a nessuna delle due cose. Crediamo invece che la sofferenza, l’ingiustizia, i soprusi, in nome di qualsivoglia sole, dell’avvenire o meno, ci insegnino che tutte le volte che qualcuno si sente investito di una superiore missione – unto del Signore, araldo del progresso, paladino degli oppressi – qualcun altro rischia di farne le spese. E invece non c’e’ nessuna missione così superiore da giustificare il sopruso, la violenza, lo sterminio. Ne’ un dio, ne un’idea politica.

foibe 2Quell’enorme lapide bianca” è il dialogo intimo e privato tra due amici: uno sloveno e un italiano, bambini assieme in Istria prima del dramma. Lo sloveno, Ive, è cresciuto nella sua verità, fatta di slogan, pensieri semplificati da mandare a memoria. Ha una spiegazione semplice, tranquillizzante: la sua gente ha cacciato gli invasori. L’italiano, Enrico, non è sopravvissuto. Non tanto alla violenza bestiale degli sgherri di Tito, quanto al silenzio imbarazzato, velato di opportunismo politico, di tanti progressisti del suo paese, simbolo di un nemico di classe che non sapeva di essere… Simbolo di troppi casi in cui l’oppositore, il dissenziente, il diverso sono una macchia nella perfezione dell’ideologia. Da rimuovere, se necessario da distruggere. Ma non ci sono morti rossi, neri o azzurri da spregiare o appuntarsi al petto come medaglie. C’erano persone. Con affetti, sogni, speranze. Non ci sono più. E pretendono di non essere dimenticate.

A volte è facile ottenere il consenso di chi è d’accordo in partenza con quel che dici. Non dico sia meno importante, ma scrivendo “Quell’enorme lapide bianca”, un testo a cui mi sono avvicinato con cautela, quasi con pudore, sapevo che una parte politica avrebbe potuto essere d’accordo con me. Ma, e lo voglio dire a chiare lettere, a scanso di qualsiasi equivoco, non ho scritto “Quell’enorme lapide bianca” per dar fiato a sfiatate propagande di giannizzeri e saltimbanchi del potere.

Non ho scritto questo testo per fornire argomenti a chi vuole giustificare la propria barbarie morale con i delitti e i morti causati dagli altri. Ho messo mano a questo testo non solo per esprimere qualcosa che avevo dentro, ma anche per misurarmi con una memoria che all’inizio sentivo non del tutto mia, ed ho scoperto infissa nel cuore. Tuttavia, lo scopo non era cercare consensi. Semmai, interrogarmi sull’assurdità del dogma e del massimalismo, e sulle atrocità che produce.

Troppe volte abbiamo assistito alla conta dei morti, ai libri neri, rossi o di qualsiasi altro colore. Troppe. E quella conta, quel gioco a rinfacciarsi atrocità che non assolve neanche per un attimo quelle della propria parte, finalmente comincia a stare stretta a moltissimi spiriti liberi.

Sono cresciuto a La Spezia, negli anni ‘70, lì è avvenuta la mia formazione culturale e politica. Di quegli anni ricordo l’ossessione e l’obbligo di scegliere. La pressione sociale a schierarsi,  la demonizzazione dell’avversario. Possedevo, inoltre, un cognome fortemente identificato, e sarebbe stato facile decidere di guardare tutto con una lente deformante che veda solo i demeriti, e le brutture, che stanno di là. Invece, ne ero convinto allora e lo sono ancora oggi, non c’erano solo buoni da una parte e cattivi dall’altra, quanto meno, non in tema di violenza e prevaricazione dell’avversario. Ricordo perfettamente la mia difficoltà, tremenda nell’adolescenza che chiede certezze, ad accettare per intero un bagaglio ideologico o l’altro, con annessi cattivi da eliminare. Da bambino, mio nonno mi raccontava le atrocità delle foibe. Ma allora, non si poteva dire. Soprattutto non poteva dirlo lui, che era stato fascista, e lo era rimasto. Riconosco, ripensandoci, la forza di un ideale in lui, anche se io non mi sono mai sentito uomo di destra. Ne’, peraltro, sono mai stato marxista.

In virtù di una distanza, di un “non allineamento” ai dogmi, se non a quello del pensiero e della coscienza, mi sono sentito legittimato a parlare delle foibe, una tragedia negata per ragion di stato – o di popolo. Ma mi sono rifiutato di avvicinarmi a un grande dramma del secolo violento delle ideologie, usando lo strumento delle ideologie. Ce lo siamo detti mille volte, Luca Violini, Gabriele Esposto che ha composto le musiche, ed io, mentre nasceva lo spettacolo: stavolta parla la coscienza, la voglia di ideali, ma che siano puliti, per Dio. Parla il cuore, quel cuore che ha diritto, e il dovere di desiderare ideali. Ma mai ha il diritto di farli divenire alibi per la prevaricazione di chi  quegli ideali  non condivide. In questi anni abbiamo assistito troppe volte con sconcerto alla violenza delle idee, quando si sentono assolute.

Foibe

In una delle sue prime apparizioni pubbliche, a Montecitorio, questo testo scatenò una bagarre sulla stampa, per una dichiarazione dell’Onorevole Luciano Violante, che espresse il disagio provato, ascoltandolo, per le brutture e i soprusi di una parte politica di cui, comunque, continuava appassionatamente a far parte. Mi sono chiesto perché le parole del mio testo lo abbiano toccato nel profondo. Cosa avessero, in definitiva, di diverso da tutte quelle che il senatore avrà di certo ascoltato sulle foibe negli ultimi cinquant’anni. Non so dirlo. Sono certo però che nelle parole che ho scritto ci fosse un’onestà pre-ideologica, credo di essere riuscito a mettercela, perché ho voluto fortemente farlo. Non ho mai pensato di asservire il ricordo delle foibe ai trasformismi gretti e ripugnanti dei lacchè di un potere auto referenziale. Forse quella onestà che dicevo è arrivata nel profondo. Non credo – non posso credere – che un ideale possa generare mostri, nessun ideale, altrimenti ideale non è. Credo invece che ci si debba vergognare della presunzione di infallibilità che è figlia degenere dei dogmi. Credo invece che l’unica possibilità di conciliazione in questa Italia avvelenata, avvelenata di negazione sistematica dell’avversario e dei suoi valori, di incapacità di accoglienza e comprensione, sia riconoscere che anche l’ideale che infiamma il cuore può, in mani sbagliate, o in cuori meno capienti, essere movente per la bestialità. Qualsiasi ideale, anche il più puro. Non parlo della gretta malafede, della sistematica manipolazione della verità per interesse privato. Quella non mi interessa, la schifo, non voglio neppure prenderla in considerazione. Il protagonista de “…quell’enorme lapide bianca”, Enrico, dice che un ideale è una speranza. Forse i tempi sono maturi perché gli spiriti grandi possono incontrarsi su un terreno comune e parlare. Quelli che per un ideale vivono ancora, e ad esso improntano la vita personale e politica. Ma, soprattutto là in cima, non sono tutti.

 Paolo Logli, autore di Quell’enorme lapide bianca