Prix Italia 68 a Lampedusa. Intervista a Paolo Fresu di Alberto Bonfigli

LAMPEDUSA – 1948 e 68. Due numeri. Ricordano un evento che esiste da 68 anni, un premio nato quando la televisione era prerogativa solo di alcuni Paesi del Mondo, mentre in Italia la Radio era “tutto”: informazione, cultura, svago. Una lunga e gloriosa storia quella del Prix Italia, che, vicino al settantesimo compleanno, si modernizza. Ora la nuova edizione, con tre giorni che corrono paralleli come due binari: il premio (con i programmi radio-tv-web, i giurati, i riconoscimenti) e gli incontri (dibattiti, workshop, letture, anteprime). Tre giorni in uno dei luoghi simbolo di questo inizio di millennio: Lampedusa.

Lampedusa è porta dell’Europa ed è Europa essa stessa. L’emergenza immigrazione non è solo un dato di cronaca (come talvolta la catalogano sbrigativamente i mezzi di informazione). E’ un fenomeno con profonde radici storiche, politiche, culturali. E lì il servizio pubblico – la RAI – deve puntare i propri riflettori. Ne è una prova anche lo slogan che accompagna questa edizione: Historytelling, Now, la storia e il racconto oggi, oltre la barriera del tempo. Quindi la fusione tra History e Storytelling, tra Storia e Racconto.

Dunque una “porta” e le sue storie: quelle delle speranze di chi entra, ma anche di chi è diviso tra accoglienza e paura. Quella porta si chiama Lampedusa, le storie sono quelle che Prix Italia 68 – la rassegna internazionale promossa dalla Rai che premia il meglio di Tv, Radio e Web – ha scelto di raccontare con la collaborazione dell’amministrazione comunale, proprio sull’isola simbolo dei grandi movimenti migratori del nostro tempo. La manifestazione si è svolta dal 30 settembre al 2 ottobre, con un’anteprima il 29 settembre intitolata Historytelling, Now: tre giorni in cui si sono raccontate storie con i linguaggi “veloci” del web e con quelli dei media tradizionali, con immagini e voci, musica e film, inchiesta e reportage.

fresuL’ultimo appuntamento di Historytelling, Now ha visto protagonista il jazzista sardo di fama internazionale Paolo Fresu, accompagnato dai musicisti Daniele Di Bonaventura e Marco Bardoscia. Dentro al suono della tromba di Fresu c’è la linfa che ha dato lustro al jazz europeo, la profondità di un pensiero non solo musicale, la generosità che lo vuole “naturalmente” nel posto giusto al momento giusto ma, soprattutto, l’enorme ed inesauribile passione che lo sorregge da sempre.

Lo abbiamo incontrato e intervistato.

Come mai si esibisce a piedi nudi?

Perché mi piace, è una mia passione.

Riporto dalla sua biografia alternativa: nel 2011 ha festeggiato i suoi 50 anni, con 50 concerti in 50 giorni consecutivi, con 50 formazioni e progetti diversi di giorno in giorno, 50 capolavori paesaggistici della Sardegna: pare che il numero 50 sia il suo numero fortunato.

Mah, guardi, non so se sia un numero fortunato. Diciamo che è stato un numero importante: ai miei 50 anni mi sono chiesto: “cosa mi regalo per un anniversario così?”, e poi vorrei fare un regalo anche ai miei appassionati, poi alla Sardegna dalla quale provengo e alla quale devo molto, quindi mi sono inventato questa cosa, che effettivamente è stata una cosa mastodontica, una sorta di scommessa poi vinta. Effettivamente i 50 giorni li abbiamo fatti tutti, ho collezionato 140 mila persone e non è mai piovuto in 50 giorni: i concerti, tutti all’aperto, sono stati fatti tutti in Sardegna, senza palchi, senza sedie, una cosa abbastanza rivoluzionaria ma che siamo riusciti a fare bene.

Dalla banda del paese ai vertici nazionali e internazionali del Jazz: com’è stato possibile questo, oltre alla sua bravura?

Credo grazie alla passione. Bisogna avere molta passione per quello che si fa, le difficoltà diventano positive nel momento in cui si affrontano con lo spirito giusto e così si abbattono anche gli steccati dell’insularità. Anche la bravura è ovviamente importante  ma se manca la passione non si arriva da nessuna parte.

Riconoscimenti, premi, oltre 350 dischi, collaborazioni, oltre 200 concerti l’anno: insomma, tanta roba. Cosa manca a questo invidiabile curriculum?

In realtà non mi guardo indietro, nel senso che le cose son fatte. Alcune sono belle altre meno, come in tutte le cose non è la quantità che decreta l’importanza, è la qualità di ciò che si è fatto. Penso che le cose vadano fatte per trovare la strada: alcune ti aprono porte che poi dietro non c’è nulla, altre volte invece si apre una porta dove c’è una bella stanza e un’altra porta da aprire. Per cui non guardo cosa manca, nel senso che non guardo indietro per vedere quello che ha funzionato o meno. Spero invece che ci sia una speranza, che poi è un sogno, cioè continuare a fare le cose con la stessa energia, con la stessa curiosità principalmente, perché il sogno è questo: salire sul palco e fare qualcosa sul tema dei migranti a Lampedusa è una cosa in cui la musica deve essere flessa, per essere messa vicina a una parola, ad un’immagine. Per cui spero che continui questa voglia di indagare, di fare il nuovo, non adagiarsi sulle sicurezze. Credo che questo sia la speranza e la necessità per il futuro.

Alberto Bonfigli