Pitigliano e la “Torciata” di San Giuseppe di Raffaella Bragazzi

Pitigliano-Torciata-S.-Giuseppe-700x329Per celebrare degnamente la “festa del papà”, che quest’anno cade di sabato, voglio proporvi di visitare uno tra i luoghi più belli della Maremma toscana dove il 19 marzo si rinnova, ogni anno, un’antica usanza: la Torciata di San Giuseppe.
Sto parlando di Pitigliano, un borgo “magico” in cui molti anni fa capitai per caso. In quel periodo stavo realizzando dei reportage su dei nuovi prodotti biologici proposti da alcune aziende agricole dell’Italia centrale. Io e la mia troupe eravamo reduci da un servizio realizzato a Scansano. Il piano di produzione prevedeva di girare quello successivo in Umbria, ad Orvieto, due giorni dopo. Avevamo a disposizione un giorno intero per il trasferimento e quindi decidemmo all’unanimità di “prendercela comoda”.Stavamo percorrendo quella che all’epoca era denominata la statale 74 maremmana quando, superata Manciano, ci apparve Pitigliano.Invernacciu_3-800x526
Sembrava che il borgo fosse quasi sospeso su un promontorio di tufo con le case e l’imponente acquedotto che, costruiti nella stessa verticale dello strapiombo, risultavano integrati nella rupe stessa.
Era come se, da parte dell’uomo, ci fosse stata la volontà di proseguire l’opera creata da Madre Natura.Un collega, che aveva visitato la cittadina già varie volte, mi raccontò la leggenda che vuole che a fondarla siano stati due giovani appartenenti a famiglie romano-etrusche, Petilio e Celiano. Evidentemente i due ragazzi dovevano annoiarsi parecchio perché un giorno decisero di rubare nientemeno che la corona d’oro dal tempio che Romolo aveva fatto erigere, presso le pendici del monte Palatino, a Juppiter Stator ( Stator in latino significa “colui che ferma”) per ringraziarlo di aver impedito ai Sabini, con i quali i Romani erano in guerra, di oltrepassare le fortificazioni poste a difesa della città. I Romani non la presero bene (non si limitarono a pensare “so’ ragazzi”) e iniziarono ad inseguirli. Petilio e Celiano riuscirono a trovare rifugio su di una rupe che si ergeva su una vegetazione rigogliosa. Passata la paura si guardarono intorno e rimasero incantati davanti a tanta bellezza. Decisero quindi di rimanere in quel luogo così suggestivo e di costruirvi una città che si sarebbe chiamata, dalla fusione dei loro due nomi, Pitigliano. Sia o no vera questa leggenda chiunque abbia avuto l’ardire di costruire questo borgo così singolare merita tutta la nostra riconoscenza. Nel corso della storia sono molte le civiltà che hanno lasciato la propria impronta a Pitigliano.

PitiglianoAA partire da quella etrusca di cui si ritrovano le tracce in alcuni tratti della cinta difensiva del borgo, in un sistema di drenaggio delle acque che è stato rinvenuto nei pressi della piazza principale, nelle numerose necropoli che si trovano nei dintorni della cittadina e soprattutto nelle “Vie Cave”.Le Vie Cave sono incredibili percorsi a cielo aperto percorribili a piedi, con dei carri o a cavallo che gli Etruschi scavarono nel tufo sino a venticinque metri sotto il livello del terreno tra Pitigliano, Sovana e Sorano. Chi tra voi a visto il film “Il racconto dei racconti” diretto da Matteo Garrone e presentato l’anno scorso al Festival cinematografico di Cannes ricorderà che ad un certo punto nell’episodio “La pulce”, liberamente tratto come gli altri due che compongono il film dalla raccolta di fiabe “Lo cunto de li cunti “ di Giambattista Basile, l’orco mostruoso insegue la principessa Viola. Ebbene quell’inseguimento è stato girato in una delle Vie Cave che vi ho descritto. Nel corso del tempo agli Etruschi subentrarono i Romani che, in seguito, persero il dominio su Pitigliano a favore dei Longobardi. Fu proprio la nobile famiglia di origine longobarda degli Aldobrandeschi che, per molti secoli, nel periodo medioevale governò la cittadina. Tra loro ci fu anche quell’Omberto Aldobrandeschi che Dante pone nell’XI canto del Purgatorio della Divina Commedia, dove espiano le loro colpe le anime dei superbi. «Io fui latino e nato d’un gran tosco: Guglielmo Aldobrandesco fu mio padre; Non so se ‘l nome suo già mai fu vosco» Omberto, che porta un macigno sulle spalle, spiega a Dante di essersi macchiato in vita dei peccati di superbia e di arroganza forte del potere e della ricchezza che gli era stata procurata dalla sua nobile casata. E ricchi e potenti gli Aldobrandeschi lo erano sicuramente dato che riuscirono a detenere il potere in buona parte della Toscana per quasi trecento anni. Nel periodo rinascimentale Pitigliano vide l’ascesa di un’altra famiglia, questa volta appartenente alla nobiltà romana, gli Orsini. Il “passaggio di consegne” avvenne grazie ad un matrimonio. Infatti nel 1293 Anastasia, l’ultima degli Aldobrandeschi, sposò il conte Romano Orsini. Gli Orsini ebbero il merito, a partire dal XIV secolo di concedere asilo politico a molte famiglie ebree che erano scappate da Roma in seguito alle persecuzioni messe in atto, nei loro confronti, dallo Stato Pontificio. La comunità ebraica poi crebbe nel tempo tanto che Pitigliano verrà in seguito soprannominata “Piccola Gerusalemme”. Pitigliano rimase agli Orsini, a parte una breve parentesi sotto il dominio di Siena, sino al 1604 quando l’ultimo conte vendette Pitigliano a Ferdinando I de’ Medici. Da quel momento le sorti del borgo seguirono quelle del Granducato di Toscana. Le testimonianze delle civiltà che, nel corso dei secoli, si sono succedute in questa cittadina sono tutte riscontrabili nei monumenti che impreziosiscono le vie del suo centro storico che ora, virtualmente, voglio farvi visitare.pitigliano-big Caliamoci nella storia oltrepassando l’antica porta su cui campeggia lo stemma del Conte Gianfrancesco Orsini.  Pochi passi e ci troviamo in piazza Petruccioli, una delle tante piazze di Pitigliano, e da qui ci dirigiamo in piazza Garibaldi, dove ha sede il palazzo del Comune e dove, ogni anno, si svolge l’atto finale della Torciata di San Giuseppe, con cui metaforicamente si brucia l’Inverno per entrare purificati nella Primavera. La tradizione di bruciare un falò nell’equinozio di primavera ha origini antichissime. A introdurla a Pitigliano furono gli Etruschi che, oltre a bruciare enormi fuochi, celebravano contemporaneamente il rito di sotterrare un seme nella terra per propiziare il ritorno alla vita dopo i lunghi mesi invernali. Questo rito pagano si radicò a tal punto da venire, durante il Medioevo, inglobato nella tradizione Cristiana e fatto coincidere con la festività dedicata a San Giuseppe.
Alcuni giorni prima della Torciata, in piazza Garibaldi, viene eretto “L’invernacciu” che altro non è se non un enorme pupazzo di canne che simboleggia l’Inverno. Il 19 marzo un suggestivo Corteo Storico formato da figuranti in costumi quattrocenteschi si snoda tra le vie del centro storico. Al calar del sole, nella piazza, una tromba suona tre squilli.
E’ il segnale. Dall’edicola votiva di San Giuseppe, situata a valle della cittadina nella Via Cava del Gradone, una quarantina di uomini incappucciati iniziano una marcia che terminerà davanti all’invernacciu. Sono i torciatori. Vestiti con un lungo saio, ognuno di loro porta sulle spalle una grossa fascina di lunghe canne accese. Aprono questo “lungo serpentone di fiaccole”, che si inerpica nella notte per qualche chilometro verso Pitigliano, due uomini a cui è affidato il compito di portare la statua di San Giuseppe. Intanto in Piazza Garibaldi per allietare la folla e i figuranti del corteo rinascimentale si esibiscono gli sbandieratori. Finalmente i torciatori fanno il loro ingresso e gettando le loro fascine accese sull’Invernacciu lo tramutano in un enorme falò che si consumerà lentamente. Oltre a questo suggestivo evento annuale i motivi per visitare Pitigliano sono davvero tanti. Se, ad esempio, decideste da Piazza Garibaldi di imboccare Via Cavour vi ritrovereste a costeggiare il bellissimo acquedotto mediceo, costruito tra il 1636 ed il 1639 e formato da quindici archi di cui due enormi e tredici più piccoli.  Al termine della via si apre Piazza della Repubblica, la più grande piazza di Pitigliano, sul cui lato sinistro si trova una fontana monumentale, la Fontana delle Sette cannelle chiamata così per via delle sette cannelle, raffiguranti ciascuna la testa di un animale, da cui sgorga l’acqua che viene attinta dalla testata dell’acquedotto. La fontana è costituita da cinque imponenti arcate e arricchita da cinque pinnacoli. Sul lato destro di Piazza della Repubblica si apre, invece, l’ingresso della cinquecentesca Fortezza Orsini di origine aldobrandimgres-1esca e Palazzo Orsini al cui interno si trovano vari musei tra cui quello Archeologico che merita senz’altro di essere visitato. Ed ora lasciamo il Rinascimento e addentriamoci nel Medioevo. Da Piazza della Repubblica, infatti, tramite tre strade: Via Zuccarelli, Via Roma e Via Vignoli, collegate tra loro da una fitta rete di vicoli e vicoletti, si accede al centro storico medioevale di Pitigliano. A metà di Via Zuccarelli si trova il quartiere dove, sin dall’inizio, si rifugiò la comunità ebraica. La Sinagoga che si trova in vicolo Manin è stata ristrutturata nel 1995 ed è disponibile per il culto e visitabile così come il cimitero ebraico, il forno dove si cuoceva il pane azimo, la cantina scavata nel tufo dove si produceva il vino kasher, la macelleria e la tintoria kasher e il bagno di purificazione per le donne. Il bellissimo rapporto tra il borgo e la comunità ebraica continua ancora oggi grazie anche all’impegno dell’Associazione “La Piccola Gerusalemme” che organizza iniziative per la promozione e valorizzazione della storia di Pitigliano. Proseguendo su via Zuccarelli si incontra la Chiesa di San Rocco che è la più antica della città (sulla facciata si può vedere lo stemma dei Conti Orsini) e poco più in là, spostandoci in via Generale Orsini, possiamo ammirare la chiesa in stile romanico, risalente al duecento, di Santa Maria. Proseguendo si arriva al belvedere di Piazza Becherini. Per ritornare verso il centro del borgo vi consiglio di imboccare Via Roma che confluisce in Via Generale Orsini e su cui si apre Piazza Gregorio VII in cui si erge in tutta la sua bellezza il Duomo di Pitigliano. La Cattedrale, di origini medievali, è dedicata a SS Pietro e Paolo.

Ed ora, prima di concludere, i miei soliti consigli golosi

Non potete lasciare il borgo senza prima aver gustato gli gnocchi di pane al cinghiale o gli sfratti che sono deliziosi dolci di origine ebraica a forma di bastone che hanno questo nome perché ricordano, nella forma, i bastoni usati sui portoni delle case ebraiche dai messi inviati da Cosimo II de’ Medici per intimare agli ebrei del circondario di trasferirsi nel ghetto di Pitigliano. E a proposito di dolci non si può resistere dall’assaggiare anche il Tortello Dolce di pasta sfoglia ripieno di ricotta e cannella, I tozzetti (piccoli biscotti dal forte sapore di nocciola e di frutta candita) e, naturalmente, le Frittelle di San Giuseppe a base di riso e latte. Da portarsi a casa per ricordo una bottiglia di olio di oliva e una di uno dei più pregiati vini bianchi italiani DOC il “Bianco di Pitigliano” che viene conservato e stagionato nelle cantine scavate nel tufo.
Per ulteriori informazioni:
Comune di Pitigliano Tel. 0564 616322

Buon rientro, auguri a tutti i papà e alla prossima…

Raffaella Bragazzi

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