Pietro Bartolo, il medico di Fuocoammare simbolo dell’Italia che accoglie. L’intervista di Alberto Bonfigli

LAMPEDUSA – Pietro Bartolo è il medico responsabile dell’asl di Lampedusa dal 1993, conosciuto in Italia e nel mondo per essere anche il protagonista di Fuocoammare, documentario vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e attualmente in corsa per l’Oscar. Soprattutto il dottor Bartolo è un personaggio simbolo dell’Italia che accoglie e che resta umana. Il nostro inviato Alberto Bonfigli lo ha intervistato a Lampedusa.

D. Lei dottor Bartolo è un personaggio simbolo dell’Italia migliore, un’Italia che “accoglie” e con Fuocoammare ha acceso un faro sulla tragedia dei migranti. Qual è la posizione della politica italiana ed europea su questo fenomeno?

dsc_0003-copiaLa politica europea e italiana al riguardo è chiarissima. Abbiamo l’Italia che per l’accoglienza è “campione del mondo”, e su questo non ho dubbi. Perché se lei pensa che noi ci occupiamo da 25 anni, fin dal primo sbarco, io in modo particolare, del fenomeno immigrazione senza mai cacciare via nessuno, posso dire che l’Italia è “campione del mondo” ed io sono orgoglioso di essere italiano, con Lampedusa come porta d’Europa. Ma malgrado lo sforzo esagerato che ha fatto l’Italia prima con “Mare Nostrum” e attualmente con “Frontex”, rimane un tratto di mare dove ancora si muore, dove ancora bambini, donne e uomini perdono la vita. Perché adesso i trafficanti approfittano del fatto che ci sono le nostre navi a salvare i migranti, per cui in prossimità della costa libica invece di imbarcarli su navi sicure li stipano sui gommoni, ma i gommoni affondano facilmente e questa gente muore, oggi forse più di prima.

Purtroppo in Libia non c’è un governo con cui trattare, ma si potrebbero fare accordi con la Tunisia, che è confinante con la Libia. Ovviamente non è facile, ma attraverso delle organizzazioni, o con cordoni umanitari, facendo attraversare il confine con la Tunisia con la quale abbiamo buoni rapporti. E quel che facciamo qua, come ad esempio le identificazioni e tutte le incombenze burocratiche, si potrebbe fare direttamente nei campi che potrebbero essere realizzati in Tunisia, per poi far arrivare le persone in nave o in aereo.

profughiQuesto farebbe anche risparmiare denaro, anche se la cosa più importante è non fare morire quella gente. Muoiono bambini, donne e uomini, una cosa disumana, una cosa atroce sentire ancora oggi in televisione che c’è stato un naufragio e che sono morte 70/80 persone. Oppure sentire che hanno ritrovato 100 cadaveri sulle spiagge. Non sono numeri, sono persone UMANE e il nostro dovere è fare in modo che queste tragedie non avvengano.

In Europa ci sono tanti stati che non vogliono gli immigrati, tuttavia partecipano ai salvataggi, perché forse un po’ di responsabilità se la sentono addosso. Ripeto, sono orgoglioso, e lo voglio sottolineare fermamente, di essere italiano, perché l’Italia da sempre è esempio di accoglienza, di umanità, un grande popolo.

È necessario anche ringraziare chi governa e ha governato, perché nonostante i grossi problemi nessuno è stato fatto tornare indietro, non gli abbiamo fatto trovare un muro. Lampedusa è l’icona della solidarietà e dell’accoglienza in Europa, forse nel mondo, e di questo ne dobbiamo essere fieri perché facciamo la cosa buona, la cosa giusta, il dovere di ogni uomo. In banchina non ci sono solo io, ci sono le forze dell’ordine, i militari, la polizia, i carabinieri, la guardia di finanza, i volontari: siamo tutti là, siamo noi e non ho mai visto nessuno trattare male i profughi salvati dalle acque del mare.

Cosa risponde a chi afferma che l’Europa non può accogliere tutti?

Di cosa parliamo quando ci riferiamo a ‘tutti’? Lo sa quanti profughi sono arrivati l’anno scorso? 103 mila. Quest’anno siamo arrivati a poco più di 80 mila, diciamo 100 mila. Ma di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di 100 mila persone! 100 mila persone non sono niente, non sono milioni, non c’è un’invasione, anche se qualcuno vuole farci credere questo.

Puntualizzo che questo persone NON sono malate ma manifestano patologie legate alla sofferenza del viaggio, quindi parliamo di ipotermia, disidratazione e disagio psicologico perché durante il loro “viaggio”, che dura mediamente due anni, vengono torturati, rapiti, schiavizzati, imprigionati, seviziati, violentati. Non può neanche immaginare quello che subiscono queste persone, quello che raccontano. Spesso chi parla di migrazione parla di numeri,  ma chi vive sul campo, chi vede le persone, perché sono persone e non numeri, vede una storia, una storia piena di sofferenza, piena di torture, piena di tantissime cose atroci e quando arrivano in Italia, dopo aver superato quel tratto di mare funesto, finalmente trovano un paese amico. E’ importante per queste persone che vengono dall’inferno trovare un sorriso, una pacca sulla spalla, una carezza. E se hanno bisogno dal punto di vista sanitario noi ovviamente siamo là. E ci siamo sempre, a volte con grande sacrificio perché non siamo molti, però ce la facciamo, non abbiamo mai tralasciato nessuno.

Sono persone sanissime, perché se non lo fossero non arriverebbero alla fine del loro tremedo viaggio. E non sono certamente terroristi:  si immagina un terrorista che si imbarca su un gommone rischiando di morire, quando il vero obiettivo è ovviamente un altro? Questa attribuzione è decisamente inverosimile. Su quei barconi si mettono poveri disgraziati, mentre i terroristi utilizzano altri mezzi per arrivare a destinazione. L’esperienza ci dice che i terroristi ce li abbiamo in casa, quindi andare a cercare i terroristi nei gommoni è veramente da stupidi e da idioti.

Chi non vuole accogliere prova a dare anche un altro messaggio decisamente sbagliato, ossia che queste persone vengono a togliere il lavoro ai nostri connazionali. In realtà non tolgono il lavoro a nessuno, perché quando lavorano fanno i lavori più umili che nessun’altro accetta, Loro sono felici di lavorare anche guadagnando poco, perché quel poco per loro è tanto. E’ dal 1991 che vivo insieme a loro, ascolto le loro storie, sento le loro sofferenze: sono delle persone che hanno una sensibilità straordinaria. Noi siamo diventati insensibili, noi siamo diventati indifferenti, noi siamo diventati egoisti, loro no, loro questa malizia ancora non l’hanno.

Cosa significare fare il medico in una situazione di sofferenza e morte quotidiane?

Durante questi anni ho visto veramente tante cose brutte, ma anche belle e sono le seconde che mi danno la forza di continuare. Credo di essere il medico che ha svolto più ispezioni cadaveriche al mondo, una cosa infame ma che dovevo fare, perché ognuno di loro deve avere una dignità e con le ispezioni cadaveriche in parte gliela restituiamo cercando di arrivare ad un’identificazione. Con la Polizia scientifica si prendono le impronte digitali, si fanno le foto, si cerca di capire che vestiti indossano, se hanno segni particolari, se hanno un tatuaggio, se hanno protesi e, quando è necessario,  prelevare del un tessuto per poter estrarre il DNA. Questo per dare una identità, attraverso la compilazione dei verbali, dove si cerca di stabilire il motivo del decesso, perché non sempre muoiono annegati o asfissiati, a volte sono stati ammazzati. Anche questo impegno per le identificazioni è un segno di altissima civiltà, malgrado qualcuno sostenga che queste spese sono superflue e critichi il recupero dei cadaveri

Quanti migranti ha accolto, curato e ascoltato in questi 25 anni?

Guardi, tutti quelli che scendono passano dalle mie mani. Penso di essere venuto in contatto con almeno 300 mila persone. All’inizio sono stato solo per parecchi anni, oggi ho dei collaboratori, ai quali ultimamente si sono aggiunti tre nuovi medici che mi aiutano e poi un altro medico al Pronto Soccorso che aspetta quando dobbiamo arrivare dalla banchina. Sa, il problema non è il numero, siamo pochi ma ce la facciamo, il vero problema è il dopo. L’accoglienza la facciamo, siamo bravi, è il dopo più importante: l’integrazione.

Generalmente, ciò che si sente dire dai media è che i profughi non vogliono rimanere in Italia. Quanto c’è di vero?

Pochissimi vogliono restare in Italia, ma per il trattato di Dublino, una volta identificati, non possono uscire dal nostro Paese. Sono costretti a rimanere, e chi riesce a passare le frontiere viene rispedito in Italia. Perché il trattato di Dublino dice che devono essere identificati nel paese d’ingresso e là devono rimanere. Il trattato potrebbe essere ovviamente cambiato ma la maggior parte degli Stati europei non vuole accogliere i profughi quindi il trattato non si cambia. Mi auguro che l’Europa faccia quanto prima una politica più oculata, valutando anche che queste persone possono essere un’opportunità, possono essere un bene per l’Europa, considerato che l’Europa è un continente ormai vecchio, dove non si fanno più figli, dove mancano i giovani e quindi sarebbe opportuno considerare queste persone una risorsa. Li abbiamo pronti, giovani, sani, saranno forse quelli che dovranno pagare le pensioni a noi.

Ci sono state delle storie che comunque le hanno dato una speranza futura per questo fenomeno?

È un fenomeno che sicuramente potrebbe essere risolto velocemente, sempre con la buona volontà. L’Europa può accoglierli senza problema, perché non si tratta di un’invasione: parliamo di numeri esigui, come 100 mila persone, 200 mila, ma come possono far spaventare un continente dove ci sono 600 milioni di abitanti? Certo, se li portano tutti in un’unica città diventa un problema, ma se vengono distribuiti equamente, giustamente, rispettando le famiglie, le parentele, i desideri, la volontà, sicuramente dandogli la possibilità di integrarsi, dandogli la possibilità di entrare nel nostro tessuto sociale, allora il problema non c’è.

L’Europa è nata sulla base di valori fondanti quali l’accoglienza, la solidarietà, la cooperazione, ma tutto questo è stato disatteso, per cui adesso ci troviamo in questa situazione così strana dove ci sono paesi che si rifiutano completamente di accogliere e addirittura costruiscono i muri, perché non vogliono i migranti in maniera più assoluta.

Sono i paesi come l’Italia che fanno scuola in tutto il mondo, sono convinto che nel futuro ce ne verrà dato atto, perché le cose buone nel tempo vengono riconosciute. “Mare Nostrum” in un primo momento è stato criticato da tutti, poi è stata riconosciuta come una buona operazione. Sono convinto che se anche l’Italia restasse sola non farebbe mai l’errore di abbandonare, non abbiamo l’indole per farlo, non é nella nostra cultura.

Un altro aspetto che le vorrei chiedere riguarda tutte quelle povere persone che decedono: dove vengono sepolte?

Nel nostro cimitero di Lampedusa ci sono diverse persone sepolte, ma il cimitero stesso è piccolino. Ancora una volta, quindi, l’Italia dà dimostrazione di solidarietà. La Sicilia, a noi vicina, da ampia disponibilità per l’accoglienza delle salme. Di questo aspetto se ne occupano Prefettura e Questura, che non ci hanno mai lasciati soli.