Perché internet è sempre meno libero

Due terzi degli utenti del mondo vivono in paesi in cui i social network sono sottoposti a censure. Crescono le nazioni in cui per un like su Facebook si può finire in carcere. Nati con la promessa di diffondere la libertà d’informazione in tutto il globo, internet e il world wide web si trovano invece sottoposti a restrizioni e censure sempre maggiori. Il report Freedom of the net 2016, appena pubblicato dal think tank Freedom House, mostra come il livello di libertà di internet nel mondo sia in declino per il sesto anno consecutivo, a causa della crescente repressione da parte dei governi.

di Andrea Signorelli, La Stampa, 15 novembre 2016

Nel report è stato analizzato il comportamento dei governi in 65 paesi del mondo, rappresentativi dell’88% della popolazione. Per il secondo anno consecutivo, la Cina si è dimostrato il paese più restrittivo nei confronti della rete, seguita da nazioni come Siria e Iran (la Corea del Nord non è stata inclusa nel rapporto).

L’Italia, nonostante riceva un punteggio inferiore rispetto al 2015 (forse a causa della contestata legge sul cyberbullismo, il cui iter non si è però ancora concluso), si inserisce tra i paesi che godono di maggiore libertà; gruppo guidato da Estonia e Islanda e di cui fanno parte le nazioni dell’America del nord, dell’Europa occidentale, oltre a Giappone, Australia, Sudafrica, Kenya e Filippine.

Ma si tratta di un piccolo gruppo privilegiato: a vivere in paesi in cui internet è davvero libero è solo il 24% della popolazione globale, mentre ben il 64% vive in nazioni che non garantiscono la libertà della rete (tra cui vanno segnalate anche Russia e Turchia) oppure la garantiscono solo parzialmente, come l’India, il Messico o l’Ucraina.

Nel 2016, inoltre, i governi autoritari hanno scoperto un nuovo nemico nei servizi di messaggistica istantanea, in particolare quelli che proteggono le comunicazioni con la crittografia come WhatsApp e Telegram. Durante il 2016, WhatsApp (il più colpito) è stato bloccato in ben 12 paesi, tra cui Bangladesh, Bahrain ed Etiopia; Telegram è invece stato fermato in Cina, dove stava diventando sempre più popolare tra i sostenitori dei diritti civili.

I bersagli prediletti, però, rimangono sempre i social network: nel 2016 ben 24 governi hanno impedito l’accesso a Facebook, Twitter o altre piattaforme (erano 15 l’anno scorso), con il risultato che il livello di libertà su internet è peggiorato in 34 paesi sui 65 presi in considerazione. In particolare, il Brasile e la Turchia sono stati declassati da “parzialmente liberi” a “non liberi”.

Nel complesso, il 27% degli utenti di internet vive in paesi in cui è possibile venire arrestati per aver pubblicato, condiviso o anche solo messo un like a qualche contenuto sgradito su Facebook. Ad allarmare è anche il fatto che le nazioni che effettuano arresti per simili ragioni sono aumentate del 50% rispetto al 2013.

Tra i casi più noti, viene ricordato l’arresto di uno studente 22enne in Egitto, condannato a tre anni di carcere per aver postato un’immagine del presidente al-Sisi con le orecchie di Topolino; mentre in Turchia un uomo ha ricevuto un anno di condanna (con pena sospesa) per aver affiancato delle foto di Erdogan ad alcune immagini di Gollum, il personaggio del Signore degli Anelli. Le cose vanno ancora peggio in Arabia Saudita, dove un uomo è stato condannato a 10 anni di prigione e 2mila frustate per aver diffuso l’ateismo attraverso i suoi tweet.

Ma nel report vengono citati anche esempi positivi – provenienti da Argentina, Giordania, Nigeria e altri paesi ancora – in cui campagne politiche nate sui social network hanno avuto effetti concreti nel promuovere i diritti della comunità Lgbt, delle donne e nel diffondere gli ideali di giustizia sociale e libertà politica. Le stesse ragioni per cui, sempre di più, i governi autoritari vedono in internet un pericoloso nemico.