Per i giornalisti l’accesso agli atti non è automatico

Sentenza Consiglio di Stato, Sez. IV, 12 agosto 2016 n. 3631. Resta difficile il diritto di accesso agli atti per i giornalisti.

di Guglielmo Saporito, Il Sole 24 Ore, 19 agosto 2016

Secondo la sentenza del Consiglio di Stato 12 agosto 2016, n. 3631, non basta al redattore di una testata specializzata, invocare il diritto di cronaca per ottenere dal ministero dell’Economia copia dei contratti derivati stipulati dallo Stato con 19 istituti di credito stranieri. O, quanto meno, non basta al giornalista invocare la legge 241/1990 ed il generico diritto di accesso ivi previsto.

Rimangono così riservati i contratti sottoscritti (per oltre 150 miliardi) dallo Stato per proteggersi dalle oscillazioni di valute e tassi d’interesse. Secondo i giudici, non esiste un rapporto tra diritto d’accesso (legge 241/1990) e libertà di informare. Se il giornalista adopera lo strumento del diritto di accesso previsto dalla legge 241 (articoli 22 e seguenti) invocando la sua “libertà di informarsi per informare”, deve rispettare le regole di tale legge e quindi i limiti che essa pone alle richieste di dati.

La Costituzione (articolo 21) configura la libertà di cronaca e quella d’informare, la libertà di opinione e quella di stampa, ma il Consiglio di Stato distingue due profili: attivo e passivo. Il primo coincide con la libertà d’informare (comunicare e diffondere idee e notizie); il diritto di stampa e di opinione, nell’aspetto passivo, attiene invece ai destinatari dell’informazione e consiste nelle libertà di esser informati.

Ma un conto è la libertà d’informare, altro è quella di accedere alle informazioni. La libertà d’informazione, come libertà di informarsi per informare, consiste nell’interesse a ricevere le notizie in circolazione e non coperte da segreto o da riservatezza e a monte ha l’interesse a ricercare le notizie. C’è quindi una relazione giuridica tra chi informa e chi viene informato, ma il diritto ad essere informati non può accrescere il diritto di accesso di chi informa, né nei contenuti né nel risultato.

I giudici ritengono quindi insufficiente il richiamo a legge 241 ed esercizio dell’attività giornalistica. Ma la sentenza sottolinea che è in corso un’evoluzione normativa sulla trasparenza: la direttiva 2003/98/Ce sull’informazione nel settore pubblico, il Dlgs 33/2013 (sull’accesso civico) con obbligo di pubblicazione sull’uso delle risorse pubbliche e il Dlgs 97/2016 (detto Foia, Freedom of information act) con un sito denominato “Soldi pubblici” sono forme diffuse di controllo. E la direttiva 2014/24 sugli appalti pubblici amplia la legittimazione dei cittadini in qualità di contribuenti a un corretto svolgimento dell’attività amministrativa. Del resto, pochi giorni fa il Tar Lazio (sentenza 8755/2016, si veda il Sole 24 Ore del 9 agosto) ha ammesso l’accesso su atti del protocollo diplomatico per la vicenda dei Rolex arabi e il Tar Veneto (sentenza 9 agosto 2016, n. 952) ha consentito la verifica dei contributi concessi per una tromba d’aria.