Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi

FERRARA – Cosa vedeva Ludovico Ariosto quando chiudeva gli occhi? Quali immagini affollavano la sua mente mentre componeva il poema che ha segnato il Rinascimento italiano? Quali opere d’arte furono le muse del suo immaginario?

A queste domande vuole dare una risposta la mostra organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte per celebrare i cinquecento anni della prima edizione dell’Orlando furioso. Concepito nella Ferrara estense e stampato in città nel 1516, il poema è uno dei capolavori assoluti letteratura occidentale che da subito parlò al cuore dei lettori italiani ed europei.

Più che una ricostruzione documentaria, l’esposizione sarà una importante rassegna d’arte vera e propria: una straordinaria narrazione per immagini che condurrà il visitatore in un viaggio appassionante nell’universo ariostesco, tra battaglie e tornei, cavalieri e amori, desideri e incantesimi. I capolavori dei più grandi artisti del periodo – da Giovanni Bellini a Mantegna, da Dosso Dossi a Raffaello, da Leonardo a Michelangelo e Tiziano – oltre a sculture antiche e rinascimentali, incisioni, arazzi, armi, libri e manufatti di straordinaria bellezza e preziosità, faranno rivivere il fantastico mondo cavalleresco del Furioso e dei suoi paladini, offrendo al contempo un suggestivo spaccato della Ferrara in cui fu concepito il libro e raccontando sogni, desideri e fantasie di quella società delle corti italiane del Rinascimento di cui Ariosto fu cantore sensibilissimo.

Grazie al sostegno dei maggiori musei del mondo, le opere note o ammirate dal poeta, saranno riunite a Ferrara per dare vita ad un appuntamento espositivo irripetibile: dal leggendario Corno di Orlando di Tolosa, con il quale l’eroe metteva in fuga i pavidi avversari, alla straordinaria Scena di battaglia di Leonardo da Vinci proveniente da Windsor, in cui il poliedrico artista toscano restituisce, con straordinaria leggiadria, un cruento groviglio di cavalli e cavalieri; dalla preziosa terracotta invetriata dei Della Robbia raffigurante l’eroico condottiero Scipione proveniente da Vienna, al romantico, trasognato Gattamelata di Giorgione di Firenze, celebre comandante di ventura ritratto nella sua luccicante armatura moderna; dalla raffinata illustrazione di Andromeda liberata da Perseo di Piero di Cosimo degli Uffizi, dipinta in punta di pennello e fonte dell’episodio di Ruggero che salva Angelica dalle spire del drago, all’immaginifica e monumentale visione di Minerva caccia i vizi dal giardino delle virtù di Andrea Mantegna del Louvre, che Ariosto vide nel camerino d’Isabella d’Este, le cui figure fantastiche paiono averlo ispirato per narrare del corteo di mostruose creature incontrato da Ruggero nel regno di Alcina.
Ariosto non smise mai di rielaborare il suo poema, che fece nuovamente stampare a Ferrara, con lievi ritocchi, nel 1521 e una terza volta, sensibilmente rimaneggiato, nel 1532, pochi mesi prima di morire.
Negli anni tra la prima e la terza redazione del Furioso il mondo attorno al suo autore cambiò radicalmente e in più ambiti, a cominciare dagli sconvolgimenti culminati nella battaglia di Pavia del 1525 che segnò la sconfitta di Francesco I – evocati in mostra dalla preziosissima Spada da parata riccamente ornata del sovrano francese e dal severo e intenso ritratto del condottiero Andrea Doria di Sebastiano del Piombo – e l’inizio dell’egemonia politica e culturale di Carlo V sulle corti padane. Analogamente, nelle arti figurative maturano negli stessi anni espressioni nuove, trionfa quella Vasari chiamerà “maniera moderna” e si consacra la fama di artisti quali Raffaello e Michelangelo di cui Alfonso I d’Este, signore di Ariosto, desidera ardentemente possedere le opere.
L’espressione nuova che, in letteratura, Ariosto porta a compimento nell’edizione del 1532 (il poema, è stato detto, è «classico di una classicità nuova»), è concomitante alle nuove espressioni nel campo dell’arte. Ariosto assiste e talvolta contribuisce alla nascita dei capolavori che Bellini, Dosso e Tiziano hanno dipinto per il camerino del duca, come il Baccanale degli Andrii, tela che, eccezionalmente concessa dal Museo del Prado, tornerà a Ferrara dopo quasi cinquecento anni dalla sua creazione.
Mostra a cura di Guido Beltramini e Adolfo Tura, organizzata da Fondazione Ferrara Arte e MiBACT Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.