“Orecchie” una tragicomica giornata alla scoperta della follia del mondo. Al cinema dal 18 maggio

Ti svegli la mattina, con un fastidioso fischio nelle orecchie e con un post-it sul frigo della tua fidanzata, che ti dice che è morto un tuo caro amico di cui non ti ricordi l’esistenza, e che si è presa la macchina. Poi suonano alla porta, apri, ci sono delle suore che vogliono evangelizzarti, e quello è l’inizio di un bizzarro giorno qualunque che cambierà il modo di vedere te stesso e la vita. Dentro Orecchie ci sono Jarmush e Kaurismaki, un pizzico del Kevin Smith di una volta, ma dentro Orecchie c’è soprattutto la verve surreale ed esistenzialista voluta da Alessandro Aronadio, che col suo secondo lungometraggio firma una piccola operetta filosofica che va giù come una bibita ghiacciata d’estate. Recensione dI Federico Ghironi per Cooming Soon
Con quel bianco e nero lì, e col gioco che il regista fa col formato dell’inquadratura, e senza contare appunto le pur leggere ambizioni tematiche, quello di Aronadio aveva tutte le carte per essere un piccolo film spocchioso e ruffiano: ma finisce con l’essere invece tutto il contrario. Merito della scrittura (dello stesso regista) e del tono del racconto, che con understatement, leggerezza e semplicità non forza mai la mano a situazioni, personaggi e dialoghi; rimanendo sempre “un po’ meno”. Nel corso di una lunga, scorrevolissima giornata, frutto del peregrinare attraverso una Roma frantumata e liberamente ricomposta, il turbinare degli incontri del protagonista (che è stato intelligentemente trovato in un esordiente, Daniele Parisi), non è mai caotico né frenetico, ma il frutto quasi spontaneo e obbligato di una deriva fisica ed emotiva, attraverso la quale Lui troverà il modo di approdare sull’altra sponda di sé stesso. Curiosamente, in un film squisitamente laico, si parte con delle suore per arrivare a un prete (bravo e misurato Rocco Papaleo) conscio che il suo ruolo, in fondo, è quello di regalare a chi ne ha bisogno l’illusione di una consolazione e di un mondo migliore. Quel mondo che il protagonista rifiuta per la sua stupidità e la sua insensatezza ma che è “l’unico che abbiamo”. Da segnalare i dialoghi coi medici interpretati da Andrea Purgatori e Massimo Wertmüller (con la sadica e ridicola vendetta di quest’ultimo nei confronti dei pazienti che vogliono per forza avere qualcosa), e il ritorno sul grande schermo, in un cammeo azzeccatissimo e in linea col personaggio, di Alberto Abruzzese, uno dei più importanti intellettuali italiani che era apparso diversi anni fa nei primi tre film di Nanni Moretti: Io sono un autarchico, Ecce Bombo e Sogni d’oro.  Recensione dI Federico Ghironi per Cooming Soon