La prima estate di pace a Sarajevo

Trent’anni fa Sarajevo viveva la prima estate di pace dopo un assedio che sembrava infinito. Il più lungo della storia bellica moderna. Più dell’assedio di Leningrado. Gli accordi di Dayton del novembre ’95 avevano messo fine alla guerra.

Articolo di Antonio Armano su Treccani.it

La più grande carneficina europea dopo la seconda guerra mondiale, con circa 100mila vittime e due milioni di sfollati su 4.3 milioni di bosniaci. Messi con le spalle al muro dai bombardamenti Nato, gli assedianti serbi si erano ritirati, rinunciando alla capitale.
Sarajevo restava alla componente musulmana. Ma che cosa restava della Sarajevo multietnica per cui molti credevano di avere combattuto? Il patto di divisione della Bosnia tra serbi, musulmani e croati – reso possibile solo grazie alle pulizie etniche – non poteva che sancire la fine della convivenza. Il ritorno dei profughi era destinato a restare lettera morta. A cosa era servito il sacrificio di tanti giovani sarajevesi, uccisi in combattimento, o mentre manifestavano per la pace come Suada Dilberović? E il gesto utopistico di Moreno Locatelli dei Beati costruttori di pace, seccato sullo stesso ponte, mentre cercava di depositare dei fiori in memoria di Suada? Fa impressione sentire dopo tanto tempo questi nomi, rileggendo Gli ultimi ragazzi del secolo, di Alessandro Bertante.

Suada Dilberović, studentessa di medicina, è stata la prima vittima dell’assedio serbo… Riesumando un mio antico servizio a Sarajevo ritrovo la foto del ponte sforacchiato dove è stata uccisa. Bianco e nero. Ferro sforacchiato dai proiettili, fiori secchi. Una targa dice: “Kap moje krvi poteče. I bosna ne presuši”, “Una goccia del mio sangue scorre. E la Bosnia non inaridisce”. Ritrovo la foto della targa della via intitolata a Moreno Locatelli. Le avevo dimenticate. Non avevo dimenticato un’altra foto. La foto di una donna che cammina imperterrita su un ponte superando con una falcata un buco nell’asfalto da cui si vede l’acqua della Miljacka. Suada era nata nel ’68, più o meno come me, come Bertante, come tanti altri “ultimi ragazzi del secolo”.

Non si poteva essere indifferenti alla fine dell’incubo bellico, non gioire per Dayton e la fine dell’assedio, ma l’esito di quattro anni di conflitto era la divisione etnica. La pace amara e paradossale sanciva gli obiettivi dei nazionalisti. Anche di quelli serbi, nonostante tutto. Ricordo la disperazione, lo sbando, la gente che vagava nel nulla, tra auto bruciate, nella parte serba. Gli sguardi degli sconfitti sulla strada per Pale, il covo di Karadžić, ricercato per crimini contro l’umanità.

Nello scalcinatissimo ospedale di Kasindo, una donna non riusciva a espellere il figlio morto nella pancia. Mancava il farmaco per curarla. L’abbiamo recuperato a Sarajevo per cento marchi. Per passare dall’altra parte bisognava lasciare la macchina, varcare la frontiera a piedi, trovare un’altra macchina. A tutt’oggi le due entità in cui è diviso il Paese – Federazione croato-bosniaca e Repubblica serba – non si parlano, restano separate. Le etnie vivono divise. Ognuno nel suo pezzo di Bosnia, nella sua piccola patria. La mitica e problematica multietnicità degli slavi del Sud è stata distrutta dalle granate, dalle mine, dagli stupri, dal lager, dai cecchini, dall’esodo di milioni di persone tra gli scheletri delle case.

Tutte cose che non si pensava di rivedere in Europa dopo mezzo secolo di pace. Di pace? Non la chiamavano guerra fredda? Tanto fredda non era se pensiamo all’invasione di Praga nel ’68 e Budapest nel ’56. Crollato il muro di Berlino, a qualche ora di macchina da Trieste tornavano ad agitarsi vecchi e lugubri spettri che si pensava relegati nella pagine di Kaputt: tornava d’attualità il cesto pieno di occhi serbi, portati in dono al dittatore croato Ante Pavelić, dei racconti di Malaparte.

Il reportage di guerra sconfinava nel surreale macabro senza un confine preciso tra fantasia letteraria e mera cronaca. Non era stato solo il genio di Malaparte ad abolire quel confine. Era stata la realtà a varcarlo rubando certi deliri a Goya.

Quel cesto di occhi si è rovesciato sulla tovaglia delle famiglie occidentali, all’ora del tigì, dopo il decennio dorato degli anni ’80, con la guerra nella ex Jugoslavia… Che cosa ha significato, per chi era giovane in quell’epoca, per “gli ultimi ragazzi del secolo”, vedere la gioia per la caduta del Muro spenta dai gelidi inverni della città assediata, quando tutto il legno si bruciava per scaldarsi e non ne rimaneva per le bare? Due film e un romanzo autobiografico cercano di restituire il senso di un’epoca che non ha ancora trovato un senso, visto che nel Donbass si combatte ancora e ci si continua a dividere tra filorussi e filoucraini, pro e contro Putin.

I film sono: Perfect day, dello spagnolo Fernando de Aranoa, e Sole alto, di Dalibor Matanić. Il libro di Bertante l’ho già citato. Dimenticavo l’editore: Giunti.

Troppa grazia o potenza degli anniversari? Eravamo rimasti a Chiedo scusa se vi parlo da Sarajevo, di Marko Vešović, uscito in Italia nel ’96, con quel titolo che implorava un residuo dell’esausta attenzione per la tragedia bosniaca. Il titolo originale era più celaniano e militante, Smrt je majstor iz Srbije, La morte è un maestro che viene dalla Serbia, ma la versione italiana diceva qualcosa di ugualmente significativo, con quell’excusatio commovente da parte di chi si era permesso di parlare ancora, di scrivere ancora.

E dunque cosa ha insegnato “mastro morte” alla generazione uscita dagli anni ’80, che in Italia sono stati Altri libertini di Tondelli e Siamo solo noi di Vasco Rossi ma anche la Milano da bere e la cleptocrazia craxiana? Le illusioni di una fine della storia, per dirla con la sfortunata espressione di Fukuyama, erano destinate a infrangersi.

Del senno di poi sono piene le fosse e figuriamoci se non ce n’è un po’ anche nelle mass graves bosniache, ma in questo caso la smentita si è fatta subito sentire. I Balcani hanno sempre prodotto molta storia e non si sono fatti attendere alla chiamata. Il secolo breve, iniziato con l’attentato di Sarajevo – a opera di uno studente serbo-bosniaco – e la prima guerra mondiale, finiva con le nuove guerre balcaniche. Prima tra Serbia a Croazia, poi in Bosnia, infine in Kosovo tra serbi e albanesi. Sempre i serbi di mezzo. Disposti a uccidere e morire per vendicare Kosovo Polje, alla faccia della globalizzazione e di Internet che stavano cambiando il pianeta. Le altre etnie non si sono tirate indietro. Kosovo Polje, 15 giugno 1389! L’89, in fondo, non era che il seicentesimo anniversario di Kosovo Polje.

Il film Perfect day racconta la storia di un gruppo di volontari europei che, verso la fine del conflitto, devono rimuovere da un pozzo un ingombrante cadavere per restituire l’acqua al villaggio. Ci vuole una corda. Robusta. Il morto è obeso. Dove trovarla in mezzo a quel disastro? La ricerca li porta in giro per le aspre montagne bosniache, tra villaggi devastati e abbandonati, in compagnia di un ragazzino locale che fa da guida. Non si spara più ma il principale pericolo sono le mine. Sono molto belle le scene in cui il gruppo segue all’alba una vecchia contadina rugosa che porta le vacche al pascolo. Se ci passano le vacche possiamo passare anche noi. Se ci passano le vacche le mine sono altrove.
Un po’ manieristica la contrapposizione tra le volontarie giovani e carine e gli operatori umanitari più vissuti e scafati. Benicio del Toro su tutti. Mi ha lasciato perplesso la decisione di girare il film in Spagna. Tra paesaggi da spaghetti western. Guardandolo pensavo: ma questa non è la Bosnia… I titoli di coda hanno confermato l’impressione iniziale. Non vedevo i tipici scheletri affumicati delle case distrutte dalle bombe incendiarie, dove rimane in piedi qualche muro e la canna fumaria. In un villaggio devastato dalla pulizia etnica c’erano cippi funerari musulmani ma nessun minareto. Se c’è un cimitero islamico ci deve essere anche un minareto. A giustificazione di queste discrepanze va detto che il film rifugge una precisa collocazione geografica. Perché non vuole raccontare una storia ma tutte le storie attraverso la picaresca ricerca della corda in Bosnia. Vuole raccontare le difficoltà per gli europei di capire la situazione, l’impotenza occidentale… Il pirandelliano rompicapo balcanico. Ci si mettono anche in caschi blu a complicare la situazione.

In Sole alto, film più potente e poetico, vediamo una coppia di giovani attori croati, Goran Marković e Tihana Lazović – rispettivamente nati a Spalato e Zara -, interpretare tre diverse coppie miste, cioè interetniche, in tre diverse fasi storiche. All’inizio della guerra, dopo la fine della guerra e oggi. In realtà, nel secondo episodio, nettamente il più bello, Goran e Tihana non sono una coppia ma due giovani che devono convivere loro malgrado, Ante e Nataša. Ante – stesso nome di Pavelić! – è un muratore croato, e sta risistemando la casa dove Nataša è tornata a vivere con la madre dopo la guerra. Nataša è serba e lo odia, lo tratta malissimo, ma l’attrazione tra due giovani corpi solitari nella desolazione posbellica vince le divisioni, la memoria dell’odio. Almeno per il tempo di un torrido pomeriggio di sesso. Sullo sfondo il vasto fiume ungarettiano. L’acqua come desiderio istintivo di ritorno a un momento ancestrale, a una fase pre-razionale dove l’uomo non ha ancora eretto confini. L’oblio forse, se la memoria è memoria di odio, premessa di vendetta. Sole alto sfuma alla fine nel presente della Dalmazia turistica, nella musica techno, nel divertimento da discoteca, ma la memoria rispunta anche lì. L’amore interetnico al tempo delle guerre etniche. L’impossibilità di non amarsi, l’impossibilità di amarsi: c’è qualcosa di più lontano da una guerra civile dell’attrazione tra giovani corpi nemici? L’amore è istintivo, naturale, l’odio lo aggiunge la storia.

Dalla costa dalmata parte anche il racconto autobiografico di Alessandro Bertante. Nel ’96, dopo la pace di Dayton, lo scrittore milanese non è ancora uno scrittore e si trova su un’isola dalmata, Hvar, con un amico, Davide, in vacanza. Qui avviene l’incontro con dei ragazzi di Sarajevo, uno dei quali porta nella carne i segni della guerra. I ragazzi di Sarajevo invitano i ragazzi di Milano ad andare a vedere, a muoversi da lì, a raggiungere la capitale della Bosnia, o meglio quel che resta dopo quattro anni di assedio. I due, in ciabatte, bermuda e col Pandino, cioè una Fiat Panda scassata, non se lo fanno ripetere. Passano per Mostar, dove l’antico ponte ottomano, da cui si tuffavano i ragazzini, è stato abbattuto. I ragazzini continuano a tuffarsi nella Neretva.
Ricordo di avere visto quei tuffi ai tempi di Tito. I ponti si possono abbattere, i fiumi continuano a scorrere. I tuffi non finiscono mai. Durante la guerra magari erano involontari… Il viaggio in Panda continua fino a Sarajevo. C’è ancora il coprifuoco, ci sono le macerie, gli operatori umanitari. A poche ore di Panda da Hvar. Durante la guerra in Bosnia – per quattro lunghi anni e altrettante estati – ci si chiedeva qui come fosse possibile che sulla riviera romagnola i ragazzi italiani si sballassero in discoteca e oltre il mare dovessero scappare dai cecchini, combattere, seppellire gli amici. Bertante, come tutte le persone che avevano vent’anni o giù di lì all’epoca, ha la consapevolezza di un privilegio. Un privilegio triste, inutile, assurdo. L’inutilità e la solitudine del giovane maschio occidentale contemporaneo.

Lo stesso privilegio che ha Goran nel terzo episodio di Sole alto. La guerra è finita ma inizia il rave party. Ci si impasticca. La dissipazione sintetica invece della guerra atavica. Come si viveva in Italia mentre in Bosnia ci si scannava? Questa narrazione si intreccia all’altra. Gli anni ’90… Tangentopoli, l’aids, la crisi economica e il debito pubblico, la disoccupazione giovanile, la discesa in campo di Berlusconi: “L’Italia è il paese che amo”.

Bertante, guardando le divise dei soldati italiani in Bosnia, constata di non amare l’Italia. Non ama né mitizza l’età giovanile, casomai mitizza questo disamore, la ribellione, la solitudine. Forse qualche era passata, meno sintetica di quella attuale? Difficile dire. Gli ultimi ragazzi del secolo è un libro molto forte, demolitivo, desertificante. Dopo un paio di giorni a Sarajevo, l’autore torna verso il mare. Impossibile trovare se stessi, ma anche essere qualcun altro. Almeno al di fuori della scrittura, finché esisterà.

Foto di Antonio Armano