La passione per la cultura è un antidoto contro il veleno dei reati

Lo studio è spesso una grande occasione di riscatto per le persone detenute, ma lo è doppiamente per le persone che stanno nelle sezioni di Alta Sicurezza, e quindi hanno alle spalle storie pesanti di criminalità organizzata, ma spesso anche una grande povertà culturale.

Il Mattino di Padova, 9 gennaio 2017

“È lo studio che mi ha permesso di apprendere che esistono delle regole che si chiamano legalità”, scrive un detenuto, e questo è vero per molti: cresciuti in ambienti culturalmente arretrati, arrivano spesso per la prima volta proprio in carcere a misurarsi con lo studio, e scoprono il piacere della cultura, della crescita personale, della presa di distanza da un passato, dove l’illegalità era la regola, nella vita quotidiana così come nella vita criminale. Per questo il Volontariato che si occupa di pene, di carceri, di reinserimento nella società di chi ha sbagliato chiede che cambi la qualità della vita detentiva, e che sia dato più spazio, oltre che al lavoro, alle attività culturali, che le carceri perciò non “muoiano” alle tre del pomeriggio, ma continuino nel corso della giornata a essere luoghi vivi con orari che assomiglino di più alla vita vera. E con la possibilità continua di un confronto con la società, che avviene solo quando i cancelli del carcere si aprono per accogliere le scuole, le parrocchie, l’Università, il mondo del lavoro, come avviene a Padova, e come dovrebbe avvenire più spesso in tutte le carceri del nostro Paese.

Per me lo studio è un formidabile strumento di consapevolezza e di conoscenza di sé

Sono entrato in carcere giovanissimo e paradossalmente, proprio in carcere, ho conosciuto un altro mondo, quello della cultura. Un mondo, quello dello studio, che mi affascina, e mi rammarico di non averlo scoperto prima. Si, perché quand’ero in libertà non avevo tanta voglia di andare a scuola, ci andavo malvolentieri, sono riuscito a prendere la terza media e pure a stento. Oggi invece ho capito l’importanza dello studio e grazie ad esso sono riuscito a spendere in modo proficuo questo tempo che prima consumavo inutilmente.

In carcere, dopo tante difficoltà e sacrifici, sono riuscito finalmente a diplomarmi: che dire? è stata un’esperienza straordinaria, mi ha arricchito tantissimo sotto molti aspetti. Tuttavia il mio cammino non si ferma qui, ma continua. Tant’è che mi sono iscritto alla facoltà di Lettere, Arti, Storia e Società indirizzo Comunicazione e Media Contemporanea per le Industrie Creative. Dunque mi si potrebbe chiedere a cosa possa servirmi una laurea se poi non può essere spendibile concretamente, vista la mia condizione di ergastolano. Bè, per una cosa semplicissima, e cioè, perché, a prescindere della spendibilità di un diploma o di una laurea, per me lo studio significa riscoprire la propria qualità e capacità individuale, significa dare un senso a questo luogo di non senso e avere una visione differente sia per gli anni di detenzione, e perché no, sia per un prossimo ritorno nella società, proprio perché ogni persona deve avere il diritto alla speranza, diversamente perde il senso di essere in quanto tale. Perché ritengo che l’istruzione sia la base essenziale per raggiungere il primo passo nella ricostruzione dell’identità personale.
Sono davvero grato all’altro me di avermi invogliato allo studio. A lui devo tutto, poiché mi ha aiutato a dare delle risposte a quelle domande che ogni persona durante il cammino della propria vita prima o dopo si pone.
Mi ha insegnato a vedere le cose sotto angolature molto diverse.
Mi ha aiutato a imparare a dare un senso ad ogni incontro, ad ogni colloquio, e valore ad ogni cosa.
Mi ha aiutato a essere libero e a rendermi conto nonostante tutto che sono vivo, perché la cultura è esistenza, è libertà, ti appartiene, ti apre una finestra con il mondo, un rapporto con il fuori che ti permette di acquisire strumenti d’interpretazione critica del presente. È uno strumento mentale per il proprio compimento ed il miglioramento personale, è un mezzo capace di orientare la persona su orizzonti inesplorati, a fare analisi critica, a indirizzarla verso un progetto di creazione, che contribuisca a reimpostare, a rafforzare il proprio futuro. Dà indipendenza nel pensare e nell’agire. È un tempo che ti spinge a rivolgere lo sguardo dentro, a venire a sapere ciò che sei con coscienza, è un formidabile strumento di consapevolezza e di conoscenza di sé.
Ecco a cosa serve lo studio. Ecco a cosa è servito a me lo studio, e questo indipendentemente dalla condizione in cui mi trovo.

Giovanni M.

 

Lo studio mi rende libero, mi porta il mondo nella cella

Sono Taurino, ho 51 anni e da 25 mi trovo in carcere perché condannato all’ergastolo per concorso in omicidio. Io non so spiegare fino in fondo e in maniera convincente perché alcune persone devono prima perdersi per poi ritrovarsi: io sono una di quelle persone che hanno prima smarrito e poi ritrovato la strada grazie allo studio e non al carcere.

Fin da subito dico che studiare per me ha una valenza vitale: mi permette di respirare, mi permette di continuare ad illuminare la strada ancora buia, per alcuni tratti che devo percorrere prima di uscire definitivamente dall’oscurità…
Intendo dire con questa affermazione che studiare mi permette di continuare a vivere uno scampolo di vita secondo ideali e valori che prima dello studio non conoscevo.
Lo studio mi rende libero, mi porta il mondo nella cella: e io con il mondo ci parlo, e quando chiudo i libri o termino di preparare un esame avverto una sensazione di smarrimento, di straniamento.
Vivere la dimensione del carcere è in qualche modo come se il luogo stesso volesse spazzare via tutta la preparazione e anche i sacrifici fatti durante lo studio.
Lo studio è però quella componente della vita che mi ha permesso di crescere culturalmente; mi ha fatto conoscere il mondo, i suoi travagli, il suo progresso.
Ed è sempre la conoscenza appresa dai libri che mi ha “suggerito” che stare al di fuori dei processi produttivi equivale ad essere un parassita.
È lo studio che mi ha permesso di apprendere che esistono delle regole che si chiamano legalità, valore questo al quale oggi mi appello con tutte le mie forze.
Studiare per me è stata una scelta e non un rimedio per contrastare la solitudine e le nevrosi che il carcere comporta.
Mentre scorre la penna sul foglio mi è compagno il silenzio complice – sono le cinque di mattina – che solo il carcere può dare.
È un silenzio che non è uguale a nessun altro silenzio né a quello descritto sui testi sacri né a quello dei conventi. Questo è un silenzio che grida, un silenzio amaro.
Un silenzio però che per primo ha parlato alla coscienza del sottoscritto, che si è risvegliato ed è diventato – grazie allo studio – una persona nuova.
Rapportarmi coi libri e col mondo universitario (sto scrivendo la tesi di laurea in Beni culturali) è ciò che conta di più per me in assoluto, perché lo studio, ovvero la conoscenza, è quello strumento che rompe le catene del “servaggio” e rende finalmente liberi.

Taurino