La marcia delle “stagioni”: cambiamenti climatici, fenomeni estremi ed incuria dell’uomo.

Per stagione si intende ciascuno dei periodi in cui è suddiviso l’anno solare.
Secondo la suddivisione astronomica una stagione è l’intervallo di tempo che intercorre tra un equinozio e un solstizio; si distinguono quindi 4 stagioni (primavera, estate, autunno ed inverno) ciascuna delle quali ha una durata costante di 3 mesi e risulta ben definita nel corso dell’anno, indipendentemente dalla latitudine e dalla collocazione geografica.
La stagione astronomica non è quindi legata ai fattori climatici ma all’inclinazione della Terra e alla sua posizione rispetto al Sole
A determinare la maggiore o minore esposizione alla luce di un emisfero rispetto all’altro e quindi anche le date di inizio e fine delle stagioni, è l’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica ossia al piano che la Terra individua orbitando intorno al Sole e , siccome l’inclinazione dell’asse terrestre non è costante ma varia ciclicamente tra circa 22,5° e 24,5° con un periodo di 41. 000 anni, le date di inizio delle stagioni variano di anno in anno.
L’altra suddivisione è quella meteorologica che invece tiene conto dei mutamenti climatici ed ambientali che avvengono in un dato luogo nel corso dell’anno e, per questo, non coincide quasi mai con la suddivisione astronomica delle stagioni.
Nelle zone temperate si distinguono in genere quattro stagioni meteorologiche approssimativamente simili a quelle astronomiche, ma la loro durata varia a seconda della latitudine e del microclima locale indotto dalla geografia circostante.
Nelle regioni polari generalmente si distinguono due sole stagioni (spesso denominate sole di mezzanotte e notte polare, oppure semplicemente estate e inverno) determinate dalla presenza o meno del sole sopra l’orizzonte.
Infine anche nelle zone tropicali si preferisce suddividere l’anno in due sole stagioni, definendole stagione delle piogge e stagione secca (anche se spesso sono presenti anche una stagione calda e una fredda), determinate dai principali mutamenti climatici annuali che investono la regione.
Dall’inizio dell’ “era industriale” l’attività umana ha influenzato ed influenza ad oggi, in modo sempre più drastico, la bassa atmosfera attraverso le emissioni.
Un dato di fatto comprovato da uno studio su 40 anni di dati satellitari che dimostra come le temperature estive salgono molto velocemente e causano squilibri stagionali nell’emisfero settentrionale.

Queste emissioni legate alle attività antropiche stanno accelerando sempre più velocemente e drasticamente la fusione dei ghiacci, le abitudini migratorie degli animali, l’intensificazione del rischio di incendi o od alluvioni ecc.
Inoltre si è arrivati alla triste conferma che, per la prima volta, l’attività antropica umana è riuscita ad alterare il ciclo naturale delle stagioni e che, gli effetti del riscaldamenti globale si estendono fino alla troposfera, la fascia più bassa dell’atmosfera terrestre.
Indipendentemente dall’insensato e sconsiderato negazionismo di Trump sul riscaldamento globale, questo studio coordinato da Benjamin Santer, scienziato dell’atmosfera del Lawrence Livermore National Laboratory in California, è il primo a individuare cambiamenti stagionali nell’atmosfera terrestre dovuti, senza ombra di dubbio, alle emissioni di gas ad effetto serra prodotte dalle attività umane con l’evidenza scientifica dell’impatto dell’uomo sul clima, non solo sulle temperature medie globali, ma anche sul ciclo stagionale.

In particolare è emerso che le temperature estive stanno crescendo molto più rapidamente di quelle invernali, e che ciò determina, soprattutto nell’emisfero settentrionale, più intensi “sbalzi” di temperatura tra la “bella” e la “brutta” stagione con la conseguente formazione di fenomeni metereologici estremi. I mezzi di comunicazione portando direttamente nelle case di tutti gli ultimi avvenimenti drammatici dei quali siamo stati testimoni non dovrebbero però fare solo catastrofismo ma stimolare ed aumentare l’interesse collettivo attraverso un rinnovato impegno culturale ed ambientale nonché un’adeguata informazione didattico – educativa.
Il disastro ambientale non si deve confondere con i disastri naturali o calamità naturali, ascrivibili a eventi del tutto naturali che spesso ricevono un effetto di amplificazione proprio dove l’uomo è intervenuto in modo indiscriminato ed irrazionale.  Incendi, disboscamenti, abbandono, approssimazione, incompetenza, errata localizzazione di insediamenti e mancato rispetto delle norme non possono più essere considerati castigo divino o eventi eccezionali ma fenomeni consueti per un paese come il nostro esposto a rischi legato alla situazione geodinamica e geomorfologica particolare, all’atavica assenza di manutenzione ordinaria del territorio ed all’uso indiscriminato dell’ambiente naturale..
Senza contare una scarsa o nulla coscienza di “politica ambientale” in grado di consolidare il rapporto tra eventi calamitosi, scienza e società che permetterebbe di accrescere l’interesse e di conseguenza una corretta informazione collettiva nei confronti di un rinnovato impegno culturale

Benvenuti nell’Antropocene.