INTERVISTA AL DOTT. GRAMMENOS MASTROJENI DIPLOMATICO ITALIANO, COORDINATORE PER L’ECO-SOSTENIBILITÀ DELLA COOPERAZIONE ALLO SVILUPPO

Grammenos Mastrojeni è un diplomatico italiano, coordinatore per l’eco-sostenibilità della Cooperazione allo Sviluppo nonché Presidente del Partenariato mondiale delle Montagne e membro del Board dell’Alleanza Globale delle Isole. È stato delegato alle Nazioni Unite, console in Brasile, consigliere politico a Parigi e, alla Farnesina, responsabile dei rapporti con la stampa straniera e direttore del sito internet del Ministero degli Esteri. Da una ventina d’anni concentra la sua attenzione sui cambiamenti climatici del pianeta e nei suoi articoli dei primi anni Novanta già preannunciava il legame fra squilibrio ambientale e instabilità sociale. Ha insegnato Soluzione dei conflitti e materie ambientali in diversi atenei, in Italia e all’estero, e nel 2009 la Ottawa University in Canada gli ha affidato il primo insegnamento attivato da un’università sulla questione ‘ambiente, risorse e geo-strategia’, materia che continua a insegnare. Collabora da tempo con il Climate Reality Project, fondato dal premio Nobel per la pace Al Gore. Fra le sue ultime pubblicazioni il libro “Effetto Serra Effetto Guerra” che spiega il legame fra i cambiamenti climatici globali e le crisi ambientali e geopolitiche che stanno avvenendo o potrebbero accadere nel nostro pianeta.


Il Dott. Grammenos Mastrojeni è stato intervistato da Andrea Casarini per Informazione Indipendente


D. La tutela del suolo e più in generale dell’ambiente porta molteplici benefici anche a livello di benessere globale contribuendo a mantenere l’equilibrio tra ambiente, pace, diritti umani e sviluppo. Può illustrare ai Nostri lettori alcuni esempi che rendano l’idea di quanto sia essenziale l’ interconnessione tra pace, ambiente, sviluppo e diritti umani ?
R. I cambiamenti climatici acuiscono il divario fra ricchi e poveri, anche perché sono più intensi proprio lì dove a ecosistemi fragili si sovrappongono società fragili, con alcune aree dell’Africa a offrire un caso emblematico. In particolare, il riscaldamento globale è percepito come un rischio per la sicurezza alimentare dei più deboli perché rende incerte le stagioni e inaridisce le terre. L’analisi più diffusa ha contorni inquietanti: dar da mangiare a una popolazione mondiale che si avvia ai nove miliardi e mezzo di abitanti nel 2050 e che è sempre più urbanizzata – si sente dire – richiede un aumento della produzione di cibo del 70%, che comporta un ulteriore fabbisogno di energia del 37% e il 55% in più d’acqua consumata. A questo quadro si aggiungono i cambiamenti climatici che esacerbano la fragilità dei suoli. Si profila quindi anche un’ulteriore disastrosa spinta a occupare con l’agricoltura i pochi ecosistemi rimasti intatti. Questa visione si incentra tuttavia su un’agricoltura industriale e di vasta scala che ha sì rendimenti elevati, ma che tende a estromettere i poveri dalle loro piccole fattorie familiari, rendendole marginali e non competitive, e favorendo quindi il “land grabbing”, ovvero il moderno latifondo internazionale per cui Stati e imprese dominanti accaparrano distese sempre maggiori di terreno arabile nei paesi poveri. Si tratta inoltre di un tipo di agricoltura che si nutre di fertilizzanti chimici dall’elevato impatto ambientale e responsabile di circa il 20% delle emissioni di gas serra: una contraddizione fra sviluppo e ambiente che abbiamo accettato in nome dell’abbondanza. Senonché, le sacche di fame non dipendono dalla mancata abbondanza: produciamo già oggi cibo sufficiente a nutrire oltre 10 miliardi di persone. Il problema è la distribuzione e abbiamo contribuito a crearlo proprio spodestando i più deboli dai loro sistemi produttivi, in nome di un’abbondanza che doveva servire anzitutto a loro ma finisce soprattutto a ipernutrire un Occidente già obeso, cardiopatico e diabetico. Ma non tutta l’agricoltura è così. La piccola agricoltura familiare, specie se condotta con metodi tradizionali attualizzati, ha invece la caratteristica di assorbire carbonio dall’atmosfera in maniera molto efficiente. E la stessa agricoltura favorisce anche la biodiversità; l’equilibrio idrico; la mitigazione locale del clima (la copertura vegetale diminuisce localmente le temperature); il consolidamento comunitario; la creazione di un surplus agricolo da reinvestire nei mercati locali; la libera responsabilità – l’empowerment, come si suole chiamarla – locale, familiare e femminile; l’ancoraggio alle comunità d’origine e un freno alle spinte migratorie. Fornisce inoltre un freno al land grabbing grazie alla riappropriazione delle terre ridivenute produttive, e fa rinascere stili di vita e dimensioni di dignità umana che disinnescano i fanatismi con la nobilitazione, trasmissione generazionale, e spinta all’ammodernamento dei saperi tradizionali e identitari. Ogni anno si degradano 12 milioni di ettari di terre. Buona parte è nel Sahel, da dove nascono migrazioni, traffici, terrorismo che coinvolgono anche noi. Lì terre semidegradate sono ampiamente disponibili e recuperare un ettaro per restituirlo alla piccola agricoltura familiare nel Sahel costa in media 130/200 U$: con poche cautele alla portata delle comunità rurali africane si riesce a riattivarne la fertilità. Scopriamo allora che la stessa agricoltura più umana, quella che redistribuisce reddito, sicurezza e dignità, è anche quella che assorbe i gas serra e non in modo marginale: politiche di questo genere, praticate su vasta scala, potrebbero da sole portare un terzo delle riduzioni di emissioni necessarie per evitare la catastrofe climatica. Basta cambiare prospettiva: con un solo gesto di giustizia, possiamo innescare un ciclo di riequilibrio umano e ambientale che offre a tutti orizzonti più sicuri. E costerebbe in totale meno di un decimo della spesa annuale in armamenti.

D. Siamo sull’orlo di una crisi climatica mondiale come dimostra lo “Special report on the Impacts of Global Warming of 1.5°C” pubblicato a fine 2018 da IPCC_CH. Anche il Presidente Mattarella ha recentemente ribadito questo importante concetto. Come si sta muovendo la politica Italiana in questo senso e quali, a Suo parere, i temi urgenti che l’Italia deve affrontare?
R. Noi non siamo bravissimi a promuoverci ma, in realtà, la politica si sta muovendo abbastanza in fretta per quel che può sia sul fronte interno che su quello internazionale. È possibile prevedere un’accelerazione dell’efficacia, dell’ampiezza dei provvedimenti non tanto perché adesso improvvisamente si fanno le cose in più, quanto perché il contesto è pronto a recepire. In particolare succede che l’impresa ha capito che l’imperativo della sostenibilità non sono un costo aggiuntivo che deprime la competitività ma rappresentano piuttosto una garanzia di maggiore crescita, di migliore relazione con il territorio e di insediamento dell’impresa. L’impresa recepisce il significato di tutta questa operazione, non solo perché serve a salvare la terra, l’equilibrio ecc.. ma anche perché in fondo è molto meno che un’operazione a costo zero che porta vantaggi all’impresa stessa. Tuttavia c’è un aspetto ancora da risolvere che è quello dei consumatori; per ora il freno diciamo all’accelerazione è il votante e consumatore medio che non ha ancora interiorizzato l’ambiente ed i cambiamenti climatici come una priorità che li riguarda. Partire dal piccolo è quindi fondamentale perché quando si parla di natura si parla di territorio… cioè di quel territorio concreto che è quello di dove abita la mia famiglia, del mio villaggio e non tanto di quello oggetto di una direttiva europea.

D. In una prospettiva in cui è da ripensare l’intero complesso di relazioni con le risorse naturali del pianeta, la bio-economia rappresenta una parola d’ordine strategica nelle politiche di numerosi stati del mondo. Quale il Suo pensiero a riguardo e l’attuale situazione in Italia sulla bio-economia, la blu economy e la green economy?
R. Intanto tutto quanto può essere riassunto come green economy la cui caratteristica è quella di valorizzare ciascun territorio per quel che ha da dare e trarre reddito da ciò. La green economy porta tantissimi vantaggi: fa aumentare l’occupazione, da più sovranità territoriale alle comunità e, soprattutto, si presenta come un ciclo di crescita per ragioni macroeconomiche che però credo siano un po’ troppo tecniche per questo contesto. Oramai non è più la scelta voluta dagli ambientalisti ma una scelta operata da molti paesi per la stessa ragione che evocavo prima. La green economy e la bio-economia sono l’unica possibilità che abbiamo di un nuovo ciclo di crescita e questo è paradossale perché noi, che frequentavamo l’ambiente eravamo abituati a discorsi come la “decrescita felice”. Bello slogan …. ma non ce n’è bisogno perché se noi ci sintonizziamo sui territori a 360 ° in realtà possiamo avere una felicissima crescita.

D. Uno studio effettuato dalla Banca Mondiale su tre macro aree come l’Africa subsahariana, l’Asia meridionale e l’America latina, le quali rappresentano il 55% della popolazione dei paesi in via di sviluppo, stima che oltre 140 milioni di persone saranno costrette a spostarsi entro il 2050. Questi movimenti provocheranno gravi squilibri, accentuando le disuguaglianze già esistenti e minando i sistemi politici. Dal punto di vista di politico e quindi di “osservatore privilegiato” come definirebbe Grammenos Mastrojeni l’ordine internazionale all’inizio del terzo millennio e quali, a Suo parere, i rischi che il mondo deve assolutamente combattere al fine di evitare e/o ridurre la problematica legata ai “rifugiati ambientali”?
R. Sì… di studi ce ne sono vari. Io credo che dipenda un po’ dallo, scenario che si crea e questo è un po’ imprevedibile nel senso che c’è un ventaglio e, peraltro, l’estremo del ventaglio è piuttosto preoccupante in quanto si parla di 1 miliardo e ½ di persone in caso succedano contemporaneamente eventi quali la fusione dei ghiacciai dell’Himalaya, l’innalzamento del livello dei mari e un esacerbarsi della desertificazione. Facendo varie proiezioni …. che però sono proiezioni multifattoriali …. bisogna mettere assieme i vari settori: come si comporterà l’economia e di conseguenza come ne risentirà il clima e come reagiranno i vari stati e le varie comunità alla situazione climatica che si crea. Avere una cifra non è così importante… quel che serve è la nozione che il problema è reale e che è in vorticosa accelerazione e quindi dobbiamo prepararci sia ad affrontarlo che a risolverlo.

D. Poi c’è tutta la problematica legata anche ai rifugiati ambientali….
R. Sì… anche se il rifugiato ambientale è una categoria sterile in quanto si tratta di movimenti forzati di popolazioni che sono dannosi per tutti quanti, mentre, la migrazione regolata, volontaria ecc.. ha un suo straordinario potenziale positivo di riequilibrio. Quelli che si muovono perché semplicemente non hanno più nulla da mangiare sulla propria terra o fatti del genere sono invece destabilizzanti e potrebbero diventare veramente tanti. Adesso quel che sappiamo è che nella sola Africa ci sono 22 milioni di persone in movimento e , nella stragrande maggioranza, il clima ha giocato una sua piccola grande parte.

D. Il 15 marzo 2019 si è svolta la marcia globale per il clima; migliaia di giovani uniti dall’ hashtag #FridaysForFuture e #ClimateStrike hanno rivolto un messaggio chiaro ai leader mondiali: “State mettendo in gioco il nostro futuro con la vostra inattività. Quindi colpiremo fino a quando non agirete”. Siamo sulla giusta strada riguardo una nuova consapevolezza ambientale da parte delle nuove generazioni?
R. Sì, c’ero anche io.! Il messaggio ai leader è sì un messaggio che vale e serve a tenere alta l’allerta ma, la cosa che mi è piaciuta di più, è che fra di loro non parlavano tanto di chiedere al potere di fare quello che deve ma di chiedere a sé stessi ed alle proprie famiglie di cambiare nel senso che serve e questo è molto ma molto più importante che il messaggio diretto ai leader. C’è sicuramente una nuova consapevolezza da parte delle nuove generazione ma, questa consapevolezza, deve essere riempita di contenuti… perché questi giovani devono anche essere guidati e formati nel capire la complessità del problema. Su questo sì che la politica dovrebbe intervenire dando più formazione, favorendo l’istruzione ecc.