Intervista a Mariasole Bianco Worldrise Onlus di Andrea Casarini

L’INCONTRO CON L’ESPERTO di Andrea Casarini  INTERVISTA ALLA DOTT.SSA MARIASOLE BIANCO SCIENZIATA, BIOLOGA MARINA, DIVULGATRICE AMBIENTALE E PRESIDENTE DELL’ ASSOCIAZIONE WORLDRISE ONLUS

Dopo essersi laureata a Genova, ha individuato il suo percorso nell’ambito della “decision making”, trattando l’aspetto manageriale nella gestione delle risorse naturali e prendendo, successivamente, la laurea specialistica in Gestione delle Aree Protette alla James Cook University di Cairns, Australia.  Dopo il Master Degree in Australia viene chiamata a coordinare la campagna per l’istituzione dell’area marina protetta più grande al mondo nel Mare Dei Coralli e viene cooptata nella Commissione Mondiale delle Aree Protette, Wcpa (http://www.iucn.org/about/
work/programmes/gpap_home/) della più grande organizzazione internazionale per la tutela delle risorse naturali Iucn (http://www.iucn.it/pagina.php?id=3) a Sidney in Australia. Nel 2013 la giovane ricercatrice ha fondato Worldrise, un’associazione no profit, (http://www.worldrise.org) che crea e promuove progetti per la tutela dell’ambiente marino. Giovane biologa talentuosa  è punto di riferimento nazionale e internazionale per le politiche legate alla tutela ambientale marina e, recentemente, è stata riconosciuta dal mensile americano Origin tra i 100 “ OCEAN HEROES” per il grande lavoro svolto nonostante la giovane età.

La Dott.ssa Mariasole Bianco è stata intervistata da Andrea Casarini per Informazione Indipendente

D. Quale è stato il percorso che l’ha portata a scegliere la gestione delle risorse marine come Suo indirizzo di studio e successivamente come professione?
R. È una bella domanda nel senso che ho fatto con la mia laurea triennale in scienze ambientali un percorso diciamo più scientifico che aveva, all’interno del curriculum nel quale ci siamo laureati, una componente gestionale inerente la conservazione dell’ambiente marino. Nell’affrontare questo percorso ho iniziato a studiare le aree marine protette che sono lo strumento migliore per gestire e regolare i flussi nel mare in chiave di uno sviluppo sostenibile; quindi, praticamente sono passata da un percorso più scientifico di ricercatore ad un percorso più manageriale di gestione. Successivamente ho deciso di andare in Australia dove ho fatto un master, sempre scientifico ma sicuramente più pratico e concreto che viene denominato con il termine di “apply scince – applica la scienza” proprio in gestione delle aree protette. Questo mi ha portato a passare dalla parte del “decision making” cioè di quelli che prendono le decisioni in merito alla gestione delle risorse naturali nell’ottica della sostenibilità. Naturalmente tutto questo comporta un avvicinamento a tutto quello che riguarda la comunicazione e sul come interagire ed instaurare rapporti con i vari utenti che gravitano nelle aree marine protette piuttosto che con i pescatori o le comunità locali che giocano un ruolo fondamentale e sono poi i veri custodi del territorio.

D. Pur essendo molto giovane Lei è membro della commissione mondiale delle aree protette e Presidente dell’ associazione ONLUS WorldRise. Come opera, quali sono gli obiettivi dell’associazione e quali risultati sono stati raggiunti?
R. WorldRise è un associazione no profit che nasce dal mio desiderio e dai miei cinque anni passati in Australia di iniziare ad esportare dall’Australia ed importare in Italia le competenze professionali che pian piano si accumulavano nella mia carriera. Per me l’Australia è sempre stato un percorso indirizzato all’acquisizione di competenze da mettere poi al servizio del mio paese e questa associazione nasce proprio dall’impegno e dedizione all’Italia di progetti che hanno due componenti fondamentali: una è la tutela, conservazione e valorizzazione del patrimonio ambientale italiano soprattutto dell’ambiente marino e , dall’altra parte, il potenziamento professionale dei giovani. Noi facciamo progetti di educazione, divulgazione, turismo sostenibile di valorizzazione e protezione dell’ambiente marino coinvolgendo in ogni progetto studenti universitari e neolaureati in modo che, attraverso la partecipazione ai nostri progetti, possano acquisire competenze pratiche e professionali ad integrazione di quelle teoriche acquisite negli studi universitari. Lo scopo è quello di dare a questi ragazzi delle carte in più da giocare una volta che cercheranno lavoro formando, nel contempo, le professionalità dei futuri custodi del patrimonio naturalistico Italiano. We act for nature!

D. Secondo una ricerca del World Economic Forum, nel 2050 nei mari, a parità di peso, ci sarà più plastica che pesci. Come e cosa si dovrebbe fare per abbattere questo grave problema che minaccia oramai tutto l’ecosistema marino?
R. Naturalmente ci sono varie soluzioni ed approcci. Secondo me noi tendiamo come essere umani a cercare sempre l’aspetto tecnologico che risolva il problema senza farci cambiare le abitudini; il problema dell’inquinamento della plastica in mare è l’uso che noi facciamo della plastica e non è la plastica in se stessa che è un materiale nato per resistere migliaia di anni ed il cui maggior uso fatto dall’uomo è praticamente l’usa e getta. È normale quindi che bisogna farsi anche un esame di coscienza nel suo uso quotidiano e per farlo bisogna, a mio parere andare alla radice del problema investendo nell’educazione e nei percorsi educativi di cittadinanza attiva fatti con le scuole. Bisogna innanzitutto agire per fare in modo che la plastica non entri più in mare. Proprio in quest’ottica abbiamo sviluppato un progetto educativo-creativo che si chiama “Batti il 5”   che punta a sensibilizzare le nuove generazioni sull’inquinamento della plastica in mare promuovendo il ruolo attivo delle singole persone per ridurre l’inquinamento e migliorare la salute del pianeta. Insegniamo ai bambini quello che è la situazione e gli chiediamo aiuto attraverso un coinvolgimento attivo all’interno del quale i bambini stessi diventano sia gli ambasciatori del problema nonché i primi portatori di soluzione. In pratica, dopo una lezione interattiva con giochi e immagini video, i danni ambientali provocati dalla plastica, la sua composizione, i percorsi e i luoghi in cui si accumula maggiormente, il parlare di soluzioni come ad esempio l’ importanza di sostituire le centinaia di bottigliette di plastica che beviamo all’anno semplicemente con una borraccia, li portiamo a fare la pulizia in spiagge selezionando, successivamente, dei frammenti di plastica e facendo sì che loro facciano arte da questo materiale attraverso un laboratorio artistico in cui la plastica raccolta verrà trasformata in creazioni artistiche attraverso le quali i bambini comunicheranno agli adulti ed ai loro coetanei il loro messaggio di “non inquinare”.

D. Le specie “aliene invasive” rappresentano oggi una reale emergenza ambientale e una delle principali cause di perdita di biodiversità su scala mondiale. L’Italia è uno dei paesi Europei maggiormente colpiti dalle “invasioni aliene” e si stima che nel Mediterraneo il ritrovamento di queste specie sia triplicato rispetto al 1980. Può spiegare ai Nostri lettori la pericolosità di questa minaccia e le sue principali cause?
R. Le cause sono molteplici ma diciamo che per il nostro mare ce ne sono tre in particolare: in primis in conseguenze dei cambiamenti climatici si sono crete delle condizioni chimiche e soprattutto fisiche, in quanto si parla soprattutto di temperature, che hanno consentito a delle specie che sono per la maggior parte tropicali e quindi provenienti da acque più calde, di insediarsi nel nostro mare. Prima la barriera della temperatura faceva sì che il Mediterraneo fosse un mare molto più freddo del Mar Rosso impedendo, di conseguenza, la colonizzazione nel nostro mare di specie tropicali o termofile e quindi abituate a mari più caldi. Altra causa di invasioni di queste specie aliene è sicuramente il canale di Suez che, da quanto è stato inaugurato nel 1869, ha consentito la colonizzazione di più di 700 specie che sono passate dall’ecosistema tropicale del mar Rosso al Mediterraneo. Ultimamente ci sono sati dei lavori di ampliamento del canale ed un aumento del traffico marittimo che ha portato, di conseguenza, ad un aumento della quantità di specie che sono passate attraverso questo canale da un mare all’altro. Oltre al canale di Suez una ulteriore ragione di questa invasione legata al traffico marittimo riguarda le così dette acque di zavorra che sono quelle acque che vengono caricate in questi grandi navi al fine di stabilizzare la stessa. Queste acque vengono caricate nel porto di partenza e scaricate nel porto di arrivo ed insieme a queste, naturalmente, viaggiano anche piccole larve o forme giovanili di specie che non sono proprie del nostro mare e che, avendo viaggiato e superato questo trauma, sono biologicamente specie forti che se immesse in un sistema differente come quello del Mediterraneo possano avere la meglio sulle specie autoctone del nostro mare. Con questo siamo giunti alle conseguenze perché paradossalmente, avere più specie aumenta sì la biodiversità di un posto (la biodiversità è la diversità di specie) ma questo aumento è costituito da una “biodiversità aliena” che essendo più forte , non avendo predatori naturali, parassiti e fattori limitanti nella propria crescita va ad occupare la “nicchia ecologica” delle specie del Mediterraneo portando ad una riduzione delle stesse.

D. È ben noto che l’eccessivo sfruttamento dei mari provoca, innanzitutto, un impoverimento della fauna marina provocando, in alcuni casi, gravissime ripercussioni alla vita di specie come l’aringa, le sardine africane, il tonno ecc. Il “ripopolamento” di alcuni tratti di mare sovra sfruttati è pensabile? Con quali metodiche?
R. Ti do una risposta che è quella delle aree marina protette. Noi oltre a pensare allo sviluppo sostenibile dobbiamo iniziare a pensare ad uno ad uno sviluppo e ad una rigenerazione di quello che è la biodiversità e la popolazione stessa degli abitanti dei nostri mari. Le aree marine protette servono proprio a questo: tutelare la biodiversità regolandone gli usi ed evitando di consentire in queste aree qualsiasi attività estrattiva di ricerca mineraria, di idrocarburi ed anche di pesca al fine di garantire che il pesce si possa riprodurre nelle condizioni migliori. Ad oggi le aree marine protette sono lo strumento più efficace per ottenere questo risultato e fare in modo che le future generazioni possano disporre delle stesse risorse, se non maggiori, di quelle di cui noi disponiamo oggi.

D. Il primo passo per la conservazione delle specie in pericolo di estinzione è la condivisione della conoscenza al fine di gli animi delle persone e rilanciare il dibattito pubblico. A Suo giudizio è sufficiente od è necessario impegnarsi e muoversi diversamente?
R. Come si dice è necessario ma non sufficiente. La scienza deve essere la nostra mappa e presentarci la situazione ma, per far sì questa mappa sia completa, ci vuole condivisione anche nel mondo scientifico. È importante condividere dati come ad esempio l’ aerale di distribuzione delle specie al fine di andare ad agire in quello che è il passo successivo e cioè quello di passare dalla ricerca alla scienza applicata in cui si definisce per esempio quale è il metodo di conservazione migliore per una determinata specie.

D. Recentemente il Consiglio di Stato, respingendo i ricorsi presentati dalla Regione Abruzzo contro il ministero dell’Ambiente e la società Spectrum Geo Lfd, ha dato il via libera alle attività di trivellazione per la ricerca di gas attraverso la metodologia dell’air gun. Può spiegarci in cosa consiste questo metodo e quali sono i danni che l’ Air gun provoca a livello di ecosistema marino?
R. Arrivo proprio da La Spezia dove, tra il 6 ed il 10 aprile, si è tenuta la 32′ edizione della Conferenza europea della società per i cetacei all’interno della quale si è parlato anche di questa problematica. Come ben sai L’air-gun è il metodo di ricerca più utilizzato nel settore delle attività estrattive per la sua capacità di fornire un rilievo dettagliato e affidabile della stratigrafia dei fondali marini il cui meccanismo prevede il rapido rilascio di aria compressa dalla camera dell’air-gun che, producendo una bolla d’aria che si propaga nell’acqua, genera onde a bassa frequenza. Ad un picco iniziale, generato dalla pressione prodotta e dal volume dell’air-gun, seguono dagli impulsi provocati dalle bolle. Le onde, propagandosi nell’acqua fino a raggiungere il fondale, vengono riflesse dalle diverse superfici di discontinuità che incontrano nel sottosuolo; mediante l’utilizzo di stese di idrofoni sulla superficie del mare invece si registrano i diversi tempi di ritorno delle onde riflesse. I dati raccolti vengono così elaborati, spesso direttamente a bordo della nave di ricerca, e consente di ricostruire un’immagine delle principali strutture del sottosuolo. Per quel che riguarda i danni e le implicazioni a livello di ecosistema marino gli studi recenti e specifici su tale problematica hanno portano alla conclusione che alcuni suoni hanno effetti negativi su diversi phyla di organismi animali, in particolare sui Cetacei. È risaputo infatti che questi organismi si avvalgono dei suoni per comunicare, orientarsi e nutrirsi, utilizzando ed emettendo suoni a determinate frequenze. Gli impatti possono essere di tipo fisiologico (sia uditivo che non uditivo), comportamentale, percettivo, cronico ed infine indiretto. Nell’ambiente marino l’alterazione dei suoni per causa antropica interagisce quindi direttamente con le specie in esso presenti: la generazione di un rumore, anche a bassa intensità, può causare l’alterazione di alcuni segnali acustici, inducendo per esempio gli animali esposti ad allontanarsi dall’area. Un livello di suono maggiore può produrre invece un vero e proprio disagio fisico o stress negli animali esposti a tale sorgente sonora, arrivando ad un vero e proprio danno fisico.

D. Un appello di Mariasole Bianco alle nuove generazioni.
R. Il consiglio che mi sento di dare in base alla mia esperienza è quello di credere ai loro sogni, di non farsi scoraggiare, perché di porte in faccia ne abbiamo ricevute tutti. Di essere determinati e cercare di coltivare obiettivi forti ed importanti che diano la forza del valore delle loro azioni anche nei momenti di scoraggiamento lavorativo, di essere intraprendenti ed arrivare da soli a crearsi anche delle opportunità e di avere un approccio molto razionale nel determinare quale è la propria situazione professionale e quali sono gli strumenti che mancano per essere conosciuti e riconosciuti come professionisti. Non per ultimo fare del volontariato perché è fondamentale per acquisire delle competenze efficaci ed assolutamente funzionali alla propria crescita professionale.

Un ringraziamento alla Dot.sa Mariasole Bianco per la disponibilità dimostrata ed un augurio che le Sue iniziative abbiano sempre più seguito, perché far bene all’ambiente significa far bene anche a noi stessi.

Di Andrea Casarini

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