Intervista a Giuseppe Onufrio “Greenpeace” di Andrea Casarini

Fisico di formazione si è occupato di analisi ambientale dei cicli energetici e tecnologici e dell’analisi di politiche e misure di mitigazione dei cambiamenti climatici. Ha lavorato come ricercatore per diversi enti e istituzioni pubbliche e private, italiane e non. Già s consigliere d’amministrazione dell’Agenzia per l’ambiente (all’epoca ANPA) dal 1998 al 2001, è stato dal 2001 al 2006 direttore scientifico dell’Istituto sviluppo sostenibile Italia a Roma (ISSI). Dal 2002 al 2009 è stato direttore editoriale della collana “energie” per Franco Muzzio Editore, dal 2006 Direttore delle Campagne per Greenpeace Italia di cui diventa Direttore Esecutivo nel febbraio 2009. Ha a pubblicato come autore e coautore una cinquantina tra pubblicazioni, articoli e contributi a rapporti scientifici.

Il Dott. G. Onufrio è stato intervistato da Andrea Casarini per Informazione Indipendente

D. Con più di tre milioni di sostenitori in tutto il mondo, Greenpeace è uno dei più grandi movimenti ambientalisti del mondo. Potrebbe raccontarci in breve “la storia di Greenpeace”, come è nata, come si è diffusa a livello internazionale/nazionale e come attualmente opera?
R. Greenpeace nasce in Canada nel 1971 per protestare contr i test atomici statunitensi nelle Isole Aleutine. Tutto iniziò nel 1970 con un concerto di Joni Mitchell, James Taylor e Phil Och per raccogliere i fondi che servirono a finanziare la protesta nonviolenta, effettuata poi l’anno dopo a bordo del peschereccio, noleggiato per l’occasione, il Phyllis Cormack. Da allora l’organizzazione si è andata espandendo dapprima in Nordamerica e poi in Nordeuropa. Nel 1978 è stata riorganizzata su base internazionale con la fondazione di Greenpeace International, con sede dapprima a Londra e poi ad Amsterdam. Un momento cruciale è stato l’affondamento della nave ammiraglia Rainbow Warrior I ad Auckland in Nuova Zelanda, a opera dei servizi francesi, durante la campagna contro i test atomici a Mururoa nella Polinesia. Oggi siamo operativi in 55 Paesi con 26 uffici nazionali e regionali. Alla metodologia dell’azione diretta nonviolenta, principio base dell’associazione, oggi si aggiunge una capacità di mobilitazione sui social e una strategia di coinvolgimento dei cittadini su base individuale e associata nelle campagne a difesa dell’ambiente e della pace

D. Come Direttore Generale di Greenpeace Italia può spiegare ai Nostri lettori quali sono i temi più caldi per Greenpeace Italia e quali sono le principali battaglie che, ad oggi, state portando avanti?
R. Le campagne e le strategie vengono decise per lo più a livello internazionale. Una campagna storica è stata quella contro il carbone che in Italia è iniziata nel 2006 e che ha coinvolto qualche centinaio di attivisti e volontari, azioni di protesta e legali, coinvolgimento con associazioni locali e di una coalizione nazionale. La svolta nelle politiche energetiche di Enel e la decisione di chiudere con la produzione a carbone sono frutto anche di questa lunga battaglia. Oggi abbiamo tra le principali priorità la progressiva limitazione nell’uso dei veicoli diesel, il tema della plastica nel mare, la promozione della rivoluzione energetica dei “prosumer” basata sulle rinnovabili, l’eliminazione di sostanze chimiche tossiche dal settore tessile, la creazione di un Santuario marino in Antartide. In questi giorni la campagna per chiedere ad Assicurazioni Generali di non assicurare più l’industria del carbone in Polonia e altri Paesi.

D. Vertici, summit, incontri: A livello mondiale, nazionale e locale sembra che da qualche anno il tema ambientale stia entrato sempre più prepotentemente nelle agende degli uomini più potenti della terra, ma anche più semplicemente degli amministratori nazionali e/o locali. Ma poi, alla fine, nelle decisioni sono tutti d’accordo e convinti od è solo mera propaganda?
R. Dall’Accordo di Parigi qualcosa di importante è cambiato e questo nonostante la “reazione fossile” dell’amministrazione Trump. Rispetto a 10 anni fa oggi le alternative per ridurre il nostro peso sull’ambiente locale e globale sono più mature ed è possibile – oltre che tecnicamente anche economicamente – modificare il modello di produzione e consumo. Ovviamente non tutti sono d’accordo, ma credo che mai come in questo momento siamo tanto vicini a possibili soluzioni e, allo stesso tempo, alla catastrofe climatica.


D. Da “osservatore privilegiato” quali sono a Suo parere, i Paesi che, allo stato attuale, stanno effettivamente già implementando strategie anti-Climate-Change?
R. Paradossalmente, dopo una prima fase in cui l’Europa ha fatto da apripista, oggi le notizie più interessanti, anche se a volte contraddittorie, arrivano dalla Cina, dove il tema carbone è anche un problema enorme di inquinamento locale oltre che globale. Questo è importante data la grandezza di quel Paese. In fondo, se oggi in moltissimi Paesi l’energia solare costa meno di quella del carbone, è frutto da una parte delle politiche europee (il pacchetto 2020 e i famigerati incentivi) e dall’altro dagli investimenti massicci della Cina che oggi è in testa nel settore delle rinnovabili a scala globale.

D. Alcune personalità della cultura e della politica sia a livello nazionale che internazionale, denunciano il potere di una “lobby verde” e di una “green economy” che condiziona le istituzioni sia a livello internazionale che locale. Cosa pensa in proposito?
R. Magari fosse così! In realtà le vere lobby al potere finora sono state quelle petrolifere e del carbone, l’industria dell’auto con i suoi “dieselgate”. Gli interessi dell’industria dominante – petrolio, carbone, gas, auto col motore a scoppio, agricoltura industriale, chimica fossile – sono in rotta di collisione col pianeta e con la possibilità di una vita accettabile. Dunque i pur legittimi interessi economici che rappresentano questi gruppi, vanno contro gli interessi generali dell’ambiente e della salute. Oggi, sia per l’ambiente e la salute, ma anche per l’economia, far diventare dominante settore green è tra le poche speranze che abbiamo.

D. La politica ambientale dovrebbe promuovere la gestione forestale sostenibile su base rigorosamente scientifica e rivolta quindi non solo allo sviluppo socio economico ma anche e soprattutto alla tutela dinamica degli ecosistemi. Quale è il Suo giudizio sul D.lgs. “Revisione ed armonizzazione normativa nazionale in materia di foreste art. 5 legge 28/07/16 n. 154” e quali rischi si corrono?
R. Il testo del decreto in approvazione è preoccupante: le foreste sono definite solo come risorsa di legname disconoscendone l’importante valore dal punto di vista ecologico. Seppure alcuni aspetti del testo siano positivi – l’armonizzazione del ruolo tra Stato e Regioni – il limite fondamentale è la visione puramente economicista e l’utilizzo del termine “trasformazione” che include anche l’eliminazione del bosco da compensare eventualmente con altre opere o servizi, o rimboschimenti in aree anche lontane.

D. Ad oggi è un dato di fatto inequivocabile che le problematiche ambientali assumono, anche in Italia, sempre maggiore importanza ed interesse da parte della popolazione; all’interno dell’odierna campagna elettorale del 4 marzo si intravede da parte delle varie forze politiche scarsa o nulla sensibilità a riguardo di questa tematica. Secondo Giuseppe Onufrio il “tema ambiente” è dimenticato o volutamente non affrontato e quali le motivazioni?
R. E’ paradossale che anche in questa campagna elettorale le forze politiche che pure hanno scritto sui temi ambientali nel loro programma elettorale – anche copiosamente – non ne facciano priorità nell’agenda politica. Come ha osservato Gian Antonio Stella sul Corriere, questo avviene da noi ma non in altri grandi Paesi nei quali il dibattito sui temi ambientali ha un posto di grande rilievo. Evidentemente è segno di un limite culturale sia delle nostre élite che, aggiungo, di buona parte dei media più interessati agli scontri di potere che ai contenuti. In realtà il tema ambientale interessa molto ai cittadini, ma pare che la politica non no ritenga un terreno su cui creare dibattito e consenso. Anche per questa ragione abbiamo fatto una comunicazione provocatoria sui social, con finti manifesti elettorali in cui i leader facevano a gara a impegnarsi sui temi ambientali.

Grazie mille al Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia Dot. Giuseppe Onufrio per la disponibilità e ci auguriamo che le Sue iniziative abbiano sempre più seguito, perché far bene all’ambiente significa far bene anche a noi stessi!

Di Andrea Casarini