Intervista a Don Luca Favarin, il Don Gallo veneto

Don Luca Favarin è ormai un personaggio pubblico.  Questo prete “alternativo” che potrebbe essere visto un po’ come un Don Gallo veneto, e che rifiuta religiosamente d’indossare la tonaca, è finito sotto gli occhi dei media per il suo contrasto con Bitonci, sindaco leghista di Padova. Ed è proprio a Padova e dintorni che Don Luca gestisce, attraverso la sua onlus Percorso di Vita, 9 centri di accoglienza per profughi, principalmente africani. Questo, come uno può immaginare, non è facile nel cuore della vandea leghista veneta.

don lucaMa Don Luca è un combattente con un curriculum bello tosto. Prima cappellano presso il carcere di Padova (dove ha avuto a che fare con mafiosi, serial killer e satanisti), ha poi passato diversi anni in molti paesi dell’Africa, tra cui il Sudan, dove è divenuto persona non grata. Si è quindi adoperato per salvare molte ragazze africane dalla prigionia della vita di strada. E ora la sua attività di accoglienza che per lui è in primis un atto di semplice umanità, oltre ad essere, ovviamente, “cristiano”.

Confessa di andare quasi più d’accordo con i non credenti e descrive il modo in cui vien visto dalla gerarchia ecclesiastica come uno di “ipocrisia democristiana”. Chi scrive ha avuto modo di visitarlo ripetutamente nei suoi centri di accoglienza a Este (PD) e l’ha visto all’opera. Don Luca è instancabile, ma fortunatamente fa tutto con gran leggerezza e un sorriso sempre pronto.

Oltre ad avere aperto i centri di accoglienza la onlus Percorso di Vita gestisce un caffè e un ristorante dove hanno trovato lavoro alcuni dei rifugiati. I centri poi offrono corsi d’italiano per i loro ospiti, perché, giustamente, Don Luca crede molto, finché è possibile, nell’integrazione.  Nel lungo termine c’è poi in ballo il progetto di creare un campus di Studi sull’Immigrazione, dove chi vuole operare nel settore potrà ottenere un Master.

don luca migranteRecentemente Don Luca ha pure lanciato un progetto “politico” operativo: una richiesta ufficiale al Ministero degli Interni che, qualora esaudita, potrebbe “bypassare” il processo delle commissioni che decidono sul futuro dei rifugiati. Notare che, specificatamente, la commissione presente in Veneto ha il record di verdetti negativi nei confronti dei richiedenti asilo. Come ha raccontato in anteprima a Il Manifesto  questa è una proposta molto chiara, la prima in Italia, in cui si chiede al ministero che possa essere sospesa la domanda originaria di asilo politico per il migrante che durante il tempo dell’accoglienza nelle strutture, nell’arco di un anno, un anno e mezzo (il tempo di attesa del responso della commissione), sia riuscito minimamente a integrarsi, abbia imparato la nostra lingua, e possegga un regolare e prolungato contratto di lavoro.

In pratica, Don Luca chiede che tali elementi, una volta presenti contemporaneamente e verificati da opportune autorità, permettano poi di ottenere un soggiorno per motivi lavorativi. “Sarebbe triste avere persone perfettamente integrate e contemporaneamente clandestine.” dice “Questo è il rischio attuale”.

Quali sono stati i passi precisi in questa vostra iniziativa?

Beh è una presa di consapevolezza di un dato di fatto: i migranti ci sono e ci saranno. E mentre le istituzioni parlano e le organizzazioni fanno convegni, questi continuano ad arrivare. E a restare in un contesto di totale incertezza. Bisogna assolutamente risolvere questo gap. La stessa distinzione tra migrante politico e migrante economico è fuorviante. Rischiamo di avere le città sovraffollate di migranti che non riescono ad integrarsi. Alcuni con i documenti, altri clandestini, ma entrambi senza casa né lavoro. La vera sfida è offrire ai migranti un’opportunità di integrazione. Alla fine di questo percorso la distinzione sarà tra migranti integrati e non.

Articolo e intervista a cura di Attilio Loiacono De Alberi

A che punto del processo siete?

Attualmente abbiamo molti ragazzi che hanno avuto esito negativo della commissione territoriale e che ora stanno facendo appello con dei costi esorbitanti, solo perché si è voluto valutare frettolosamente il loro status. La prima commissione da moltissimi esiti negativi. Di questi oltre il 70% degli esiti viene cambiato in sede di riesame. Paradossalmente noi ci troviamo nella situazione di avere ragazzi perfettamente integrati,  che parlano italiano, che capiscono il dialetto e che hanno un contratto di lavoro, ma rischiano di ritrovarsi clandestini. Questo è ridicolo e paradossale. Gente che è qui in Italia da due anni e oltre dovrebbe interrompere un bel cammino di vita e tornarsene indietro. Poi indietro dove? In Libia? Nei loro paesi bombardati e prostrati alla fame? Ma stiamo scherzando!

E quale sarebbe il passo successivo nel caso in cui questa vostra richiesta venisse rigettata?

Probabilmente ci lanceremmo in una campagna a livello nazionale, ma anche europeo, perché pensiamo sia paradossale avere un’Europa che nel corso del tempo si è fatta paladina dei diritti e delle grandi conquiste valoriali, ma finisca poi per ignorare e calpestare certe fondamentali istanze umane.

Come sta andando il progetto del campus sugli Studi per l’Immigrazione?

Stiamo avendo con le università una bella collaborazione. Abbiamo incontrato diversi centri accademici in Italia per portare la nostra esperienza e analisi. Per noi è essenziale il rapporto con l’università, perché crea pensiero. Stiamo realizzando master sull’accoglienza, stiamo progettando una sorta di università dell’accoglienza, perché il fenomeno è complesso e richiede gente preparata.

Il campus vivrà accanto a un centro di accoglienza, vero?

Si. Il campus avrà una parte di accoglienza, una parte di laboratori di lavoro e una parte culturale di riflessione e analisi. Sono tre dimensioni imprescindibili.

Quali sono, in generale, gli aspetti più difficili del vostro lavoro?

La difficoltà è accogliere persone che in 3 giorni sono passati dalla Libia all’Italia, senza capire bene dove andavano. I movimenti motivati dalla fuga e dall’urgenza non ti permettono di prepararti al paese di destinazione. Questo va capito, perché noi pretendiamo che loro si adattino, loro accettino, loro facciano… loro.. loro.. è difficile “accompagnare” le persone. Ognuno è diverso, ogni storia è differente.

Cosa ne pensi del trattato UE-Turchia sull’immigrazione?

È triste vedere come l’economia ancora abbia la precedenza sull’umanità. In cambio di soldi restituiamo quelli che sono considerati ospiti sgraditi come si potesse risolvere il problema all’esterno. Le persone non sono merce di scambio, sembrano pacchi da rispedire al mittente. Quasi non esistesse ciò che non si vede. È ridicolo voler affrontare il problema dell’immigrazione in Europa tenendoli fuori dall’Europa. Mi sembra infelice e infame tutto ciò che sa da filo spinato, barriere alzate, muri di recinzione. Continuiamo a sfruttare questi paesi, esportare le armi, fare i nostri affari e ci lamentiamo che la gente scappa dalla guerra. Vi diamo le armi perché vi facciate la guerra, e restateci pure li dentro. Tutto questo ha il sapore della criminalità.

Ultimamente Alfano ha proposto la creazione di hot spot galleggianti. Commenti?

Triste. Sotto sembra esserci al solita vile immagine dell’immigrato che inquina. Sono trattati come scorie radioattive. Da qualche parte bisogna parcheggiarli, ma non nel mio giardino.

C’è poi la proposta renziana d’investire euro bond direttamente in Africa. Non è un po’ una goccia nell’oceano di fronte ai danni economici del neo-colonialismo?

Sì, e soprattutto sono spot mediatici che non portano a niente e che non avranno comunque lunga vita. Un problema cosi complesso e globale non può essere risolto con una dichiarazione di 30 secondi davanti alla stampa. Qui manca una progettualità seria e duratura. Servono politici che abbiano il coraggio di guardare avanti, ben oltre il proprio mandato. Statisti per vocazione e lungimiranti.

Suppongo che tu rifiuti la distinzione tra migranti politici e migranti economici…

Si. Superata e inefficace. Gli uni buoni, gli altri cattivi? Voi morite sotto le bombe venite, voi morite per fame andate? Trovo tutte queste distinzioni di corto respiro e finalizzate a destabilizzare le soluzioni. La gente scappa, fugge da luoghi dove sta male. La globalizzazione delle merci, porta anche ai movimenti delle persone. Ogni alzata di muro è destinata al fallimento. Questo fenomeno non è emergenza, sarà una nuova dinamica che resterà per molti anni. Va gestita.

Non potrebbe lo Stato Vaticano, con la sua enorme ricchezza, dare un maggiore contributo materiale al problema dell’immigrazione? O lo sta già dando? O Papa Francesco si sta già muovendo in questa direzione?

Sì, tutti possono fare di più, sempre. La solidarietà non va delegata. I credenti, i cittadini, i politici e la chiesa questo è un problema che coinvolge tutti. È un’occasione per unire pensieri diversi, convogliare energie per studiare strategie, provare percorsi nuovi, tracciare cammini scomodi, ma risolutivi. E a questo tutti, proprio tutti hanno la possibilità di fare la propria parte. Qui ci sono persone che aiutano altre persone. Stop. Tutto il resto non serve.

Lo psicologo americano William James, a proposito dell’amore, parla di “divisione del lavoro”, per cui un uomo ama la famiglia, ma non sente niente per lo “straniero”. Non è questa incapacità di amare? 

Mah! Credo che lo straniero risvegli nell’inconscio l’archetipo di diverso, di “altro”. E questo genera confusione, paura, incertezza. Nelle nostre accoglienze la gente all’inizio crea contestazioni, malumori, disagi anche pesanti. Poi con il passare dei mesi l’atteggiamento spesso cambia. La relazione, l’incontro, il dialogo un po’ alla volta cambiano la prospettiva. Molte volte la gente dopo mesi di contestazioni mi ferma per strada e riconosce: “Ah, non pensavo fossero così. Non sono male”. Le incapacità possono diventare capacità. Anche su questo serve allenamento, formazione e tempo.

Attilio Loiacono De Alberi