Il sonno della politica genera mostri

Candidati improbabili, faccendieri, infiltrazioni mafiose. I partiti non riescono a selezionare la classe dirigente. E il potere del leader non è una risposta.

di Bruno Manfellotto, l’Espresso, 13 maggio 2016

In principio furono i nani e le ballerine. Ma almeno si limitavano a riempire salotti e kermesse di partito, non Camera e Senato. Poi sbarcò in Parlamento l’allegra Compagnia del Cavaliere, con annessi di cappio e mortadella e digressioni notturne genere bunga-bunga. Dopo ancora toccò agli impresentabili (copyright Rosy Bindi) – indagati imputati condannati – e molti ce l’hanno pure fatta in barba a codici etici, dignità e buon gusto. E ora, come titola “l’Espresso”, siamo al Gran Circo degli improvvisati, dei faccendieri, dei senza arte né parte che affollano le liste delle prossime amministrative.

Fenomeno nel quale, ancora una volta, spicca la Capitale. Aldilà degli schieramenti, è come se partiti e movimenti avessero rinunciato a selezionare classe dirigente, cioè i loro testimoni, o non ne abbiano più le capacità, o non ci siano donne e uomini all’altezza disposti a rischiare e a tentare l’avventura.

Perché? Proviamo a rispondere, anche con l’aiuto di Emanuele Macaluso, un politico di lunghissimo corso che ne ha viste di tutti i colori. Il vecchio leader, 92 anni ancora brillanti e combattivi, ieri migliorista del Pci e oggi senza tessera in tasca, non lascia passare giorno senza annotare, scrivere e quindi riflettere su ciò che vede intorno a sé, fedele anche in questo all’insegnamento togliattiano. Non avendo più un giornale che ospiti i suoi corsivi – da sempre firmati em.ma.
Macaluso “posta” le sue riflessioni su una pagina Facebook. Adesso un distillato della sua fatica quotidiana è anche su carta, in un libro appena edito da Castelvecchi che fin dal titolo svela quale sia il filo che lega un anno di pensieri: “La politica che non c’è“. E che spiega molto di quel che è successo, “l’imbarbarimento di ceti e persone che non hanno più una visione dei problemi della nazione, dell’interesse generale, dei drammi che attraversa l’umanità”.

Travolti da tangentopoli e poi dalla Grande Crisi, i partiti si sono alleggeriti, se non sciolti come neve al sole delle inchieste giudiziarie e dell’incapacità di trovare nuovi linguaggi. Il risultato, scrive Macaluso, è un sistema spappolato, devitalizzato, sul quale l’antipolitica si è avventata con successo dispiegando demagogia a piene mani. Con l’aggravante che, trovando campo libero, mafie e criminalità si sono infilate pure negli ingranaggi della macchina pubblica.

I partiti, troppo deboli e balbettanti per arginare l’ondata, hanno rinunciato a scegliere con cura i propri rappresentanti, limitandosi a dialogare con un fedele e ristretto cerchio magico, e troppo spesso delegando di fatto parte del potere di nomina a potentati, lobby, interessi locali – ai “santuari”, come li chiama Macaluso – lasciando che a vincere sia il populismo o l’affarismo modello Tempa Rossa. “La politica che vediamo è soltanto la miseria della politica”, commenta sconsolato em.ma.

Al declino, i partiti hanno cercato rimedio scimmiottando la ricetta berlusconiana che esalta solo il Capo, insomma non provando nemmeno a ricostruire quel tessuto di partecipazione e presenza nelle città, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, quell’abitudine al confronto che era tipico della stagione precedente, ma facendo il contrario, cioè puntando tutto sul leader che parla direttamente ai potenziali elettori: “Ma i partiti personali reggono fino a un certo punto, soprattutto se sono di destra, dato che la concezione che la destra ha del popolo è quella di usarlo”. È il “sonno della politica” che lascia deperire la democrazia e che angustia Macaluso. Non soltanto lui. Nostalgia? Rimpianto per un mondo che non c’è più? Forse.
E se ne comprendono bene i perché. Ma illustri studiosi ci dicono addirittura che non ci sia più niente da fare, che indietro non si torna, e che la forma partito assomiglierà sempre più, ed esclusivamente, a macchina del consenso, a un comitato elettorale al servizio del leader. Resta però un problema che va al di là della scelta tra partecipazione diffusa e filosofia dell’uomo solo al comando: la lettura e la comprensione di fenomeni complessi, e soprattutto di ciò che in proposito l’elettorato sente e chiede. Bisogna essere in trincea, sì, ma anche interrogarsi con mente libera sui populismi e su ciò che li genera, cioè disagio economico, abissali divari sociali e paure dell’immigrazione. Che si chiamino partiti o no, nessuno sembra oggi in grado di capire fino in fondo. E di trovare risposte.