“Il Diavolo, le noci e la nascita delle caldarroste” di Andrea Casarini

Esiste un mondo fatato molto più vicino a noi di quanto possiamo mai pensare: sono gli antichi spiriti delle nostre tradizioni e della nostra cultura popolare … quelle nate tra le genti che abitarono le nostre vallate nelle epoche più remote.
Nella storia di ognuno di noi, fin da piccoli, ci sono racconti od immagini che ognuno disegna e conserva in modo diverso nel proprio cuore …
Che sia o meno un’ esagerazione si dice che la Valle Staffora sia un luogo sospeso tra leggenda e realtà…
Una terra di torri e castelli, di boschi e piccole valli, di santi, briganti ed eroi in cui le storie prendono forma reale ed aggiungono ulteriore magia all’atmosfera già fiabesca che questa piccola valle conserva.
Nel silenzio dei boschi , alle pendici degli ininterrotti profili delle montagne, le foglie degli alberi ci sussurrano antichi segreti portati dal vento; i rumori di epiche battaglie riecheggiano ancora tra le mura degli antichi manieri mentre, tra le fronde boschive, prendono forma racconti di storie fantastiche popolate da magici abitanti del bosco.
Verità o fantasia …?
Reale od irreale…?
Sta a noi deciderlo!

L’aria, passando attraverso le foglie, incanala tutta la forza vitale delle piante permettendo loro di conversare e c’è chi addirittura ha giurato di averle sentite cantare sconosciute melodie vecchie di secoli
Sì… c’era un tempo lontano in cui i nostri alberi parlavano attraverso il vento che permetteva ai vecchi abitanti della foresta di comunicare con gli altri abitanti del bosco ma ora, purtroppo, tutto è cambiato…
Se solo potessi parlare di nuovo ne avresti di storie da raccontare o vecchio castagno che attiri lo sguardo salendo lungo la vecchia Via del Sale Lombarda e offri ristoratrice frescura al viandante che sosta all’ ombra delle tue fronde invitanti.

Di quante vicende sei stato testimone….?
Di quante storie sei stato protagonista….?
Bisognerebbe darti la parola.
Orsù… non mi permetterei mai di parlare per te ma raccontami di quanto visto e vissuto nella tua centenaria esistenza.
Queste pensieri favoleggiavano nella mente e nel cuore quando, all’improvviso, sentii sopra di me un alito di vento, come se il vecchio abitante dei boschi, attraverso non so quale magia, avesse acconsentito alla mia preghiera.
Turbato e spaventato mi alzai in piedi di scatto, ma poi … appoggiai le mani sul vecchio e contorto tronco e , percorso da un forte tremito compresi il significato delle sue parole.
Il vecchio castagno, per nulla infastidito della mia presenza iniziò a parlare sottovoce e, dal frusciare delle sue fronde, appresi una antica storia che nessuno conosceva…
“C’era una volta un grande e meraviglioso bosco dove ogni albero offriva la sua chioma come rifugio e casa per gli uccelli e dove, tra le contorte radici nascevano una miriade di funghi e frutti che davano sostentamento a tutti gli abitanti del bosco.
Anche gli uomini, consideravano il bosco un luogo magico e rispettavano le piante e tutti gli esseri che vivevano in esso  come creature divine.

Tanto tempo fa, in un soleggiato autunno , mentre le foglie iniziavano a cadere coprendo con un manto giallo il terriccio del bosco e gli alberi, non ancora del tutto addormentati, parlavano sotto voce, il diavolo attraversò i sentieri che dalla Via del Sale portavano verso Vicus Iriae per presiedere ad un grande sabba di maghi.
Aveva l’aspetto di un ometto magrolino, dai capelli rossi, il naso adunco e un sorriso astuto.
Mentre camminava lungo le aspre mulattiere che costeggiavano il monte dei Sassi Neri che dalla Pietra del Corvo porta a Romagnese e quindi in Valle Staffora, vide un grosso albero con frutti molti duri…
Il diavolo affamato decise di assaggiarli e, con la sua arte magica, aprì il guscio di quegli strani e sconosciuti frutti.
Rimase piacevolmente sorpreso e stupito dalla bontà della noce che era un frutto che non conosceva ed alla fine, decise di fermarsi per un breve periodo di tempo in valle per fare scorta di quella strana e nuova prelibatezza.
La gente del luogo che viveva e si sostentava con le noci si accorse ben presto che le loro piante rimanevano senza frutti da un giorno all’altro.
Cosa stava succedendo?
Qualcuno rubava le noci?
Pensarono che fossero i loro vicini di casa o gli animali del bosco a rubare le noci anche se però sembrava impossibile raccogliere tutti quei frutti in pochissimo tempo.
Non rimaneva che pensare a qualche strana magia fatta da un mago o da una strega…
Pochi giorni dopo, si ebbe la conferma di quanto sospettato quando un ragazzo del luogo, avventurandosi nel bosco per raccogliere funghi, vide lo strano essere che con le sue arti magiche faceva incetta di noci.
La notizia fece subito il giro di tutta la valle destando non poca preoccupazione ed allarme.
Gli abitanti erano decisi a salvaguardare il raccolto delle noci ma convenivano che scacciare il diavolo con la forza sarebbe stato impossibile …. anzi avrebbe peggiorato solo la situazione …

I saggi, riunitisi in solenne conclave, conclusero che era necessario chiedere aiuto e consiglio a tutti abitanti del bosco.
Era però importante avvisare anche i magici abitanti della valle e trovare una data nella quale anche loro potessero liberamente manifestarsi e dare il loro importante contributo ed opinione.
La scelta ricadde per la “Notte di San Crispino” che, nella credenza popolare, rappresentava una notte magica nella quale la luce trionfava sulle tenebre.
Attraverso gli alberi, la notizia della segreta riunione viaggiò nelle valli portata dal vento e, perfino il “Cangalo”, il più misterioso degli abitanti magici del bosco che viveva nei luoghi più ombrosi ed inaccessibili della vicina Val Curone, decise di partecipare e portare la sua collaborazione.
La sera prefissata tutti gli abitanti della valle si trovarono presso il rudere del “Castello di Cella” .
Il problema sembrava senza soluzione ma, dopo un’animata e concitata riunione dove vennero fatte le più svariate proposte su come allontanare la maligna creatura e salvare il raccolto delle noci, si decise all’unanimità di optare per la soluzione avanzata dalle “Fate della terra” che conoscevano bene l’arguzia e la forza del maligno.
La Fate, supportate dai Folletti dei fiori, proposero che il sistema migliore per allontanare il diavolo sarebbe stato quello di fargli assaggiare un altro frutto nella speranza che potesse piacere più delle noci.
Ma … quale frutto del bosco poteva essere più buono e prelibato delle noci …?
Come e cosa fare per invogliare il maligno ad abbandonare la raccolta delle noci ed allontanarsi definitivamente dalla valle…?
Ad un certo punto al Cangalo venne l’idea di utilizzare come nuovo frutto la castagna.
Io ero ancora una giovane pianta, disse il castagno ….

Il frutto più simile alla noce era sì la castagna che però era protetta da un riccio spinoso e che, se mangiata cruda come la noce, non era per niente buona.
Fortunatamente il fato venne in aiuto…
Un giorno due valligiani stavano bruciavano foglie e sterpaglie per tenere il sottobosco pulito e poter raccogliere più agevolmente le pochi noci rimaste nel bosco mentre alcuni Folletti dei fiori … curiosi e dispettosi, cominciarono a giocherellare con le castagne cadute da un vecchio albero a me vicino…
Alcune caddero vicino al falò e, una volta spento, uno dei valligiano notò incuriosito quei frutti abbrustoliti.

Ne raccolse uno e … seppure con un poco di timore e sospetto lo assaggiò!
Grande e immenso fu lo stupore in quanto i frutti risultarono squisiti assai più delle amiche noci.
Allora … su sollecitazione delle Fate della terra , decisero e provarono a far assaggiare al diavolo le castagne abbrustolite nel fuoco chiamate da allora caldarroste o “bastarnà”.
La maligna creatura ne rimase favorevolmente colpita ma, dato che nella valle le piante di castagno erano pochissime se ne andò borbottando proseguendo il suo lungo viaggio verso Vicus Iriae.
Gli abitanti della valle, felici per lo scampato pericolo apprezzarono anche essi le caldarroste che risultarono assai più gustose delle noci.
Vendettero tutto il raccolto delle noci accumulato fino ad allora e …. coi soldi guadagnati… piantarono nelle colline numerosissimi alberi di castagno che da allora diventò la pianta più importante e popolare dei boschi che costeggiano l’antica Via del Sale Lombarda .
Arrivato a destinazione il diavolo riferì agli altri maghi della strabiliante invenzione delle caldarroste che da allora diventarono e sono ad oggi una peculiarità e prelibatezza della nostra valle”.
Prelibatezza che ancor oggi, dopo secoli, è risorsa insostituibile di tutte le aree più marginali del nostro Appennino.

Nei tempi addietro, l’arrivo dell’autunno portava un gran fermento nelle famiglie: si teneva pulito il sottobosco e, dove c’era un castagno, il terreno era concimato e falciato con cura e tutto doveva essere a posto per poter raccogliere agevolmente l’autunnale frutto.
La raccolta iniziava tra la fine di settembre e la prima settimana di ottobre e continuava fino a novembre.
Era un lavoro prettamente manuale che si faceva in famiglia, si raccoglieva il frutto per terra o battendo le piante di castagno con lunghe pertiche di legno di noce al fine di agevolarne la caduta e, successivamente, le castagne ripulite dal riccio venivano raccolte con gerle o sporte e conservate accuratamente in quanto fornivano ricchezza e sostentamento agli abitanti delle nostre terre che riuscirono a superare, grazie al “pane dei poveri” guerre, carestie e periodi di crisi economica.
Proprio in quest’ottica di “lotta per la sopravvivenza” la castagne, per il loro basso costo, facile reperibilità ed elevato potere nutritivo venivano utilizzate come alternativa ai cereali, sostituendo spesso il pane di segale.
Non si buttava via niente: quelle buone erano nutrimento per l’uomo, quelle guaste per gli animali, le scorze si usavano l’anno successivo per alimentare il fuoco dell’essiccatoio e le foglie si utilizzavano come lettiera per gli animali.
Anche i ricci venivano riutilizzati e messi in un buco nel terreno, con funzione di torbiera, dove marcendo sarebbero diventati concime per gli alberi.
I vecchi abitanti della valle hanno imparato ad utilizzare e cucinare questo frutto nei più svariati modi tramandando, in questo modo, alle generazioni attuali una “cucina povera” ricca di ricette antiche.
Una cucina del popolo, dei contadini e delle classi meno abbienti che è espressione di quell’“arte della cucina” che si mescola con un’altra arte ben conosciuta: “l’arte dell’arrangiarsi”.
Riscoprire le antiche tradizioni che nel corso del tempo hanno scandito i diversi periodi dell’anno, rappresenta ancora oggi, per la comunità, un’ occasione per ricostruire parte della loro storia.
Nella nostra valle la scoperta delle castagne, seppur persa fra verità, leggenda e fantasia, è ancora oggi un momento di aggregazione e di festa a cui partecipano anziani e bambini e, nelle innumerevoli sagre che animano il nostro Appennino vengono mantenute vive e riproposte le usanze dei “ nostri vecchi” anche attraverso rappresentazioni popolari inerenti la raccolta di questo frutto mediante le lunghe “canne a pertica” utilizzate per battere la pianta.
Insomma, in fin dei conti, …. c’era una volta ….
Cominciano così tutte le fiabe ed i racconti ma …. siamo così sicuri che tra realtà e leggenda non ci sia un fondo di verità ben preciso che molte volte non riusciamo a cogliere perché abbiamo perso il bambino che è in noi?

di Andrea Casarini