“I ragazzi di “Robinù” armati a otto anni. Ma non è una fiction”

Santoro racconta la guerra tra bande degli adolescenti di Napoli: “Nel documentario raccontano se stessi. Non c’è nessuna redenzione, dobbiamo occuparci di loro”.

Corriere della Sera, 5 dicembre 2016

Qual è la caratteristica di questo prodotto?

“Mafia e camorra ci arrivano nelle case attraverso fiction come “Gomorra” oppure con le espressioni usate nelle deposizioni dei pentiti. Invece i ragazzi di “Robinù” non sono né attori né mostrano pentimento ma scontano la pena a Poggioreale e ad Airola restando ciò che sono. Emerge un racconto molto crudo, una descrizione unica della loro condizione. Sparano già prima dei quindici anni e raramente arrivano ai trenta”.

E qual è la differenza sostanziale con “Gomorra”?

“Da una parte c’è la conferma che “Gomorra” affonda le sue radici nella realtà. Ma lì, per esigenze narrative, i caratteri sono scolpiti un po’ come maschere. In “Robinù” i ragazzi sono capaci di ammazzare anche per la più stupida delle ragioni ma contemporaneamente sono animati da una straordinaria qualità sentimentale. Quando vedono le loro donne esprimono una commozione che forse noi non conosciamo. Tutta questa forza dovrebbe portarci a occuparci di loro. Ma, come spiega il direttore di Poggioreale, nonostante gli sforzi degli operatori, siamo lontani dall’individuare un possibile cammino di redenzione. A Poggioreale ci sono duemila storie diverse, che non sono affrontabili con la semplice sociologia. Dovremmo riflettere su quanto non facciamo per loro”.

Qual è stata la molla che l’ha spinta verso il progetto?

“Quando studio le storie di quei ragazzi, mi identifico nelle mie vicende familiari. Io ho avuto in mio padre un esempio straordinario, col suo stipendio da macchinista delle ferrovie ha portato cinque figli fino agli studi universitari. Ma da bambino a Salerno sono cresciuto per strada: c’era una forte dinamica di bande che si affrontavano nelle vie, avrei potuto precipitare anch’io chissà dove, le occasioni negative c’erano. E così, da ragazzo, molte persone che ho conosciuto, magari per emulazione, sono finite nella lotta armata e hanno ammazzato. Per questo penso che certi mondi vadano contagiati positivamente: e tocca a noi. Mai rinchiuderli in un ghetto, così si perpetua tutto”.

Il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, ha polemizzato: certe rappresentazioni danneggerebbero Napoli.

“De Magistris confonde un racconto come “Robinù” con l’attività di promozione delle bellezze di Napoli. Il nostro documentario testimonia una realtà certo non insignificante per la vita quotidiana della città. Gli addetti allo spaccio della cocaina sono migliaia e riguardano poi un indotto di decine di migliaia di napoletani. Il welfare criminale non è una barzelletta, né è fiction: è una realtà che riguarda i migliori negozi di Napoli, di vestiti e di cibo. Quindi incide negli equilibri dei quartieri alti e nella qualità della vita di migliaia di persone”.

Con tutto questo cosa vuol dire, Santoro?

“Che vedo tanta ipocrisia. Lasciamo che le cose restino così, che si ammazzino tra di loro, che le pistole circolino per le mani di bambini di otto anni, meglio non occuparsene. Insomma, non vedo le forze politiche impegnate in un programma di risanamento sociale adeguato. A partire dall’obbligo scolastico: se escono dalla terza media sono quasi sempre analfabeti perché, senza strumenti eccezionali, è impossibile recuperarli allo studio. Molti insegnanti, di fronte a un ragazzino di undici anni che si comporta già come un piccolo boss, pensano sia meglio non averlo in classe. E così si va avanti”.