Gli oligarchi fanno shopping di media: come si uccide la libertà di informazione

Oligarchi è un nome nato in Russia, ma Reporters sans frontières (RSF) l’ha scelto per designare quei magnati che comprano o edificano imperi mediatici per metterli al servizio dei loro interessi economici o politici. «Il fenomeno è mondiale – dicono a RSF – la tendenza è alla concentrazione  in gruppi dove i media (televisioni, radio, giornali, siti web) sono contigui a banca, telefonia, immobiliare costruzioni, ecc. Il tutto molto spesso con grande soddisfazione di quegli stati, come la Cina, che hanno adottato il capitalismo per meglio soffocare la democrazia».

Articolo di Umberto Mazzantini su Greenreport.it

Per svelare questo intreccio tra affari e politica, MSF pubblica Il rapporto “Médias: les oligarques font leur shopping dresse” – accompagnato “Petit guide méthodologique à usage du bon oligarque” –  che dipinge un quadro oscuro, nel quale il giornalismo e la libertà di informare cozzano contro un muro invisibile: quello del denaro e dei conflitti di interesse. Nella prefazione del rapporto si legge che «Per  fare delle scelte basate su delle informazioni affidabili, l’umanità, le società e gli individui hanno bisogno di “parti terze di fiducia” che si impegnino nel “libero perseguimento della verità obiettiva”, secondo quanto espresso nell’atto costitutivo dell’Unesco. Da qui l’importanza che giornalisti liberi dei loro movimenti non siano chiusi in delle “prigioni invisibili” che, anche se sono molto più confortevoli delle segrete, anche in modo incomparabile, impediscono comunque ai giornalisti di esercitare il loro mestiere in totale indipendenza».

mediaNel rapporto, Reporters sans frontières svela i nomi dei più grandi oligarchi dei media, personalità il cui interesse  per il giornalismo è secondario rispetto alla difesa dei loro interessi e denuncia: «Non acquistano per ampliare il pluralismo, ma per estendere il campo della loro influenza o di quella dei loro amici. Dalla Russia alla Turchia, dall’India all’Ungheria e anche nelle democrazie reputate come le più aperte, dei personaggi ricchissimi fanno uso delle loro fortune per fare i loro corsi mediatici. Succede che certi salvino dei giornali o dei gruppi audiovisivi per spirito filantropico, ma più spesso mettono le loro proprietà al sevizio delle loro attività terze. I conflitti di interesse danneggiano l’indipendenza dei giornalisti e nello stesso tempo al diritto di ciascuno a un’informazione onesta. Dipanare la matassa delle partecipazioni, far luce sui legami familiari o politici, rivelare le pressioni subite dalle linee editoriali, dimostrare l’uso sleale della potenza mediatica, è il lavoro che ha intrapreso RSF a proposito dei ricchissimi proprietari che hanno un consumato talento per difendere i loro vantaggi personali e quelli dei loro amici. Difendere l’esercizio del giornalismo di fronte a tutte le minacce, compresa quella del denaro, è la ragion d’essere della nostra organizzazione».

Il rapporto nella prima parte prende in esame gli oligarchi al servizio di dittature, Stati autoritari o Stati-mafia ma nel secondo capitolo, “Un homme politique peut-il être un patron de presse comme les autres?”, sottolinea che «il  conflitto di interessi tra attività politica e proprietà di un media dovrebbe essere ovvio. Come si può essere sia protagonisti e osservatore della vita pubblica pretendendo l’obiettività? Eppure questi accumulatori esistono anche nelle grandi democrazie occidentali». Il rapporto fa esempi in Europa, Canada e Brasile e  il primo fra tutti è italiano e molto noto: Silvio Berlusconi, di nuovo agli onori delle cronache per i suoi problemi di salute e le sue disavventure sessuali e giudiziarie. Vi proponiamo la scheda del rapporto MSF dedicata a lui e al nostro Paese:

berlusconiSul suolo della “vecchia Europa”, colui che sembra aver spinto al parossismo il triangolo incestuoso è evidentemente Silvio Berlusconi. E’ sempre uno degli uomini più ricchi d’Italia, alla testa di una fortuna stimata in 7,4 miliardi di dollari. Dal  2011, il “ Cavaliere”, 79 anni, non ha più funzioni di governo, ma la pubblicazione nell’ottobre 2015 di una biografia autorizzata, intitolata My Way, è vista come il preludio al ritorno in politica del magnate italiano. Condannato nel 2013 per frode fiscale al termine di un feuilleton giudiziario di almeno due decenni, Silvio Berlusconi continua però a pesare attraverso il suo impero mediatico sugli affari del Paese. La sua storia di self made man fa parte delle leggende transalpine.

Deputato dal 1994, tre volte eletto al posto di primo ministro (ha totalizzato in tutto 9 anni alla presidenza del Consiglio, un record in Italia), il patron di Forza Italia è il principale manate televisivo del Paese (gruppo Mediaset). E’ anche l’azionista maggioritario del gruppo Mondadori, il principale editore di libri e di riviste, così come del quotidiano Il Giornale. Una formidabile forza d’urto che il Cavaliere non ha esitato a mettere a profitto per difendere i suoi interessi politici come quelli economici.

mediaDurante i suoi tre mandati alla testa del governo, ha anche « fortemente pesato sul casting e la programmazione » della televisione pubblica, la RAI, diventando così il padrone quasi assoluto delle emissioni in Italia, come ricorda il giornalista italiano Gian Paolo Accordo di  Vox Europe. Una situazione inedita nell’Unione europea. Gli accantonamenti e le purghe si sono moltiplicati all’interno della RAI, nella quale diversi giornalisti hanno denunciato il clima deleterio di autocensura. Un “Sistema Berlu” e è stato messo in opera nei media implacabile con i critici del “Cavaliere” e particolarmente generoso con i suoi fans. Di fronte a quest’impero mediatico, sono emersi degli isolotti di resistenza, come I giornali La Repubblica, l’Unità, l’Espresso e perfino il terzo canale della RAI. Ha anche visto la luce un nuovo quotidiano, Il Fatto quotidiano. A più riprese, gli italiani sono scesi in strada per difendere la loro libertà di stampa. Delle personalità internazionali, scrittori, artisti, giornalisti, hanno firmato petizione per protestare contro la presa sulla stampa  del primo ministro italiano. Anche delle ONG: «Berlusconi non ha esitato ad utilizzare il suo potere politico ed economico per tentare di mettere la museruola all’informazione in Italia e nell’Unione europea», denunciavano nel 2009 in un comunicato congiunto Reporters sans frontières, la Fédération européenne des journalistes (FEJ) e il gruppo europeo della Fédération internationale des journalistes (FIJ).

Oggi, la sorte  dell’impero mediatico di un Berlusconi invecchiato suscita degli interrogativi nella penisola. Anche delle speculazioni. Chi della lunga linea dei discendenti del patriarca ne assumerà la guida? Il Cavaliere conta veramente di rilanciarsi in politica come ha detto ai suoi familiari?

In attesa, la sua galassia mediatica suscita delle cupidigie: quelle di un Rupert Murdoch, di un Vincent Bolloré o di un Xaviel Niel. Pour molti, l’avvenire dell’impero Mediaset del Cavaliere passa per delle ampie alleanze con altri “squali” del settore dei media a livello planetario. La sua alleanza con Vivendi, diretta da  Vincent Bolloré, conclusa all’inizio di aprile 2016 per contrastare Netflix, il gigante americano dello streaming, sembra confermare questa ipotesi: alla fine, gli specialisti ci vedono il contorno di un impero regnante su tutta l’Europa del sud, in particolare nel campo della televisione a pagamento.