Fra un terremoto e l’altro: gli ottusi e i collusi

“Annunciati” o meno da scosse di bassa intensità o da sciami sismici, dei terremoti italiani colpisce sempre l’effetto antropico: abitanti e amministratori ugualmente sorpresi perché privi della memoria storica del loro stesso territorio.

“Ma come, terremoti in pianura?” commentarono a caldo nel 2012 non pochi cittadini di Ferrara, città che dopo il sisma del 1570 inaugurò le prime costruzioni antisismiche storiche: uno sciame sismico di circa 2000 scosse tormentò (per quasi 4 anni!) i ferraresi e i loro duchi, che all’ipotesi papale di “punizione divina” preferirono promuovere i primi studi scientifici sulle cause del sisma. Non solo, incaricarono l’architetto Pirro Ligorio, autore di «Rimedi contra terremoti per la sicurezza degli edifici», di elaborare un progetto di casa antisismica che non aveva precedenti né in Italia né in Europa. Eppure quel terremoto, dovuto al sollevamento di geo-strutture sepolte nei sedimenti fluvio-glaciali della pianura, doveva essersi manifestato già diverse altre volte: infatti era un geo-fenomeno che, negli ultimi 3 millenni, stava spostando – a oltre 20 chilometri verso nord – il corso stesso del Po!.

Adesso, la sismicità diffusa dell’Appennino si è di nuovo manifestata: “Ma non ci sono state scosse di preavviso” ha commentato in tv un sindaco della zona, come se il terremoto fosse un mostro sotterraneo in qualche modo obbligato ad avvisare. Quasi come il Namazu delle leggende giapponesi, un enorme pesce-gatto che agitandosi nel fango sotterraneo causava terremoti.

Invece i Monti Sibillini e il territorio compreso fra Norcia, Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto hanno una lunga storia di terremoti, tant’è che sono classificati al massimo grado di rischio sismico.

In Italia tale classificazione ha avuto una lunga e tormentata storia legislativa: negli ultimi decenni, fra proroghe più o meno lunghe (e più o meno ammiccanti a interessi privati) è stata quasi sempre ripresa solo all’indomani di terremoti violenti, dal Belice (1968) al Friuli (1976), da quello dell’Irpinia (1980) a quello de L’Aquila (2009) e dell’Emilia (2012).

Quanto queste “non-scelte” abbiano pesato sulla storia italiana degli ultimi 100 anni, pur limitandosi alla semplice lettura di siti riepilogativi, è possibile dedurre che (dal 1905) i terremoti nel nostro Paese abbiano causato quasi 161.000 morti! Ma la colpevolezza dei fenomeni sismici è in gran parte solo marginale perché sono gli edifici che crollano a causare vittime, oltreché danni materiali, stimabili dal 1968 al 2012 in circa 12 miliardi di euro.

Però non si può comprendere a fondo la dimensione politico-amministrativa di questo secolo di disastri se non si torna a leggere il libro «Terremoti d’Italia», pubblicato nel 1998: già allora vi si dimostrava che la gestione politicante del territorio trova più conveniente (affaristicamente, elettoralmente etc.) puntare sulle emergenze e sui disastri che non sulla loro prevenzione.

Alla faccia della correttezza informativa giornalistica, ancora stasera ho sentito chiedere (su «Radio 24», mi pare) a un dirigente dell’Ingv se ricostruire non sia più conveniente di fare prevenzione, visto che la previsione dettagliata risulta tuttora impossibile.

Proprio nell’emergenza dovrebbe manifestarsi un tipo di informazione mirata a non far ripetere gli errori che hanno portato all’ennesimo disastro sismico italiano.

Invece, anche sulle macerie di Amatrice e di Arquata del Tronto prospera la retorica emozionale, con domande del tipo: «Come si sente?», magari rivolte a persone che hanno appena perso un loro caro, se non due. In alternativa, la banalità assoluta, tipo «Come ha dormito stanotte?».

Ben più rare le interviste a sismologi, per far conoscere la storia sismica dell’area colpita, e ancor più marginali i servizi divulgativi, con confronti sugli epicentri, sulle geo-dinamiche con cui le faglie si caricano più o meno rapidamente.

Per non parlare del cosiddetto “tempo di ritorno”: che sarà mai? Meglio non creare panico, anche perché si rischiano denunce. In altre parole diffondere nei cittadini quella base culturale sulla sismicità che la scuola dell’obbligo non fornisce (se non con rare eccezioni). Sono queste le conoscenze diffuse che permetterebbero di poter scegliere democraticamente su quanto valga investire in programmi di prevenzione a lungo termine, piuttosto che replicare ancora una volta la sceneggiata della “disgrazia inevitabile” e delle promesse elettoralistiche con relative “new towns” di turno. Perché se non muta questo cliché dovremo solo rassegnarci al prossimo disastro: la sinergia di troppi (cittadini elettori) ottusamente disinteressati alla prevenzione dei danni da terremoti finisce per essere complice dei politicanti collusi con l’affarismo della ricostruzione. Ho persino sentito affermare, sempre in radio, che bisogna applicare il metodo seguito per L’Aquila, come se fossimo tutti decerebrati e privi di memoria, di quella recente come di quella storica. Memoria che sulla sismicità “gemella” di Accumuli e Amatrice ci tramanda una storia locale del 1639: «Nuova, e vera relatione del terribile, e spaventoso terremoto successo nella citta della Matrice, e suo stato, con patimento ancora di Accumulo, e luoghi circonvicini, sotto li 7 del presente mese di Ottobre 1639. Con la morte compassionevole di molte persone, la perdita di bestiami d’ogni sorte, e con tutto il danno seguito fino al corrente giorno». Commento: la causa del sisma sarebbero stati «gli enormi peccati» degli abitanti che, per questo, «IDDIO gli purifica con tremendo e rigoroso castigo».

Giorgio Chelidonio

fonte: La Bottega del Barbieri