Figli non tornate! 1919-1919. Lettere agli emigrati nel Nord America raccolte da Luigi Botta

Firenze, Cuneo, Senigallia, Torino, Bologna, Bisceglie, Urbino, Padova, Ancona, Ferrara, Varese, Rimini, Salerno, Pinerolo, Fano, Lecco, Trani … ma soprattutto piccoli Comuni o frazioni come Palazzo San Gervasio, Supino, Castelvetrano, Mortara, Ripatransone, Atina, Pieve di Soligo, Banzi, Mistretta, Beano, Francavilla Fontana, Leini, Rometta, Ceprano, Sant’Arcangelo, Acri, Bagni di Montecatini, Roio, Amorosi, San Tommaso Agordino, Prais, Ortona a Mare, Paganica, Rotello, Civitaretenga, Pesariis, Sortino, Bedizzano e centinaia di altre località che a volte sono difficili da individuare con precisione – Doviglio, Gorpetto, Metello … – perché non risultano sulle carte geografiche, per omonimie (come Gualdo) o perché i nomi che gli abitanti danno ai loro paesini o borgate non corrispondono all’anagrafe ufficiale.

«Figli non tornate! (1915-1918)» ovvero «Lettere agli emigrati nel Nord America» pubblicato nel maggio 2016 da Aragno e curato dallo storico Luigi Botta, con la prefazione di Gian Antonio Stella, è un libro straordinario, controcorrente e utile per l’oggi anche se parla di 100 anni fa. Se queste lettere vi entusiasmano come è successo a me, penso che l’uso migliore da farne sarebbe – almeno per chi oggi è impegnato contro le nuove guerre che l’Italia conduce in forma più o meno mascherata – andare a cercare fra le pagine la città, paese o borgata dove si abita, se possibile rintracciare le famiglie delle persone protagoniste di quelle antiche lettere/testimonianze per presentare oggi il libro… in antitesi alla retorica bugiarda che di nuovo dilaga sul grande massacro del 14-18 travestito da “sacrificio per la patria”.

Il titolo del libro rimanda all’appello intitolato appunto «Figli non tornate» che, quando l’Italia dei Savoia e dei padroni entra in guerra, venne inviato da Palermo e fu ripreso il 24 luglio 1915 dal settimanale «Cronaca sovversiva»: diretto da Luigi Galleani, militante anarchico, usciva negli Usa (a Lynn, nel Massachusetts) e iniziò a pubblicare lettere di italiane/i – soprattutto di madri ma anche di alcuni costretti in trincea – ai loro familiari emigrati. Quasi tutte le lettere a non tornare per evitare di farsi massacrare nella guerra dei Savoia; ci sono pochissime lettere “patriottiche” che ricevono in risposta rifiuti rabbiosi e motivati.

Il saggio introduttivo – oltre 80 pagine – di Luigi Botta si intitola «Una battaglia nel nome delle madri» e inquadra queste lettere nel contesto storico, ricordando che «Madri d’Italia!» si chiamò un opuscolo di 24 pagine (firmato Mentana, pseudonimo di Luigi Galleani) che ebbe grande diffusione in Italia e negli Usa: chiamava le madri a raccolta per «indirizzare i figli al dovere di uomini liberi», cioè contro le patrie e per l’anarchia.

«Cronaca sovversiva» continuò a pubblicare lettere – nel libro ne troviamo 233 – ma anche opuscoli, volantini (un milione di copie) con numeri speciali e un manifesto diffuso in 73mila copie: invitando esplicitamente alla diserzione, spiegando come «i vassalli pellagrosi e famelici di Vittorio Emanuele III di Savoia» trovassero il denaro («17 soldi al giorno») per la guerra sempre più sanguinosa.

Lo scenario muta quando, il 2 aprile 1917, gli Usa decidono di entrare in guerra. Così – ricorda Luigi Botta – «tutti, anche gli stranieri, devono registrarsi entro il 5 giugno: chi, in età di leva, non lo dovesse fare si espone all’arresto, alla condanna ad un anno di reclusione con la registrazione d’ufficio e la deportazione nel Paese d’origine». Ovviamente sparisce la libertà di pensarla diversamente e il 15 giugno 1917 l’«Espionage Act» autorizza, con la scusa della sicurezza, la censura sulla stampa.

Ma su «Cronaca sovversiva» si invita esplicitamente a non farsi registrare: «vi possono condannare a un giorno, a 15, a tre mesi, nel caso disperato a un anno di carcere. Non è ancora la pelle». Galleani sarà interrogato da un giudice, la rivista censurata e sequestrata. Sempre più spesso gli anarchici verranno arrestati (55 in un colpo solo … dentro una biblioteca di Seattle). Infine, siamo ormai al 1919, Galleani e altri anarchici – «unica fede politica presa in considerazione» dal governo Usa, annota Botta – saranno deportati in Italia mentre alcuni hanno già cercato riparo in Messico o altrove.

All’epoca fioccarono ovviamente le calunnie: soprattutto quella che la rivista fosse al soldo degli austroungarici. Così risponde Botta: «Mai vi è stato giornale che abbia reso così trasparente la propria attività come “Cronaca sovversiva” che nei 15 anni della sua esistenza ha sempre pubblicato tutto, il bilancio al centesimo, le donazioni al soldo, gli incassi delle feste, le offerte agli scioperanti, le sottoscrizioni per i carcerati, i costi dei viaggi, le offerte ai comizi e alle conferenze, il ricavato delle riffe, i versamenti degli abbonamenti….».

Con la repressione tutto cambierà e ovviamente niente più nomi mentre rubriche come «Sant’Uffizio» e «Cronache della forca» informano su censure e arresti. Fino alle ultime lettere – pubblicate il 2 marzo 1918 – arrivate da Roma, Cossato e Pietramontecorvino. Poi la vita per «Cronaca sovversiva» si farà ancora più dura e il settimanale dovrà interrompere, dopo circa 16 anni, le normali uscite. Il 18 luglio 1918 la rivista sarà dichiarata fuorilegge.

Alla fine della sua bella introduzione, Luigi Botta sintetizza i numeri del grande massacro ma anche delle diserzione, delle fucilazioni senza processo… Sono cifre impressionanti che abbiamo spesso ricordato qui in “bottega” anche come controcanti alla nuova/vecchia retorica militarista.

Mentre la fine del primo macello mondiale in Europa produce nuove crisi e prepara i fascismi, negli Usa scatta la «Red Scare», la grande paura dei rossi. I primi a finire nel mirino sono i nomi rintracciabili nelle pagine di «Cronaca sovversiva». In questo clima si preparano le provocazioni, come quella che porterà a morte Sacco e Vanzetti, ricorda Botta che conclude così il suo testo: «Gli Stati Uniti avranno sì “ammazzato” il movimento anarchico […] ma lo hanno fatto a caro prezzo, per la loro libertà e la loro democrazia».

Daniele Barbieri

La Bottega del Barbieri