Figli dei detenuti mai ascoltati

Qualche volta anche i volontari, anche le persone più abituate ad ascoltare la sofferenza delle persone detenute restano turbati e colpiti dal dolore dei figli che hanno un genitore in carcere e dal loro disperato bisogno di ascolto.

Il Mattino di Padova, 30 maggio 2016

Per questo vogliamo tornare a parlare della Giornata di Studi “La società del NON ascolto”, che di recente ha “aperto” le porte della Casa di reclusione di Padova al mondo esterno, e ha dato un grande e profondo ascolto a questi figli dolenti che hanno voglia di essere rispettati, considerati, capiti. Diamo allora la parola ai figli, a partire da Alexandra Rosati, la figlia di Adriana Faranda, ex appartenente alla lotta armata, e poi anche a un padre che nella Giornate dedicata all’Ascolto ha avuto la possibilità di avere accanto il figlio.

Alexandra, figlia di Adriana Faranda, ex appartenente alla lotta armata

Io sono Alexandra Rosati, sono figlia di Luigi Rosati e Adriana Faranda. Come tutti sapranno mia madre è una ex terrorista rossa, ha partecipato al rapimento di Aldo Moro, poi successivamente dissociandosi dall’omicidio. Per me oggi è una giornata molto particolare, io rientro in un carcere dopo 25 anni, venivo in carcere come figlia e la prima volta è stato quasi 40 anni fa, io avevo 8 anni e passavo dal braccio maschile del carcere di Rebibbia al braccio femminile dove vedevo prima papà e poi mamma. Adesso vengo messa un po’ dalla parte delle vittime anche se la parola vittima non mi piace molto, però in qualche modo lo sono stata. Credo di esserlo stata, della società soprattutto. Io ho subito delle discriminazioni sociali non indifferenti, ero la figlia di una brigatista rossa quindi ho perso posti di lavoro, venivo esclusa da gruppi, ancora oggi mi capita di subire nella piccola cittadina in cui vivo mobbing sociale, se si può usare questo termine. Per cui è una storia abbastanza complicata anche la mia in qualche modo, fatta anche di molta rabbia, a volte anche di odio. All’inizio noi abbiamo avuto perquisizioni, abbiamo avuto la polizia dentro casa che cercava mamma con giubbotti antiproiettile, caschi, mitra, erano tanti e me li ricordo perfettamente quando correvano per casa, si fermavano nelle camere, compresa la mia. Insomma, io quella notte mi spaventai tantissimo, quella fu una notte delle più terribili della mia vita e, naturalmente, quando mia madre è stata arrestata, mentre a casa mia tutti piangevano io facevo i salti di gioia perché finalmente potevo vederla, c’erano stati gli anni di latitanza dove noi non sapevamo assolutamente dove fosse.

Questa occasione di ascolto oggi è stata molto importante, mi ha offerto la possibilità di rientrare in un carcere dopo tanto tempo, che era una cosa che io temevo molto. (…) Quando Irena, la sorella di un detenuto, ha portato la sua storia raccontando dell’arrivo in carcere per incontrare il fratello e del fatto che non l’ha trovato, io mi sono ricordata di quando arrivavamo nel carcere di Avellino per vedere mia madre e mia madre non c’era, l’avevano trasferita, anche noi non venivamo informati dei trasferimenti, i detenuti politici venivano trasferiti continuamente. Quindi la realtà carceraria fa parte anche di tutte queste famiglie che vivono nell’ombra, che non si sa neanche che esistano, nessuno sa. Un detenuto oggi ha raccontato l’esperienza di sua figlia che attaccava le manine al vetro per parlare con lui, anche io ho attaccato le manine al vetro divisorio a un certo punto quando l’avevano messo, perché cercavo il contatto con mia madre, che mi era negato. Fortunatamente poi è intervenuta una psicologa e abbiamo potuto, grazie a un magistrato di sorveglianza molto sensibile all’argomento, ottenere colloqui in parlatori normali. Quindi io vorrei solo ringraziare tutti quelli che oggi hanno parlato di questi temi, ma anche tutti quelli che hanno ascoltato, anzi forse soprattutto loro.

Suela, figlia di Dritan, detenuto-redattore di Ristretti Orizzonti

Ascoltando Alexandra Rosati (figlia di Adriana Faranda) mi sembrava di ascoltare me stessa, e ho sentito un brivido dentro di me, e ho pensato a ciò che mi sarebbe potuto accadere se, quando ero piccola, i miei compagni di scuola e le loro famiglie avessero saputo la figlia di chi ero, la discriminazione che avrei subito, l’emarginazione, il senso di solitudine e di diversità che sarebbe stato ancora più accentuato. Sono stata fortunata a differenza sua perché la mia storia non la conosceva nessuno, e ora che molti la conoscono ho avuto la possibilità di essere ascoltata e raccontarla io stessa e non farla raccontare da terzi a loro piacimento.

Per me la magia più grande, o meglio il miracolo che ho sentito anche quel giorno in carcere è avvenuto su mio papà, il quale grazie alla redazione di Ristretti Orizzonti, alla grande determinazione di queste persone a non mollare mai, è una persona migliore, un’altra persona, una persona con una grande voglia di vivere e migliorare, una persona con un’intelligenza straordinaria e una capacità di fare sentire gli altri a proprio agio che non tutti hanno. Non esprimo mai parole cosi importanti su di lui, ma questa volta glielo devo perché sono orgogliosa di lui e di quello che sta facendo.
Non avevo mai presentato delle mie amiche a mio papà perché pensavo che non fosse pronto, invece penso che io non ero pronta, ma quest’anno l’ho voluto fare, gli ho presentato Stefania, la quale dopo mezz’ora che era con lui mi ha detto “a me sembra di parlare con te, perché tu sei come lui e non so come sia possibile visto che non sei cresciuta con lui. Gli voglio già bene perché ha qualcosa che mi ricorda mio padre”.

Oriana, figlia di Aurelio, ergastolano

Gentile redazione di Ristretti Orizzonti, vi scrivo da Catania mi chiamo Oriana, figlia del detenuto Aurelio Q. del carcere di Padova Due palazzi.

Volevo ringraziavi per quanto state facendo per tutti gli ergastolani, compreso mio padre, sto seguendo attentamente tutte le vostre idee e mi sarebbe piaciuto molto essere presente al convegno, avrei tanto voluto dire il mio pensiero al riguardo. C’è tanta sofferenza, ma voi mi state dando una speranza, l’unica che può farci andare avanti. Mio padre l’hanno portato via quando io ero neonata, avevo solo un anno non sapevo niente di lui, la mia mente riscopre immagini bruttissime per una bambina. In questi 20 anni ho visto dei cambiamenti su mio padre, oggi vedo i suoi occhi sempre più stanchi, vedo gli anni passare e lui non tornare. Credo che l’ergastolo sia una PENA DI MORTE PER L’ANIMA. Non è vero che la pena di morte in Italia non esiste, questa è proprio la pena peggiore che ci possa essere per un uomo, per qualsiasi uomo. Ho saputo solo da pochi giorni dell’esistenza del sito Ristretti Orizzonti, volevo complimentarmi con voi, e dirvi che se ci fossero più persone così, questo mondo non sarebbe tanto crudele. Grazie infinitamente a tutta la redazione.
Con grandissima stima. Oriana

E infine Antonio Papalia, un padre detenuto che per un giorno ha avuto vicino il figlio

Fortissima è stata l’emozione di poter trascorrere una giornata con uno dei miei figli, senza essere guardato a vista come accade quando faccio il colloquio settimanale in una piccolissima sala, dove sono costretto a rimanere seduto a un tavolino senza potermi muovere, inoltre questo convegno mi ha dato la possibilità di fare qualche foto insieme a mio figlio, visto che finora non ne ho mai avuto l’opportunità. E tutto ciò è potuto avvenire perché mio figlio è stato autorizzato a partecipare al convegno, cosa che in ventiquattro anni di carcere non era mai successa, oggi invece grazie a questa importante occasione ho potuto trascorrere una giornata diversa e molto bella, una delle più belle della mia vita da quando sono in carcere.

A dire il vero un’altra giornata simile l’avevo trascorsa l’anno scorso con mia moglie, mia figlia e una delle mie sette nipotine, grazie ad una iniziativa che ci aveva permesso di fare un colloquio con i familiari di domenica in palestra e poter pranzare insieme con loro, cosa rara, poiché non si è più ripetuta, ma DEVE assolutamente accadere ancora. Secondo me questi convegni, il progetto con gli studenti che la redazione di “Ristretti Orizzonti” porta avanti ormai da anni, gli incontri con le famiglie, il dialogo con il mondo esterno, portano il detenuto al cambiamento e fanno sì che una volta uscito non torni a delinquere, mentre se lo si lascia ad oziare in branda dalla mattina alla sera, oltre che farsi una carcerazione rabbiosa lui e la sua famiglia non faranno altro che vedere le istituzioni come nemici.