Festival della carne di cane in Cina. Diana Lanciotti scrive all’ambasciatore cinese in Italia

Il 21 giugno nella città di Yulin, in Cina, si svolgerà l’annuale Festival della carne di cane. Una spaventosa strage di cani (i più rubati alle proprie famiglie), che dopo essere stati trattati in modo disumano vengono trucidati nei modi più crudeli per essere cucinati. Si tratta di un’usanza barbara, assurda e anacronistica, assolutamente non giustificabile sotto l’ombrello della “tradizione”.
Diana Lanciotti, fondatrice e presidente onorario del Fondo Amici di Paco, associazione impegnata da 20 anni nella tutela degli animali, ha inviato una lettera all’ambasciatore della Cina in Italia per chiedergli di intervenire nei modi che riterrà più opportuni per fermare questa brutale manifestazione e sensibilizzare il suo popolo a un maggior rispetto verso tutti gli esserti viventi. Di seguito il testo della lettera:
All’Ambasciatore cinese S.E.Li Ruiyu
c/o Ambasciata cinese – Roma
Egregio Ambasciatore,
ho appena appreso la notizia del Festival della carne di cane che si svolgerà a Yulin il 21 giugno.
Il raccapriccio e il senso di sgomento che si provano all’idea che migliaia di cani verranno anche quest’anno trucidate per diventare cibo sono indescrivibili.
Qualcuno si scandalizza soprattutto per il modo in cui i cani vengono detenuti (spesso rubati, poi ammassati in gabbie anguste) e uccisi (in modo crudele e spesso scuoiati vivi). Ma arrivo al paradosso di dire che non è questo il punto. Il punto è che nessun cane deve essere ucciso, nessun cane deve diventare cibo. È un principio su cui la nostra associazione si impegna da 20 anni e che è diventato un valore diffuso e condiviso: nessuno ha diritto di uccidere gli animali, e non solo quelli cosiddetti d’affezione.
Non c’è tradizione che giustifichi i delitti verso gli altri esseri viventi. Scusare una strage facendola passare come tradizione non è più giustificabile, non è più accettabile. Non più, se vogliamo far parte di una società, di un mondo civile.
Quando 15 anni fa fummo i primi a promuovere una campagna di sensibilizzazione contro l’uccisione di agnelli e capretti a Pasqua, molti si appellarono alla tradizione cristiana. In realtà nessuna confessione, oggigiorno, può volere e accettare che si uccidano esseri viventi per festeggiare un evento religioso.
Le assicuro che, nonostante molte resistenze e molto scetticismo, siamo riusciti a far desistere dal consumo di carne di agnello e capretto tante persone. E personalmente, non cibandomi di carne e pesce da anni, col mio esempio e un mio libro sono riuscita a far riflettere tante persone sulle scelte alimentari e ad attirare l’attenzione dei media sugli allevamenti intensivi, messi finalmente sotto accusa dal punto di vista etico e sanitario.
La stessa Spagna sta rinunciando a quella che fino a poco tempo fa sembrava una tradizione irrinunciabile: la corrida. Guadagnandone in immagine e afflusso di turisti, che hanno apprezzato la svolta animalista ma anche umanitaria (viste le numerose vittime umane di questo macabro spettacolo) del Paese.
Eppure erano cambiamenti impensabili, un tempo. Ma i tempi sono ormai maturi per una vera e propria rivoluzione, anche nel campo alimentare, che ponga fine allo sfruttamento degli esseri viventi.
Mi rivolgo perciò a lei, che vive in Italia e può conoscere lo spazio che gli italiani dedicano agli animali nel proprio cuore e nelle proprie case (sono oltre 7 milioni i cani e altrettanti i gatti che vivono nelle famiglie italiane, essendone essi stessi membri a tutti gli effetti): si faccia promotore verso il suo governo e verso i suoi connazionali, nei modi che troverà più idonei, di qualunque iniziativa che possa cancellare una manifestazione che getta disonore sull’immagine di un intero popolo e riesca a sensibilizzarlo, in modo più ampio, verso il rispetto e la tutela di tutti gli esseri viventi. Milioni di persone apprezzeranno il suo operato.
Confidando in un suo impegno in questa direzione, la ringrazio e le formulo i più cordiali saluti
Diana Lanciotti
Presidente onorario Fondo Amici di Paco