FACCIAMO IL PUNTO: INCONTRO CON L’ESPERTO. INTERVISTA AL DOTT.MARCO GRONDACCI, GIURISTA AMBIENTALE

Consulente in Diritto Ambientale e delle Procedure partecipative nei processi decisionali a rilevanza ambientale e territoriale è stato collaboratore, dal 1989 al 1992, del Centro Informativo Servizi Ambienti Costieri del Comune di Pietrasanta, in ambito di ricerca ed informazione nel settore della Pianificazione Ambientale e Procedure di Valutazione di Impatto Ambientale.
Dal 1992 svolge attività di consulenza legale nelle materie del diritto ambientale e dei modelli di partecipazione del pubblico e, dal 1993, è consulente della Associazione Ambiente e Lavoro Toscana.
Dal 1993 al 1997 è stato rappresentante della Provincia nel Consiglio di Amministrazione del Parco Regionale del Magra Monte Marcello (SP) e dal 2005 è ricercatore in Diritto Ambientale e dei modelli di partecipazione del pubblico ai processi decisionali a rilevanza ambientale – territoriale per la Fondazione Toscana Sostenibile.
Dal gennaio 2104 a maggio 2018 è stato rappresentante del Ministero dell’Ambiente nella sezione regionale della Toscana dell’albo nazionale Gestori Ambientali e dall’ottobre 2018 cura la newsletter ambientale per ANCITEL.
È autore di numerose pubblicazioni quali “Manuale di Diritto Ambientale” per le ed. Le Monnier 1995 – “Lineamenti di Diritto Ambientale” tomo II al “compendio di Diritto” per gli Istituti Tecnici per Geometri coordinato da G. Zagrebelsky (ed. Le Monnier 1997/2000) – Codice di Diritto Ambientale per la Professione di Geometra (ed. Le Monnier 1997). È coautore del volume “Natura e cultura: materiali per una nuova educazione ambientale “promosso dall’ARPAT e dalla regione Toscana (ed. La Nuova Italia) nonché di varie pubblicazioni della Regione Toscana e dell’ARPAT in materia di Valutazione di Impatto Ambientale, Valutazione Ambientale Strategica, Processi di programmazione negoziata e Agenda 21.

Il Dott. Marco Grondacci è stato intervistato da Andrea Casarini per Informazione Indipendente

D. Dott. Grondacci… la prima domanda risulterà senz’altro banale ma ha lo scopo di far capire a chi ci segue quale figura rappresenti il giurista ambientale. Cos’è un giurista ambientale, come si acquisisce questa competenza, di cosa si occupa e come lavora concretamente sul campo?
R. La mia è una figura contermine agli avvocati nel senso che il mio compito nella cause ambientali è quello di analizzare le violazioni di legge (sia in termini amministrativi che penali) in materia ambientale dei progetti, piani e programmi contestati. La mia formazione nasce inizialmente come ricercatore di un Centro studi di pianificazione degli ambienti costieri istituito dal Comune di Pietrasanta e diretto dal Professore Enrico Falqui della Università di Firenze (facoltà di Architettura). Successivamente la mia attività si è sviluppata in gruppi interdisplinari che prevalentemente svolgevano negli anni 80 e 90 consulenze per enti pubblici (soprattutto Regione Toscana e Arpat) su progetti di ricerca innovativi in campo ambientale in particolare in materia di VIA, VAS, procedure di partecipazione del pubblico nei processi decisionali a rilevanza ambientale.
Ma decisiva nello scegliere questa figura professionale, che poi è diventata negli anni 90 il mio lavoro a tempo pieno, sono state le esperienze di militante ambientalista nella provincia di Spezia che mi hanno fatto appassionato alla materia e reso consapevole della necessità di avere anche un approccio professionale in vertenze molto complesse come quella della centrale a carbone e delle discariche abusive di rifiuti pericolosi presenti nella mia provincia.

D. Il sistema giudiziario esistente – nella sua interezza e complessità – rappresenta certamente un pilastro del nostro stato di diritto. Tuttavia, ad oggi, molti si chiedono se esso sia ancora lo strumento più adatto, o per lo meno l’unico, per gestire i conflitti ambientali e rispondere alle domande di giustizia sollevate in quello che è diventato un contesto cruciale dei nostri tempi. Quale il Suo pensiero al riguardo?
R. Ritengo che il sistema normativo ambientale del nostro ordinamento nazionale prevalentemente di derivazione comunitaria sia ad oggi uno strumento validissimo per tutelare l’ambiente.
Ma è chiaro che le leggi per buone che siano vanno applicate e qui un ruolo fondamentale (soprattutto nei processi decisionali a rilevanza ambientale) gioca il modo in cui sono condotte le istruttorie e quindi anche la cultura del ceto politico e burocratico che le gestisce. Da questo punto di vista risulta ancora oggi uno scollamento tra la lettera della legge e il modo in cui viene applicata, userei in questo senso il termine di “opacità amministrativa presupposto spesso di gravi violazioni di legge anche in termini penali. Attenzione! Non è solo questione di “interessi forti” che certamente pesano nelle scelte sui territori ma anche di cultura di governo e se mi è consentito di una visione del diritto italiano che per gli addetti ai lavori privilegia più l’ottenimento dell’atto finale che non il percorso per arrivarci. Questo spiega anche perché ci sia spesso poca trasparenza nelle decisioni e quindi poco coinvolgimento delle comunità locali che inevitabilmente porta a dirimere i conflitti ambientali nelle aule dei tribunali. In questo modo si perde di vista un principio fondamentale che emerge dagli strumenti normativi più innovativi di derivazione anglosassone (VIA, VAS, AIA) dove prevale l’elemento valutativo su quello provvedimentale il tutto riassumibile nel concetto: valutare non è decidere ma porre il decisore nella condizione di avere ponderato tutti gli scenari e gli interessi in campo.

D. Al fine di far progredire il Diritto ambientale può portare ai Nostri lettori alcuni esempi di quanto sia importante la corretta informazione ambientale?
R. Oggi la informazione ambientale è diventata un obbligo di legge ed è un diritto sempre più attivato dai cittadini nei conflitti ambientali.
La partecipazione del pubblico nella normativa di ultima generazione tende sempre di più ad evolversi da partecipazione informata a partecipazione attiva fino alla partecipazione decisionale (di cui gli accordi volontari in materia ambientale sono un esempio come pure il principio costituzionale di sussidiarietà orizzontale).
Il coinvolgimento del pubblico informato fin dalla costruzione di un processo decisionale è fondamentale per far pesare quella che si definisce percezione sociale del rischio.
Ormai spesso e volentieri i Comitati di cittadini attivi non si limitano più ad opporsi ad una decisione impattante ma sono in grado di organizzarsi dotandosi di competenze di alta professionalità in grado di produrre analisi e scenari alternativi ai progetti piani e programmi presentati.
Mi è capitato più volte ad esempio nelle Inchieste Pubbliche delle procedure di VIA e VAS di verificare come le istanze tecniche portate dai cittadini attivi abbiano prodotto informazione ed elementi istruttori che hanno cambiato i contenuti delle decisioni o comunque hanno dimostrato i limiti dei progetti in discussione.
Tutto questo ormai comincia ad essere patrimonio della stessa giurisprudenza, come ha affermato il Consiglio di Stato (Ad Plen n.14 del 15/9/1999): “nel sistema della democraticità delle decisioni l’adeguatezza della istruttoria si valuta anzitutto nella misura in cui i destinatari sono stati messi in condizioni di contraddire”, d’altronde la stessa Corte Costituzionale ha riconosciuto che, nelle democrazie moderne, la attività discrezionale della P.A. comporta che ogni singola amministrazione non sia più  un centro d’imputazione attributario della cura di uno specifico e ben definito interesse, ma è sempre più spesso una figura soggettiva chiamata ad operare scelte dispositive (distributive) di risorse limitate, dopo aver condotto una propedeutica valutazione di compatibilità fra – plurimi – interessi pubblici, e fra questi e quelli dei privati, in relazione ai vari, possibili usi di tali risorse, ciascuno corrispondente ad un dato interesse. 
Aggiungo che  in tali interessi da confrontare sono ormai unanimemente compresi anche quelli c.d. diffusi (ad esempio quelli ambientali e di tutela della salute o della informazione trasparente etc.), basti vedere  la normativa, comunitaria e nazionale,  sull’accesso alle informazioni, la partecipazione del  pubblico ai processi decisionali e l’accesso alla giustizia in materia ambientale e la trasparenza.
D. È oramai assodato che l’economia del futuro deve essere circolare e sostenibile. Purtroppo per essere attiva questa “green economy” ha bisogno di una corretta gestione del ciclo dei rifiuti e di regole certe e sicure che devono coinvolgere tutto il territorio nazionale. Ad oggi mi sembra che queste regole siano continuamente rinviate e che le buone pratiche da attuarsi siano costantemente disattese. Come esperto ed ambientalista può spiegare ai nostri lettori le motivazioni di fondo che rallentano, oramai da troppo tempo, tutto quello che è legato alla green economy ed anche … perché no … alla blue economy?
R. La domanda richiederebbe una risposta molto complessa perché va al di la della stretta questione ambientale e coinvolge scelte di governo di livello internazionale legate al fenomeno della globalizzazione. Credo per esempio rimanendo alla questione rifiuti che l’errore in atto sia quello di avere prodotto negli ultimi anni eccessive deroghe alla normativa sulla gestione del ciclo, e soprattutto una carenza di ruolo di pianificazione della Pubblica Amministrazione che ha messo sempre di più in mano ai privati e ai loro interessi imprenditoriali la chiusura del ciclo dei rifiuti.
Assistiamo così ad una visione riduzionistica della chiusura del ciclo tutta incentrata sull’innamoramento periodico di una tecnologia risolutiva (prima gli inceneritori oggi i biodigestori per fare due esempi) che non tiene conto della specificità dei territori e dei siti.
Così è per fare un altro esempio la questione oggi molto dibattuta della gestione del sistema elettrico nazionale nella transizione dalla de-carbonizzazione alle fonti rinnovabili.
Con la scusa di garantire la continuità della generazione elettrica del sistema nazionale si sta ricattando i territori, dove sono previste chiusure di centrali a carbone, con la installazione di centrali a gas certamente meno inquinanti ma che riproducono la problematica dell’uso delle fonti fossili.
Non si vuole invece uscire dalla logica della servitù energetica ( di cui il meccanismo del capacity market è la sofisticata versione moderna) e proporre per i territori progetti integrati che sulla base di accurati bilanci ambientali e sanitari dimostrino che si può continuare a produrre energia migliorando lo stato dell’ambiente e della salute riducendo gli impatti invece che sostituirli.
D. È un dato di fatto che siamo oramai sull’orlo di una crisi climatica mondiale come dimostra lo “Special report on the Impacts of Global Warming of 1.5°C” pubblicato a fine 2018 da IPCC_CH. Anche il Presidente Mattarella ha recentemente ribadito questo importante concetto. Come si sta movendo la politica Italiana in questo senso e quali a Suo parere i temi urgenti che l’Italia deve giocoforza affrontare?
R. Io sono un giurista ambientale e non un esperto di politiche energetiche anche se registro però le critiche che gli esperti di parte ambientale fanno alle attuali politiche nazionali dove si tende a ridurre gli incentivi alle rinnovabili.
Ultimamente il Governo (come previsto dal collegato ambientale del 2015) ha presentato il “Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli” 2017.
Ecco partendo da questi dati occorre intervenire per spostare risorse verso la economia green ma non sarà un passaggio semplice come dimostra l’esempio che facevo in precedenza sulla gestione della transizione nella generazione elettrica dal carbone alle fonti rinnovabili.
D. Chi non si ricorda o non ha mai sentito parlare del disastro del Vajont (9 ottobre 1963) – del disastro di Seveso (10 luglio 1976) nell’azienda ICMESA di Meda che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube della tossina TCDD sostanza fra le più tossiche – del disastro di Bhopal (3 dicembre 1984) causato dalla fuoriuscita di 40 tonnellate di isocianato di metile dallo stabilimento della Union Carbide India Limited o del più eclatante disastro di Černobyl (26 aprile 1986). A distanza di tanti anni da questi disastri il sottile filo che lega la politica al territorio, giustizia ed interesse privato, è ancora attuale o ci sono stati cambiamenti sostanziali ?
R. Sulla questione dei rischi di incidenti rilevanti legati non solo ad impianti pericolosi ma anche e soprattutto al trasporto di merci e sostanze pericolose, pur essendo state approvata negli anni una normativa rigorosa questa continua a non essere applicata con rigore.
Penso ad esempio alla applicazione dell’effetto domino e ai piani integrati di area che languono nonostante in Italia ci siano situazione altamente a rischio come ad esempio la situazione di Genova Multedo e Polcevera.
Penso ai porti commerciali esclusi dalla applicazione della Seveso III nonostante il cumulo di attività pericolose presenti. Penso alle condotte petrolifere ancora oggi escluse dalla Seveso III nonostante indirizzi interessanti contrari della Commissione UE .
Ma soprattutto si continua, nonostante i discorsi sulla prevenzione, a presentare progetti, pericolosi per i rischi incidentali, in siti assolutamente inadeguati.
In relazione proprio a questo ultimo aspetto sto seguendo un progetto di mega deposito di gpl che si vuole realizzare in piena laguna di Chioggia a pochi passi da uno dei centri storici più belli del nostro Paese. Quindi siamo ancora lontani da una situazione ottimale di prevenzione del rischio come peraltro confermano persino documenti ufficiali del sistema della Agenzie per la Protezione Ambientali poco ascoltati e letti dai decisori.
Sui rapporti tra giustizia ed interessi privati la questione è talmente complessa che richiederebbe una intervista specifica e non basterebbe.
La nuova normativa sui delitti ambientali ha fornito strumenti importanti alla magistratura sia inquirente che giudicante ma tutto ciò si scontra con enormi limiti di risorse e competenze che hanno le attuali procure ad esempio per non parlare della problematica della indipendenza del sistema dei controlli pubblici ambientali dalla politica.
Abbiamo creato le Arpa che dovevano diventare delle autorità indipendenti nel controllare e prevenire l’inquinamento in modo coordinato con il sistema di prevenzione della salute ed invece queste Agenzie dipendono in tutto o quasi dalla politica: nomine direttore generali e di dipartimento, piani di finanziamento annuali.
Credo che gli ambientalisti dovrebbero aprire un nuovo fronte, oltre quello delle vertenze ambientali territoriali e nazionali classiche, quello di un nuovo modello di governo delle politiche ambientali, ma qui il discorso si fa lungo avremo occasione di riparlarne ma la questione è urgentissima!