Diritti all’InformAZIONE. Giornalismo per la non violenza 2014-2016

Recensione al libro dell’agenzia internazionale Pressenza (Multimage, Associazione editoriale, 2017)

di David Lifodi

“È ora che la società civile agisca”. Questa riflessione, una sorta di vero e proprio invito a mettersi in gioco, emerge più volte tra le pagine del libro Diritti all’InformAZIONE. Giornalismo per la non violenza 2014-2016, che raccoglie alcuni tra i migliori editoriali e interviste pubblicati sul sito web dell’agenzia internazionale Pressenza, nata per fare informazione in maniera altra raccontando il mondo dal punto di vista della pace, dei diritti umani e dalle tante storie che i grandi portali web spesso ignorano completamente.

L’introduzione si apre con una massima di George Orwell: “Il giornalismo è scrivere qualcosa che qualcun altro non vorrebbe fosse scritto. Il resto sono pubbliche relazioni”. Questo è ciò che fa Pressenza e non la stampa mainstream. Due esempi su tutti che hanno catalizzato l’attenzione nel corso dell’estate sono stati la presunta invasione dei migranti in Italia e la distorsione della pur complessa situazione politica venezuelana. Pressenza, tuttavia, non si contraddistingue solo per il meritorio lavoro di controinformazione, ma fa di più, andando a scovare una realtà che di certo non appare né sulle agenzie di stampa né sui giornali o siti web in gran parte nelle mani di quello che i senza terra brasiliani chiamano latifondo mediatico o oligopolio mediatico. È grazie aPressenza, ad esempio, che è venuto alla luce l’impegno di Nawal Soufi, giovane marocchina giunta in Italia attraverso il Mediterraneo che tiene un diario con i dati di tutti i migranti che partono alla volta dell’Italia e un registro dei dispersi. Dall’Europa al Chiapas, il vicecomandante zapatista Moisés parla di guerre psicologiche create ad arte dai mass media per screditare la resistenza delle basi d’appoggio dell’Ezln, i municipi autonomi e la battaglia per i diritti dei popoli indigeni. Tutto ciò non può non richiamare alla mente quanto accade in Italia, dove, solo per citare un esempio che purtroppo si ripete spesso, i reati degli stranieri vengono rilanciati all’infinito sulla stampa e in tv per alimentare la paura nei confronti del diverso e dello straniero. Anche in questa circostanza, si tratta di vere e proprie guerre psicologiche per favorire un clima di chiusura e di intolleranza su cui prosperano da sempre movimenti e organizzazioni xenofobe.

Lottare senza arrendersi, l’esortazione del vicecomandante Moisés, è anche il valore a cui si ispira Pressenza e il suo modo di fare giornalismo all’insegna della non violenza. La prima parte del volumetto è dedicata ad una serie di interviste sulle tematiche del pacifismo, dei diritti umani, della finanza etica che raccolgono il pensiero di personalità e attivisti da sempre impegnati in scenari di guerra, nell’associazionismo, nel volontariato e nella società civile, da Gino Strada al portavoce di Amnesty International Italia, Riccardo Noury, passando per Moni Ovadia e Susan George, solo per citare alcuni degli attori sociali più conosciuti. Si parla del caso Regeni, del diritto all’accoglienza e, soprattutto, di comunicazione dei media al giorno d’oggi a proposito dei conflitti. A questo proposito, emerge in maniera significativa la riflessione del cine reporter italiano Nino Fezza, inviato Rai per molti anni: “Esistono molte storie quando si raccontano le guerre, ma ce n’è una che non viene raccontata mai; ogni giorno menzioniamo fatti diversi inseguendo l’attualità. Gravissimo errore che viene commesso dall’intera comunità, perdendo di vista i veri grandi problemi… . Mi resi conto un giorno che in realtà esistono due guerre: quella ufficiale che raccontano tutti i giornalisti e i media e quella degli ultimi, quella degli sconosciuti, dei bambini, degli anziani e delle donne. Questa è la guerra silenziosa”.

Inoltre, un altro aspetto legato all’inseguimento quotidiano della realtà è quello di sacrificare determinate notizie o presentarle in maniera volutamente fumosa. In questo caso il pensiero non può non andare al Ttip (Trattato transatlantico del commercio e degli investimenti), che Susan George definisce come un vero e proprio regalo per le multinazionali, poiché si tratta di concedere loro la libertà di poter denunciare i governi se approvano una legge che non gli piace.

Anche la seconda parte del libro, caratterizzata da alcuni degli editoriali più significativi pubblicati su Pressenza, si sviluppa all’insegna delle tematiche ambientaliste, dell’attivismo, ma, soprattutto, ha il merito di informare in maniera corretta su una serie di eventi travisati o, comunque, raccontati in maniera superficiale dalla grande stampa. Hanno grande spazio gli eventi sudamericani, dall’ingiusta detenzione di Milagro Sala, deputata argentina del Parlasur vittima di una vera e propria persecuzione politica condotta dal presidente Mauricio Macri e denunciata più volte dalla redazione italiana diPressenza, che ha dato vita ad un comitato per la sua liberazione, al Brasile, dove lapresidenta democraticamente eletta Dilma Rousseff è stata spodestata senza però che la grande stampa si sia mossa più di tanto, raccontando, una volta di più, tutt’altra storia rispetto ai fatti reali. E ancora, si parla di guerre della Nato, terrorismo di stampo Isis, profitti delle lobbies delle armi, titoli tossici e fondi avoltoio.

“È quanto mai necessario e urgente aprire nuovi orizzonti e nuovi cammini per l’umanità”, auspicano i tanti collaboratori di Pressenza che, grazie al loro lavoro, hanno permesso a questa agenzia internazionale di volontari non solo di porsi come punto di riferimento nel campo di una narrazione “altra” della storia, ma di far passare il messaggio che un altro mondo non solo è possibile, ma necessario, attraverso i valori della pace, dell’accettazione delle differenze, del disarmo e dei diritti umani.

Diritti all’InformAZIONE. Giornalismo per la non violenza 2014-2016

Multimage, Associazione editoriale, 2017,

pagg 310, € 12

fonte: La Bottega del Barbieri