Diamo Voce all’ambiente: Intervista a Stefano Ciafani

DIAMO VOCE ALL’AMBIENTE.

Intervista a Stefano Ciafani (Presidente Nazionale Legambiente ) di Andrea Casarini

Ingegnere ambientale è presidente nazionale di Legambiente da marzo 2018. Ha iniziato la sua storia in Legambiente nel 1998 grazie al servizio civile e dal 2006 al 2011 ne è stato il responsabile scientifico e da dicembre 2015 a marzo 2018 il direttore generale. È componente del comitato scientifico di Ecomondo e membro del comitato scientifico per l’analisi normativa nell’ambito della tutela ambientale, del contrasto alla contraffazione agroalimentare e del dissesto idrogeologico dell’ex Corpo Forestale dello Stato, ora Arma dei Carabinieri. È autore di Bioeconomia ( Edizioni ambiente, 2015) ,Rifiuti made in Italy (Edizioni Ambiente 2008), Uscire dal petrolio (Edizioni Le Balze 2004), Rapporto Ecomafia (Edizioni Ambiente, Simone Editore, Marotta & Cafiero Editore dal 2003 al 2017). Ha coordinato la redazione di Rifiuti Oggi, rivista di Legambiente edita dalla cooperativa editoriale La Nuova Ecologia ed è stato docente in master e corsi di formazione su tematiche ambientali. Inoltre è stato consulente della Commissione d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti della XIV Legislatura e membro del Comitato di indirizzo sulla gestione dei Raee.

Il Dott. Stefano Ciafani è stato intervistato da Andrea Casarini per Informazione Indipendente.

D. Dal Suo punto di vista di “osservatore privilegiato”, nota una modifica in senso positivo della sensibilità dei cittadini sul tema dell’economia circolare e, più in generale, verso l’ambiente?

R. Posso dirti che dal punto di vista di un osservatorio privilegiato che dura da 21 anni ovviamente sono stati fatti grandi passi in avanti rispetto alla consapevolezza sia dei temi ambientali sia dei temi inerenti l’economia circolare. Questo perché è arrivato in qualche modo a compimento un lavoro delle associazioni ambientaliste che dagli anni ’70 – ’80 e poi ’90 hanno continuamente posto l’attenzione dell’opinione pubblica, della politica e delle imprese sull’impossibilità di continuare con il vecchio modello di sviluppo, coi vecchi modelli produttivi, coi vecchi modelli di amministrazione e con i vecchi stili di vita. Negli ultimi 20 anni sono successe tante cose che sembravano impensabili. Ad esempio negli anni ’80-’90 ci si batteva contro lo smaltimento in discarica o contro l’ennesima discarica da realizzarsi in un territorio già martoriato, vedi la Campagna o vedi Milano con la discarica di Cerro Maggiore nel ’96 con grandi contestazioni che hanno poi portato alla chiusura di questi impianti. Nel contrastare l’attività di una discarica inquinante si sono messi in campo una serie di percorsi che anno visto i cittadini partecipare con grande entusiasmo alla gestione corretta dei rifiuti diventando il primo anello dell’economia circolare. Ad oggi, a 23 anni dall’emergenza rifiuti di inizio’96, Milano è l’esperienza di raccolta differenziata più avanzata al mondo a livello metropolitano e la Campania, se non ci fosse Napoli che abbassa la percentuale, è una delle regioni più virtuose sulla gestione dei rifiuti per raccolta differenziata a livello regionale (70%). Questo significa che la consapevolezza e la sensibilità sui temi dell’ economia circolare è passata da un’ azione di contrasto alle vecchie modalità ad un’ azione fattiva di partecipazione dei cittadini senza i quali non è possibile organizzare la migliore raccolta differenziata. Logicamente se da parte dei cittadini non c’è partecipazione e/o risposte adeguate non si ottiene nessun risultato. Ti dico altre due cose sulla velocità con cui stanno avvenendo questi processi di cambiamento: se per rendere consapevoli cittadini, imprese e governi che i cambiamenti climatici vanno affrontati con grande urgenza abbiamo impiegato tra i 20-30 anni partendo da Rio nel ’92, che è il percorso finale di una attività iniziata già negli anni 80, per la seconda emergenza globale del pianeta terra che è il “Marine Litter” e cioè i rifiuti marini negli oceani e nei mari si sono impiegati meno di 10 anni per farla diventare patrimonio collettivo nell’immaginario delle persone. Questi risultati sono il frutto del lavoro dei cittadini e delle associazioni che su questi temi ci hanno sempre lavorato facendo in modo che il tutto avvenisse così molto più velocemente anche se, purtroppo, i tempi di risposta della politica e delle imprese devono ancora ulteriormente accorciarsi.

D. Dark economy e green economy si danno battaglia, quali immagina possano essere i modelli futuri di sviluppo sostenibile? 

R. Sulla Dark Economy abbiamo, sul territorio nazionale, degli esempi molto importanti e degli scheletri risalenti agli anni ’60-’70. Purtroppo sono stati costruite delle aree industriali a 5 km in linea d’aria da quel gioiello che è Venezia (Porto Marghera), a pochi km da quelli che diventeranno parchi nazionali (Petrolchimico Enichem di Manfredonia all’ingresso del parco del Gargano o l’area industriale di Porto Torres a due passi dal parco dell’Asinara) o sopra ad aree archeologiche come è avvenuto a Crotone e Siracusa. In questi luoghi abbiamo situazioni di inquinamento clamoroso, scheletri di impianti industriali arrugginiti, bonifiche che non si sono mai completate o in alcuni casi che non sono mai partite. Abbiamo davanti agli occhi tanti esempi negativi di Dark Economy anche come quello della provincia di Napoli o Caserta che per decenni è stata martoriata dallo smaltimento illegale dei rifiuti messo in campo dalle eco mafie che sul quel territorio nascono alla fine degli anni ’80 fine anni ’90. La rinascita è però altrettanto importante da raccontare in quanto ci sono esperienze assolutamente innovative. Ti faccio un esempio: negli ultimi 10 anni alcuni impianti di vecchia concezione della chimica tradizionale, che è quella che tratta i derivati del petrolio, sono sati riconvertiti ed oggi sono impianti che trattano scarti da materie prime rinnovabili o scarti vegetali praticando in questo modo la nuova chimica verde. Gli impianti che la Novamont S.p.A. ha fatto ad esempio a Terni , ad Adria in provincia di Rovigo, a Patrica in provincia di Frosinone sono tutti impianti di chimica verde che sostituiscono i vecchi impianti esistenti. Ci sono dei gioielli sul territorio nazionale che gli altri paesi non possono vantare. Chiudo a proposito della nuova economia sulla grande capacità che l’Italia ha sul fare delle cose straordinarie che poi, molte volte, non è in grado di gestire e mi riferisco all’unico impianto al mondo esistente per riciclare i pannolini usa e getta che è l’impianto che la Fater ha costruito a Spresiano in provincia di Treviso. Un impianto perfettamente funzionante, fermo da due anni a causa ostacoli non tecnologici, di vincoli legislativi e burocratici sbagliati che ne rallentano la sua apertura. Questo per dirti che siamo straordinari su alcune cose mentre poi siamo un disastro su altri fronti e, proprio nel caso degli ostacoli non tecnologici allo sviluppo dell’economia circolare italiana, abbiamo tanti ma tanti esempi che andrebbero rimossi immediatamente. In Italia la società pubblica e l’industria privata sono in grado di fare domani mattina quello che l’Europa ci chiede di fare entro il 2025-2030 ma, se continuiamo a creare questa serie di ostacoli questi obiettivi o non li raggiugeremo mai oppure li raggiungeremo solo con grandissimo ritardo.


D. Le associazioni come Legambiente, a volte , devono fare “lobby” presso istituzioni per ottenere risultati concreti: ci racconta esempi di risultati concreti di cui va particolarmente fiero?

R. Ti posso raccontare i risultati ottenuti nella legislatura precedente a quella attuale. Dopo 21 anni di lavoro raccontando il fenomeno delle eco mafie, con il nostro rapporto annuale, siamo riusciti nel 2015 a fare approvare finalmente dallo scorso Parlamento la legge che ha inserito i delitti ambientali nel codice penale. Questa legge fa pagare finalmente chi inquina: il reato di inquinamento, di disastro ambientale, il reato di omessa bonifica etc. sono reati da codice penale con il raddoppio dei tempi di prescrizione e con la possibilità delle forze dell’ordine e della magistrature di utilizzare gli strumenti di indagine più importanti ed efficaci quali le intercettazioni o la confisca dei beni. Sempre nella scorsa legislatura siamo riusciti a fare approvare un’altra legge importante sulla quale abbiamo lavorato 16 anni, che è quella sui piccoli comuni che sono la dorsale più importante interna del paese, avente lo scopo di promuoverne la rinascita attraverso una serie di strumenti concreti. Poi, nelle sorse legislature siamo riusciti ad arrivare al risultato definitivo rispetto alle campagne, che avevamo già iniziato negli anni ’80, per de plastificare l’economia italiana e per ridurre la presenza di plastica non gestita correttamente nell’ambiente. Già negli anni ’80 proponemmo ai comuni le prime delibere per vietare le buste di plastica e nel 2006 l’allora senatore Francesco Ferrante inserisce nella legge finanziaria l’emendamento che vieta i sacchetti non compostabili, che entra in vigore nel 2011. Grazie a questa legge negli ultimi 5 anni abbiamo più che dimezzato l’uso dei sacchetti di plastica usa e getta in Italia anche se, c’è il problema che la metà dei sacchetti che circolano ancora sono illegali e sono fatti ancora della vecchia plastica tradizionale. Dopodiché nella scorsa legislatura grazie a 2 emendamenti promossi da Ermete Relacci siamo riusciti a fare approvare il bando sui Cotton fioc non compostabili che è entrato in vigore lo scorso 1° gennaio ed il bando sull’uso delle microplastiche nei prodotti cosmetici a partire dal prossimo 1° gennaio 2020. Queste sono delle risposte normative ad una attività di lobbie dell’associazione, ed ho citato appositamente i nomi, Ferrate e Relacci, perché senza di loro in parlamento non ne saremmo venuti a capo.

D. Le associazioni ambientaliste ed i sistemi nazionali per la protezione dell’ambiente (ARPA, ISPRA etc.) dovrebbero operare e lavorare in modo sinergico e complementare. Sono presenti ad oggi maggiori e migliori opportunità di collaborazione e, quali sono ancora le criticità che ancora sussistono tra associazioni ambientaliste ed “organi di controllo governativi” ?

R. Noi abbiamo un’ esperienza molto importante di monitoraggi scientifici che si affiancavano e non si sostituivano a quelli degli enti di controllo, le USL prima, le ASL poi e le ARPA quando sono nate. Mi riferisco ai monitoraggi fatti ad esempio sulle acque marine e poi sulle acque lacustri di Goletta Verde e di Goletta dei Laghi. Per tanti anni abbiamo avuto scontri con le istituzioni per queste nostre attività. Negli anni ’80 quando abbiamo iniziato i monitoraggi di Goletta Verde sulle acque marine gli unici dati che venivano pubblicate erano i nostri nonostante la legge imponesse all’allora USL di fare l’analisi, comunicarla ai cittadini ed ai sindaci che poi dovevano approvare delibere per vietare la balneazione nei territori inquinati. Abbiamo accompagnato la costruzione degli impianti di depurazione in tutta Italia, a partire da Milano, perché quando misuravano l’inquinamento fecale sul delta del PO ricordavamo sempre che Milano fino al 2001 non aveva il depuratore che poi è stato costruito grazie anche a quell’ Europa di cui si parla sempre male. Senza l’Europa non saremmo riusciti ad ottenere le tante conquiste ambientali che siamo riusciti ad avere in Italia: la costruzione del depuratore di Milano piuttosto che la chiusura della discarica di Malagrotta di Roma per interdirci. Grande vertenze ambientali su cui fortunatamente l’Europa ci ha attivato delle procedure di infrazione ed ha fatto pagare al nostro paese delle multe che hanno velocizzato le risposte della politica. Dicevo che con Goletta Verde facendo le analisi e comunicando in tempo reale i risultati abbiamo litigato spesso con le USL, con le ASL e poi con le Arpa ma poi, pian piano, i comuni si sono attrezzati per realizzare i depuratori per quegli scarichi fognari che trovavamo con i nostri laboratori mobili. Oggi il rapporto con le ARPA è di maggiore sinergia e le polemiche del passato sono state superate e, in generale, non c’è più quella conflittualità di una volta. Inoltre oggi c’è una integrazione fondamentale che è quella che prevede il contributo dei cittadini per fare i monitoraggi scientifici con sistemi definiti e protocolli altrettanto definiti che si affiancano ed integrano i monitoraggi scientifici delle istituzioni. Mi riferisco a quello che gli anglosassoni chiamano la “Citizen Science” e cioè il contributo che i cittadini danno per fare i monitoraggi su temi ambientali. Ti faccio un esempio concreto: noi ogni primavera, nel mese di marzo- aprile, quando le spiagge non sono ancora pulite, con i nostri circoli, con i nostri volontari, con migliaia di persone facciamo il censimento dei rifiuti sulle spiagge contando e differenziando le varie tipologie. Questo lavoro le istituzioni non sono in grado di farlo in quanto non hanno a disposizione questa forza lavoro volontaria sul territorio. Il lavoro sul Marine Litter e sul Beach Litter che abbiamo fatto negli ultimi anni è una delle nuove attività del Citizen Science che Legambiente ha fatto partendo da quella di Goletta Verde sulla depurazione delle acque o da quella del Treno Verde sull’inquinamento atmosferico ed acustico che è iniziata alla fine degli ’80 . Queste nuove modalità di monitoraggi scientifici che utilizzano la forza lavoro dei volontari, a partire dai nostri circoli, permette di conoscere in dettaglio delle situazioni che le istituzioni non sarebbero in grado di monitorare.

D. Per Legambiente il territorio è sempre stata la dimensione “principe” nella definizione delle sue strategie e quindi nell’organizzazione della sua vita associativa, basata su una rete di circoli diffusa e radicata nel paese. Un modo d’essere ancora vincente e coerente con le sfide attuali e/ o future che ci attendono?

R. La nostra continua ad essere l’associazione ambientalista più diffusa ed importante sul territorio nazionale perché il modella pensato alla fine degli anni ’70 e che si è costituito formalmente nel 1980 continua ad essere vincente. Legambiente nasce con l’dea di creare un’ associazione ambientalista che mettesse al centro l’uomo e che praticasse l’ambientalismo scientifico e non ideologico. Un’ associazione diffusa su tutto il territorio nazionale che praticasse lo slogan di pensare globalmente e di agire localmente. Questo modello associativo che è stato la grande svolta dell’ambientalismo degli anni ’80 continua ad essere ancora oggi attuale e vincente. Diciamo che questo paese ha ancora bisogno dei corpi intermedi in generale e lo dico in un periodo storico in cui sembra che i corpi intermedi debbano essere rottamati. Sbagliava Renzi e sbaglia il Movimento 5 Stelle perché i corpi intermedi che funzionano sono ancora una risorsa fondamentale per il nostro paese.

D. A questo punto salta fuori una domanda polemica che non era prevista. Come Legambiente ci sono altre associazione che battano sulle tematiche ambientali (Greenpeace, WWF, Lipu tanto per citarne alcune) . Esiste una reale collaborazioni tra le varie associazioni o come si dice in gergo “ognuno guarda e coltiva il suo orticello ed il suo spazio”?

R. Diciamo che ogni associazione al suo interno lavora sulle sue specifiche attività ma, sui grandi temi, noi abbiamo lavorato insieme. Ad esempio la campagna che iniziò una decina di anni fa (2008-2009) contro il ritorno del nucleare in Italia promosso dal Governo Berlusconi è stata fatta insieme al Greenpeace e WWF, l’attività contro le trivellazioni di petrolio “il mare a terra” l’abbiamo fatta insieme, il lavoro su un sistema energetico più sano e la lotta contro i cambiamento climatici nel nostro paese la stiamo facendo insieme, anzi, in quel caso abbiamo anche allargato il panorama con altre associazioni non ambientaliste come i sindacati che sono nella coalizione sul clima. Ti porto come ultimo esempio la lotta alle ecomafie iniziata da noi nel ’94 e terminata nel 2015 quando è stata approvata la Legge sugli Ecoreati. Abbiamo iniziato da soli sapendo dove volevamo arrivare e giungendo alla fine del percorso, nel 2015 insieme ad altre 25 associazioni come Greenpeace, WWF, le associazioni di studenti e di cittadini e di categoria perché sui grandi temi si deve lavorare uniti. Questa è una cosa che noi abbiamo sempre cercato in quanto siamo consapevoli che da soli si fa più fatica. Dalla nostra esperienza ti posso dire che sulle grandi questioni promuoviamo e pratichiamo sempre la collaborazione con le altre associazioni anche, se è giusto dire, che non sempre questo avviene.

D. La politica ambientale dovrebbe promuovere la gestione del territorio su base rigorosamente scientifica e rivolta quindi non solo allo sviluppo socio economico ma anche e soprattutto alla tutela dinamica degli ecosistemi. Il testo contenuto nella legge di bilancio appena approvata contiene alcune misure green che, a mio giudizio, sono insufficienti a costruire una buona e nuova politica ambientale. Può spigare ai Nostri lettori la Sua posizione in merito?

R. Come tutte le altre e, nonostante il Movimento 5 stelle sui temi ambientali si sia speso e si spende ancora molto, è l’ennesima legge di bilancio che non si poggia su un pilastro ambientale. Si parla sempre di combattere i cambiamenti climatici, di ridurre l’uso delle fossili, di promuovere le rinnovabili e nella legge di bilancio non c’è un centesimo di euro che viene tolto alle fonti fossili ed i sussidi diretti ed indiretti che ogni anno vengono dati alle fonti fossili con i nostri soldi sono 16 miliardi di euro. Questa legge di bilancio non toglie un centesimo di euro alle compagnie petrolifere ed è una follia. Non c’è nulla ad esempio su altre norme ambientali come il tassare di più le aziende che imbottigliano l’acqua o le aziende che cavano dagli inerti dell’edilizia e dal sottosuolo per reinvestire questi soldi in attività sostenibili. Inoltre, mentre con legge sugli ecoreati chi inquina paga a livello penale, a livello economico il principio chi inquina paga in questa legge di bilancio non c’è e questo è per la ennesima volta un grave errore.

D. A dicembre c’è stata la COP 24 per discutere dei cambiamenti cimatici e di come arginarli. Facendo il punto della situazione: quali obiettivi sono stati raggiunti a livello generale, e quali sono venuti completamente a mancare e sono stati disattesi?
R. Fortunatamente la Cina continua a tenere botta nonostante Trump anzi, mi viene da dire che gli Stati Uniti continuano a tenere botta nonostante la politica negazionista di Trump in quanto ci sono alcuni stati, alcune grandi città, alcune aziende importanti che in America continuano a lavorare su questo fronte come del resto i cinesi che, ben sanno, come le tecnologie pulite che studiamo oggi e costruiremo domani verranno vendute dopo domani in tutto il mondo. La COP 24 purtroppo non ha reso più ambiziosi gli obiettivi importanti che sono stati definiti a Parigi. Bisogna sbrigarsi e bisogna fare di più e su questo, purtroppo, non ne siamo venuti a capo e questo è un grande problema perché il tempo sta scadendo.

D. Al contrario di realtà presenti in altri stati, in Italia la grande maggioranza delle testate giornalistiche considera “un lusso” avere all’interno del proprio staff giornalisti specializzati o freelance che si occupano specificatamente di tematiche scientifiche ed ambientali. A Suo parere qual è la motivazione e come cercare di migliorare questa situazione?

R. Il mondo della comunicazione italiano si occupa di ambiente soprattutto quando ci sono i disastri, i morti ed i feriti. Le cose stanno un po’ cambiando perché ci sono come esempio la campagna dei “Rifiuti a Mare” di Sky piuttosto che la campagna sull’inquinamento da plastica di Repubblica per dirti le ultime cose. Sono però iniziative fatte da una singola testata … utili ed importanti perché in questo caso raccontano, in maniera continuativa, sia i problemi e le situazioni negative, sia le situazioni che in positivo avvengono nel nostro paese. Questo è un po’ il modello che si dovrebbe mettere in campo come idea in generale nel giornalismo in Italia. Non si deve raccontare solo il negativo, e c’è ne è tanto, ma c’è anche tanto positivo che “non buca” e che non viene raccontato. Proprio su questo il nostro giornalismo deve fare un passo in avanti perché, altrimenti, continuiamo a raccontare sempre dei disastri senza dare la speranza e l’idea che queste situazioni si possono cambiare.

D. Il dato emerso e presentato durante il V forum nazionale “Ambiente e sviluppo sostenibile tra informazione, economia e politica” tenutosi a Roma e promosso da Pentapolis ONLUS ha rilevato che negli ultimi dodici mesi (novembre 2017- ottobre 2018) nelle edizioni Prime Time dei 7 principali Tg nazionali solo il 9% delle notizie parla di ambiente. Un dato ancora più negativo se paragonato con quello dello scorso anno. Al contrario le testate giornalistiche ed i Tg locali e/o regionali parlano molto di più di ambiente rispetto alle nazionali. La domanda sorge a questo punto spontanea: Seconde Lei è un problema di politica, di paura o ci sono altre motivazioni?

R. Ovviamente, senza fare ragionamenti complottistici, c’è una parte della Dark Economy che non ha interesse che si racconti quello che succede sia a livello globale, sia a livello nazionale. Dall’altra parte c’è anche un po’ di non adeguata preparazione del mondo giornalistico ed anche, se posso dire, un problema di mancato aggiornamento. Il problema ambientale non è solo un tema degli ambientalisti ma è un tema di tutti. Obama ci ha costruito la campagna elettorale per diventare presidente degli Stati Uniti, i governi tedeschi di qualsiasi estrazione (destra, sinistra o coalizioni) fanno campagne elettorali in quanto in il tema dell’ambiente è un tema collettivo che riguarda tutti. In questi paesi i temi ambientali vengono affrontatati seppur, anche in questi stati, ci siano difficoltà legate alle grandi lobbie negative. Anche in Italia, a parte queste statistiche mi hai fornito, le tematiche ambientali fanno notizia. È giusto fare giornalismo di inchiesta e di denuncia ma dovremmo fare anche un passo in avanti ed equilibrare l’informazione raccontando e facendo conoscere anche quanto di positivo funziona ed esiste nel nostro paese.