DIAMO VOCE ALL’AMBIENTE. INTERVISTA A PAOLA BRAMBILLA PIEVANI WWF

Laureata con lode all’Università degli Studi di Milano con tesi “Il diritto non scritto in ambito comunitario” in diritto dell’Unione Europea, è avvocato giusambientalista con studio a Bergamo e Milano. Specializzata nel campo del diritto amministrativo con particolare riferimento al diritto dell’ambiente; ha svolto attività di docenza universitaria e di formazione in diritto europeo e italiano dell’ambiente, per enti pubblici locali, parchi, forze dell’ordine, per il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Milano ed altre associazioni forensi, come pure in corsi e master di formazione post universitaria. Autrice di numerose pubblicazioni in tema di diritto dell’ambiente, è membro del comitato scientifico della Rivista Giuridica dell’Ambiente, siede nel Comitato Etico dell’Istituto zooprofilattico regionale della Lombardia e dell’Emilia Romagna ed è Garante per la tutela degli animali del Comune di Bergamo. Dal 2001 è Delegato Regionale per la Lombardia del WWF Italia, dal 2003 al 2009 è stata Consigliere nazionale del WWF Italia, dal 2013 al 2015 è stata Delegata del WWF Italia all’Expo2015.

La Dot.sa Paola Brambilla Pievani è stata intervistata da Andrea Casarini per Informazione Indipendente

D. In una prospettiva in cui è da ripensare l’intero complesso di relazioni con le risorse naturali del pianeta, la tutela della biodiversità e la salvaguardia dell’ambiente rappresentano una parola d’ordine strategica nelle politiche di numerosi stati del mondo. Quale il Suo pensiero a riguardo e quale la situazione in Italia?
R. Parola d’ordine, bella espressione. Richiama il messaggio cifrato che apre le porte a quanto più di prezioso abbiamo, il famoso “apriti sesamo” della favola delle Mille e una notte, il codice d’accesso, la password, a quanto ci è più personale e caro. Ed è vero, la conservazione degli equilibri ecosistemici del pianeta e la tutela della biodiversità sono la chiave di volta della nostra sopravvivenza, ma l’Agenda politica non ne è ancora pienamente consapevole. O per lo meno, quando lo è però non agisce di conseguenza, e antepone a questa priorità altre strategie ed obiettivi che intervengono però sulle conseguenze della crisi ambientale globale, e non sulle cause, principalmente per motivi legati al consenso elettorale.
Mi spiego con due esempi. I combustibili fossili sono tra i principali fattori dell’aumento dell’effetto serra, e dei cambiamenti climatici. Punto. Non è possibile continuare a discutere del rilascio di nuove autorizzazioni per trivellare o per scoprire ed estrarre nuovo petrolio, tra l’altro in zone sempre più a rischio di disastro ambientale (vedi l’Artico) o a costi folli (scisti bituminose). Dobbiamo cambiare energia, utilizzare solo rinnovabili, potenziare gli incentivi e le procedure per l’acquisto e l’installazione ad ogni scala, perché tutti possano avervi accesso. E’ possibile, non è un’utopia.
In un altro settore, quello agricolo, ci sono due grosse questioni, l’allevamento di bestiame, responsabile di emissioni di metano altamente climalteranti, oltre che nocivo anche sul fronte del carbonio, emesso a causa della trasformazione del suolo, in quanto si ha distruzione di foreste e di copertura vegetale del suolo al fine della lavorazione e della coltivazione a mais e foraggio. Cambiare alimentazione e ridurre le proteine animali, per ridurre l’impatto sul pianeta di questo respiro pesante, è possibile e anche semplice, basta tornare alle origini della nostra dieta mediterranea, o abbracciare diete flexitariane, o nei casi più virtuosi vegetariane. Sempre la nostra povera agricoltura, che alimenta il pianeta ma senza un ecosistema sano non ce la farà mai ad affrontare la sfida alimentare del terzo millennio, in questi giorni si è letto degli aiuti agli agricoltori, in ginocchio per le alluvioni, le grandinate da flagello divino degli ultimi giorni, la siccità autunnale. E’ giusto. Ma sono denari buttati se non si pensa a un nuovo modello di politica agricola, a livello comunitario e quindi nazionale, che programmi colture, metodi e strategie tenendo conto del fatto che il clima è cambiato, e sarà per anni sempre peggio, almeno fino a quando l’azione di contrasto al cambiamento climatico sarà sufficiente decisa per iniziare a mostrare i suoi effetti. Quindi occorre abolire definitivamente i pesticidi nemici degli insetti impollinatori, programmare nuove coltivazioni più resilienti, lavorare sul recupero delle risorse idriche, evitare contaminazioni del suolo, o delle acque dovuti a ad inquinanti che non sono più diluibili, o che non lo sarebbero mai. Ecco, lavorare sulla prevenzione e dare spazio all’innovazione tecnologica e alla ricerca scientifica che anche nel settore fanno passi da gigante e offrono soluzioni amiche del pianeta: a basso prezzo però, e qui ci vogliono gli incentivi!

D. Il primo passo per la conservazione delle specie in pericolo di estinzione è la condivisione della conoscenza al fine di sensibilizzare gli animi delle persone rilanciando di conseguenza il dibattito pubblico. A Suo giudizio è una strategia sufficientemente efficace od è necessario impegnarsi e muoversi diversamente?
R. E’ una strategia che si basa sui vettori dell’empatia, dei neuroni specchio che ci portano a identificarci e soffrire anche con specie che condividono con noi questa terra, e che soffrono la perdita di habitat che non hanno strumenti per fronteggiare, il cibo sempre più scarso a causa della distruzione degli equilibri trofici, l’urbanizzazione che ha modificato il 75% delle terre emerse. Ma è una strategia che ha solide basi scientifiche che devono entrare nelle politiche governative, dove non solo la maggioranza della classe politica, ma anche quella amministrativa ha scarse conoscenze faunistiche, se non in contesti ristretti di istituti specializzati.
La biodiversità è un’assicurazione sulla vita del genere umano: le api e gli impollinatori sono vitali, ma lo sono anche i pesci, la fauna che garantisce gli equilibri ecologici più complessi: la storia indiana dei decessi degli avvoltoi e dell’aumento dei casi di rabbia nel paese è emblematica. Non ve la racconto, così la andate a leggere per scoprire che siamo tutti connessi.
E ancora, la farmacopea studiando animali e piante ha portato alla scoperta di nuovi farmaci, facendo passi da gigante nella cura di malattie prima incurabili.
Ma poi, anche se gli animali non avessero – ma ce l’hanno – un’utilità per noi, che cosa ce ne faremmo di un mondo fatto solo di mucche e topi (senza togliere nulla a queste specie) senza la magia dell’elefante, dell’orso bianco, del narvalo, della giraffa e di tutta la letteratura e le storie per l’infanzia che vivono di questo incanto della biodiversità? Si tratta dei cosiddetti servizi “ricreativi”, di ispirazione, che gli ecosistemi ci assicurano.
Saperlo un po’ di più ci aiuta tutti. Ma la consapevolezza è in aumento, tanto che tra i 10 più temuti Global Risks, secondo il Report Ufficiale dell’anno in corso, ci sono proprio le catastrofi ambientali e la perdita di capitale naturale e biodiversità.

D. Da qualche anno a questa parte il lupo è tornato a vivere sulle montagne balzando agli onori della cronaca, spesso anche in maniera inopportuna. Come è possibile conciliare una pacifica convivenza “uomo/fauna selvatica” e quali le giuste strategie che la politica, le associazioni ed il singolo cittadino dovrebbero adottare?
R. Il lupo è una delle storie di parziale successo a cui abbiamo lavorato. Da poche centinaia di esemplari rimasti isolati nell’appennino, alla timida ricomparsa di questo splendido animale più a sud e a nord, verso le Alpi in gruppi più numerosi, questa presenza dimostra benefici importanti: il lupo è l’unico predatore naturale del cinghiale, ed anzi potendo scegliere predilige proprio questa specie. Certo, occorre ora mettere in sicurezza gli allevamenti che per tanto tempo sono stati condotti nell’assoluta noncuranza di una gestione attenta, spesso lasciando vagare i capi per mesi senza custodia: ma recinti elettrificati e cani pastore sono assolutamente efficaci, e lo dimostrano i dati delle esperienze – oramai non più pilota – condotte in Toscana, in Lombardia e in Veneto: e in Lombardia c’è un bellissimo progetto, Pasturs, condotto da WWF, Eliante, Parco delle Orobie che grazie ai finanziamenti di Fondazione Cariplo mette insieme giovani studenti e pastori per affrontare campi estivi di pastorizia in cui si mettono in atto queste strategie per la convivenza con i grandi carnivori, orsi e lupi. Il lupo ha cambiato abitudini, per sopravvivere al bracconaggio umano, si muove di notte, ha paura di noi, esattamente il contrario di quanto qualcuno va predicando utilizzando toni – anche la stampa – allarmistici. Teniamo conto che non passa giorno in cui un lupo non venga ucciso, travolto da un auto, dagli spari assassini di ignoranti, o annegato in manufatti idraulici cementificati. Ma poi, l’ultima novità è che abbiamo scoperto che i lupi in pianura predano anche le piccole nutrie: ecco un altro ruolo di regolazione che dovrebbe essere molto apprezzata dagli agricoltori e dai consorzi di bonifica, visto che altri rimedi sono e saranno inefficaci, dati i numeri in gioco.

D. Articolo 1 della legge 157/1992: “La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale e internazionale”. Seppur questo principio ci fa comprendere la portata di questa legge la 157/1992 è una legge molto articolata, che funziona come “legge quadro”, cioè riferimento giuridico entro cui le regioni devono muoversi con le proprie normative di recepimento. Un classico esempio è dato dal fatto che la Costituzione italiana assegna alle regioni i compiti di attuazione della materia venatoria, lasciando tuttavia in capo allo Stato il compito primario di tutelare la fauna e la biodiversità in genere stabilendo le misure minime e insormontabili di tutela. A Suo parere non è il caso che questa legge venga rivisitata uniformando definitivamente la tutela della fauna selvatica e delle specie protette su tutto il territorio nazionale?
R. Assolutamente no! Mi spiego, non è una modifica normativa a ostacolare una regolazione uniforme degli standard minimi di tutela della fauna sul territorio nazionale. E’ già scritto. E la Corte Costituzionale ha un bel daffare per annullare ogni anno una o più leggi regionali che tentano di allungare la stagione venatoria, di inserire nei calendari venatori regionali specie non cacciabili, di consentire l’addestramento di cani con sparo in zone protette, di permettere la caccia nelle aree protette. Lo dico perché da avvocato mi sono occupata per anni per la mia associazione, WWF, di questi temi, specie di caccia in deroga ricorrendo contro provvedimenti regionali e provinciali illegittimi, ottenendo con un’azione forte e determinata che ha visto unito il blocco delle grandi associazioni ambientaliste nazionali anche la condanna della Corte di Giustizia di queste prassi nazionali.
Il tema non è come permettere ai cacciatori di poter continuare a cacciare in un mondo in cui la fauna selvatica conosce un declino terribile: – 60 % in quarant’anni! – ma come proteggerla. Se mai la caccia deve avere ancora uno spazio, deve fungere solo, come del resto prevede la L. 157/92, a strumento supplementare di regolazione faunistica, sempre che tale esigenza però sia scientificamente provata come sussistente; se no si dovrebbe pensare di relegarla a riserve private con accesso a pagamento, aumentando così anche la sicurezza dei luoghi aperti, sempre più frequentati da cittadini che amano passeggiare e pedalare nelle campagne e nei boschi senza tempere di venir impallinati (21 morti e 59 feriti in questa stagione venatoria). Senza contare che anche quest’anno sono migliaia gli animali feriti che abbiamo curato nei nostri CRAS, centri di recupero degli animali selvatici e che abbiamo liberato: piccoli uccelli protetti vittime di reti e spari, nidiacei (questa settimana oltre 300 al CRAS di Valpredina) rubati da bracconieri nei nidi per diventare richiami vietati imprigionati per cacciare altri uccelli protetti, ma anche una bellissima Gru che dopo le cure è stata rimessa in libertà ed ora è in Finlandia, come ci dice il gps che la accompagna nei nuovi voli di una tra le più lunghe migrazioni che conosciamo.

D. Le associazioni ambientaliste ed i sistemi nazionali per la protezione dell’ambiente (ARPA, ISPRA etc.) dovrebbero operare e lavorare in modo sinergico e complementare. Sono presenti ad oggi maggiori e migliori opportunità di collaborazione e, quali sono ancora le criticità che ancora sussistono tra associazioni ambientaliste ed “organi di controllo governativi” ?
R. Per mia esperienza diretta i confronti e le sinergie ci sono, anche grazie alle procedure partecipate di valutazione ambientale che ha introdotto l’Unione Europea su piani, programmi e progetti. Si tratta di renderli meno cartacei e più effettivi, per aiutare questa collaborazione di associazioni e cittadini che può fare molto per rendere le politiche e le decisioni ambientali più efficaci.
Questo è un primo obiettivo: spesso chi lavora sul territorio, ci vive, o chi segue le più evolute strategie scientifiche sulla conservazione può aiutare le pubbliche amministrazioni a vedere problemi altrimenti non rilevati, o soluzioni alternative meno impattanti e più gradite da popolazioni umane e animali!
Il secondo problema è dato dalla scarsità di risorse umane professionali nelle amministrazioni pubbliche, con poca capacità di spesa per il personale, e spesso poca propensione a investire in naturalisti, faunisti, biologi, quando invece sono proprio i corpi tecnici a svolgere un ruolo imprescindibile nell’orientamento sostenibile delle politiche e delle scelte gestionali pubbliche.
La collaborazione sarebbe ancora più facile, e i risultati a beneficio di tutti decisamente più rapidi ed estesi.

D. A questo punto salta fuori una “domanda polemica” che non era prevista. Come il WWF ci sono altre associazione che battano sulle tematiche ambientali (Greenpeace, Legambiente, Lipu tanto per citarne alcune). Esiste una reale collaborazione tra le varie associazioni o come si dice in gergo “ognuno guarda e coltiva il suo orticello ed il suo spazio”?
R. Ma no, si lavora moltissimo insieme e con ottimi risultati. Partiamo da presupposto che concentrarsi sugli obiettivi ambientali con diversi approcci riesce a coinvolgere più soggetti in questa sfida globale, per cui tante azioni sinergiche, anche isolate, producono comunque l’ampliamento della consapevolezza dello stato (precario) di salute della natura e l’attivazione individuale o collettiva. Fridays for Future è uno dei frutti spontanei di questa comune battaglia collettiva.
Poi è vero che le anime sono diverse. WWF è una ONG che agisce a livello globale, con 24 organizzazioni nazionali, 5 organizzazioni affiliate e 222 uffici di programma in 96 paesi del mondo, e che lavora con Stati, Aziende e Cittadini per migliorare lo stato di conservazione del pianeta, creare un mondo dove l’uomo possa vivere in armonia con la natura: se la biosfera è integra, se terra, acqua, aria, sono sane e vive, ricche di vita, allora anche noi abbiamo prospettive di vita e di salute, di benessere; che è vivere nei limiti di un solo pianeta. Ognuno può fare la sua parte, ed è questo il motivo per cui crediamo sia importante anche stringere accordi con le grandi multinazionali per ottenere impegni globali e importantissimi, anche in termini di numeri ed effetti sistemici, in tema di riduzione delle emissioni, di riduzione dell’impronta idrica, di riduzione e abbandono dell’uso della plastica, di transizione energetica. Altre associazioni hanno una visione diversa, e potranno così guadagnare alla causa ambientale comune anche chi non la pensa come noi.
E’ per questo che lavorare insieme ci arricchisce, sempre e comunque, al di là delle differenze e delle piccole rivalità. Più siamo sul territorio, più ci si concentra sugli obiettivi comuni e si vince: siamo uniti nelle lotte contro le ecomafie, contro il bracconaggio, contro la cementificazione selvaggia, e spesso nei ricorsi al TAR. Tanto per fare un esempio, io seguo pro bono alcune di queste vertenze, che vedono unite più associazioni: è il caso dell’impianto sciistico in pieno Parco dello Stelvio in Alto Adige, il caso dell’autostrada Broni Mortara nel Parco del Ticino, o ancora i vari ricorsi in materia di caccia o di cave illegali. Come me tanti altri ecoavvocati che credono nella giustizia ambientale.
D. Il dato emerso e presentato durante il V forum nazionale “Ambiente e sviluppo sostenibile tra informazione, economia e politica” tenutosi a Roma e promosso da Pentapolis ONLUS ha rilevato che negli ultimi dodici mesi (novembre 2017- ottobre 2018) nelle edizioni Prime Time dei 7 principali TG nazionali solo il 9% delle notizie parla di ambiente. Un dato ancora più negativo se paragonato con quello dello scorso anno. Al contrario le testate giornalistiche ed i TG locali e/o regionali parlano molto di più di ambiente rispetto alle nazionali. La domanda sorge a questo punto spontanea: Seconde Lei è un problema di politica, di paura o ci sono altre motivazioni?
R. Paura, sì, può aver toccato il tasto giusto, anche se tutto ciò che è sensazionale e pauroso dovrebbe fare notizia. Forse fa troppa paura? Ma anche la difficoltà di spiegare i temi ambientali, quando però sono la cosa più semplice da capire, come dimostrano i bambini e i ragazzini quando ci confrontiamo con loro.
Però io credo che si parli di ambiente anche quando si parla d’altro: se si parla dell’ILVA si parla di ambiente, se il meteo è rosso si parla di clima e di ambiente, quando si parla di disastri, agricoltura in ginocchio e dissesto idrogeologico si parla ancora di ambiente, e anche quando parliamo di economia e PIL: la crescita non è infinita perché le risorse materiali e naturali non lo sono, ecco perché l’economia deve diventare circolare e virtuosa. L’ambiente sta dentro tutte queste cose, e lo stato di crisi ambientale e climatica le spiega tutte.
Forse spesso non si sa cosa proporre, ma la risposta c’è. Questa specie bipede che ha dato nome all’Antropocene, può ancora salvare tutte le altre specie, semplicemente accelerando il processo di innovazione verso la sostenibilità. Occorre un nuovo grande shift, collettivo e individuale, verso pratiche nuove che ci assicurino la salvezza individuale e collettiva, un nuovo valore che ci dia una ragione di vita nel relativismo consumistico e più gioia di vivere, anche attraverso la capacità di sentirci attori e protagonisti del cambiamento.
Questo nuovo grande Deal lo stiamo proponendo ai Governi nazionali, alle grandi multinazionali che divorano le risorse naturali e possono fare la differenza con le filiere certificate – ad esempio – e ai cittadini che tutti insieme modificano anche i mercati: un esempio, la velocità con cui l’olio di palma è uscito da molte produzioni alimentari, o è stato diretto ad un uso certificato quanto alla provenienza legale e non da foreste pluviali protette. E questo lavoro si chiama advocacy, ed è la versione bella, pulita e gentile e trasparente del concetto di lobbying che invece, molto più noto e più oscuro, si nasconde ancora dietro tante scelte, imprenditoriali e politiche. Ma io sono fiduciosa.

di Andrea Casarini
Immagini tratte da https://www.facebook.com/paola.brambilla