Dialetti d’Italia un patrimonio da salvaguardare o lingua dei poveri?

Voglio iniziare questo articolo partendo dai dati forniti dall’Istat ove viene evidenziato come nel 2015 il 45,9% della popolazione di sei anni e più (circa 26 milioni e 300mila individui) si esprima prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2% sia in italiano sia in dialetto.  Soltanto il 14% (8 milioni 69mila persone) usa, invece, prevalentemente il dialetto.  Per tutte le fasce di età diminuisce l’uso esclusivo del dialetto, nel 2015 il 32% degli over 75 parla in modo esclusivo o prevalente il dialetto in famiglia (erano il 37,1% nel 2006).
L’uso prevalente del dialetto in famiglia e con gli amici riguarda maggiormente chi ha un basso titolo di studio, anche a parità di età”. Che il dialetto vada scomparendo è un dato fatto ma che questa lingua, perché di lingua si tratta, sia da correlarsi al “titolo di studio” mi trova in netto e contrario dissenso!! Utilizzando proprio una antica affermazione del mio dialetto paesano “Tânt par ‘cmincà metùm in Ā” voglio ricordare che nell’epoca della globalizzazione, in cui Internet regna sovrano, dove le comunicazioni avvengono attraverso congegni elettronici che, da una parte sono il frutto di un progresso inevitabile, ma dall’altra ci tolgono il piacere di comunicare guardandoci negli occhi, parlare del dialetto può sembrare anacronistico ed antiquato.
A mio modesto parere non è assolutamente così: il dialetto fa parte del bagaglio culturale che ognuno di noi porta sulle spalle ed è l’inevitabile segno di appartenenza apparteniamo ad un certo luogo, ad un certo tempo e che ci identifica e colloca nel posto preciso della nostra storia personale.
• Il dialetto rappresenta la nostra cultura, le nostre radici, la nostra carta d’identità.
• Il dialetto inteso come lingua è il mezzo che identifica tutto: i soprannomi, i rioni, le località.
• Il dialetto dà nuova forma alle parole, riesce a rendere l’idea prima ancora di ridurla in termini precisi, a volte armonizza e a volte indurisce.
• Il dialetto è l’espressione di un popolo e può essere rappresentato come una spugna che assorbe fatti, episodi, luoghi, persone e che restituisce fatti, episodi, luoghi, persone con profilo e identità precisi, ma soprattutto con un’anima. Amare il dialetto, usarlo nel nostro quotidiano, insegnarlo ai nostri figli, significa amare noi stessi, significa essere possessori di una grande eredità: l’eredità della nostra storia.

Un grande poeta, Andrea Zanotto, a proposito del dialetto amava dire: “…il dialetto è qualcosa che serve per individuare indizi di nuove realtà che premono ad uscire…”. L’importanza del dialetto, sta nel fatto che è vicinissimo alla vita quotidiana e verace della gente e rappresenta una diversità di radici storiche, di culture, di esperienze umane che non deve andare perduta. É assodato che il dialetto possiede una forza espressiva e descrittiva genuina, ben diversa dalla lingua italiana, che scaturisce dal suo verismo; lo strumento che meglio esprime sentimenti, valori, culture, speranze, con cui ripercorrere i sentieri della memoria drasticamente inquinati dalla frenetica vita moderna. Da nord al sud numerose, nella storia, sono stati i poeti e gli autori che hanno inteso esprimersi in vernacolo con ottimi risultati: dai napoletani Giulio Cesare Cortese e Giovan Battista Basile, al milanese Carlo Maria Maggi, nel Seicento, a Goldoni, a Porta, e in tempi più recenti, a Trilussa, a Eduardo De Filippo ad Andrea Camilleri, tanto per citarne qualcuno. Senza contare le numerose opere di scrittori locali, alcune di ottima fattura, relegate nell’ambito di sterili distribuzioni editoriali. Occorre, pertanto, all’interno del più ampio disegno della letteratura nazionale recuperare questo patrimonio linguistico in vernacolo in tutta la sua ricchezza, varietà, bellezza e significato. Pier Paolo Pasolini affermava che “Un popolo che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”; ne ha fatto tesoro uno del calibro di Francesco Guccini, è stato l’asso nella manica del comico Enrico Brignano ed è una realtà, il dialetto, oggi più che mai non può e deve essere dimenticato. “Caro Istat …. meditare su certe affermazioni non farebbe poi così male”

Di Andrea Casarini 

La carta dei dialetti d’Italia (Pisa, Pacina editore 1977) elaborata da Giovann Battista Pellegrini si basa prevalentemente sui dati dell’Atlante Italo – Svizzero (Sprach – und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, Zofingen 1928 – 1940) raccolta negli anni venti. La carta rappresenta oltre ai dialetti italoromanzi – suddivisi in cinque gruppi principali (distinti da una diversa colorazione) cui è aggiunto il ladino centrale, anche le varietà alloglotte parlate entro i confini nazionali. I raggruppamenti dialettali si fondano sulla distribuzione di fenomeni linguistici – principalmente di tipo fonetico – segnalati da isoglosse. L’elaborazione parte da una carta generale dell’Italia ed evidenzia i gruppi dialettali sulla base della carta del Pellegrini.