“Da Quarto al Volturno” di Cesare Abba

Nelle pubblicistica sull’Unità d’Italia il volume “Da Quarto al Volturno” di Cesare Abba occupa un ruolo importante. Giustamente è stato detto come “l’opera migliore scritta sull’impresa dei Mille in Sicilia”. Il libro fu molto apprezzato da Carducci che lo definì “un piccolo capolavoro”. Il giudizio è motivato dal fatto che il libro coinvolge il lettore e lo travolge fino all’ultima pagina.

La Sellerio ripropone oggi il tema dell’Unità d’Italia con questo volume dove Cesare Abba racconta la sua vicenda tutta particolare di un giovane che innamorato degli ideali libertari e romantici del Risorgimento segue Garibaldi nelle sue imprese. L’Autore, un mazziniano della prima ora, vive l’amor di patria con l’entusiasmo di una generazione che ha fatto dell’Unità d’Italia lo scopo della propria vita: la convinzione che quella garibaldina non è stata soltanto un’epopea; è, anche, un senso della vita, è un clima favoloso, in cui perfino le violenze e crudezze della guerra sembrano trasfigurarsi e sfumare in una luminosità mite e gentile.

La vigilia della “grande impresa” è un inno all’avventura e alla conquista di un mondo nuovo: “Le ciance saranno finite. Se ne intesero tante che parevano persino accuse. Tutta Sicilia è in armi; il Piemonte non si può muovere; ma Garibaldi? – Trentamila insorti accerchiano Palermo: non aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? – No, è in Genova. – E allora perché non parte? – Ma Nizza ceduta? dicevano alcuni. E altri più generosi: – Che Nizza? Partirà col cuore afflitto, ma Garibaldi non lascierà la Sicilia senza aiuto. I più generosi hanno indovinato. Garibaldi partirà, ed io sarò nel numero dei fortunati che lo seguiranno
Ancora più esaltante l’arrivo a Marsala “ Eccola lì Marsala, le sue mura, le sue case bianche, il verde de’ suoi giardini, il bel declivio che ha innanzi. Nel porto poco naviglio; una nave da guerra sta alla bocca e si è tutta pavesata. – Pronti, figliuoli – grida Bixio, tutto per noi; e se avesse la forza ci lancerebbe in un colpo alla riva. Ma siamo certi di sbarcare, sebbene le due navi ci inseguano sempre. Hanno guadagnato un bel tratto. Vengono sbuffando.”.

In questa descrizione troviamo qualcosa di più di un semplice avvenimento storico. C’è il mito di un mondo nuovo, della giovinezza, dell’avventura, il disprezzo per la vita comoda. Si ritrovano qui i temi cari a tutto il Risorgimento e al dannunzianesimo come la convinzione di conquistare l’immortalità attraverso l’azione. Cesare Abba brucia di una passione esistenziale e nelle pagine ricche di emozione ci fa capire quanto struggente fosse la forza del sogno di costruire un’Italia nuova, quanto tutto questo coinvolgesse passioni, sentimenti, la vita dei protagonisti. All’epoca Cesare era giovanissimo, suo rapporto con la realtà da protagonista, è oggi un ammonimento per i giovani d’oggi.

Per concludere ecco l’incontro di Teano tra Garibaldi e il Re d’Italia Vittorio Emanuele II: “A un tratto, non da lontano, un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! … Mi venne quasi buio per un istante; ma potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: «Salute al re d’Italia!». Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno. Forse nella mente del Generale passava un pensiero mesto. E mesto davvero mi pareva quando il Re spronò via, ed Egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata”. Questo incontro, descritto con sobrietà di linguaggio, è forse il momento più drammatico delle memorie: il generale cede il passo all’istituzione. L’entusiasmo del mondo nuovo finisce. Un ammonimento tragico di tanti avvenimenti futuri: dall’incapacità delle classi dirigenti di risolvere i grandi problemi sociali, al soffocamento delle libertà negli anni post unitari, alla confusione politica dell’Aspromonte.

Al di là di questa pagine, Garibaldi resta il riferimento esistenziale di un giovane, di una generazione, di un popolo e non a caso Garibaldi è l’Eroe che ha ispirato la Resistenza, nel progetto di rinascita dell’Italia.

L’autore: Giuseppe Cesare Abba nasce a Cairo Montenotte, in provincia di Savona, il 6 ottobre 1838. Studia presso gli Scolopi di Carcare. Nel 1859,nattratto dagli ideali mazziniani, parte volontario nei Cavalleggeri di Aosta con il proposito di unirsi a Giuseppe Garibaldi . Partecipa alla Spedizione dei mille e combatte alle battaglie di Calatafimi, di Palermo e del Volturno. Nel 1862 raggiunge il grado di sottotenente. Abba si stabilisce a Pisa dove scrive il canto “In morte di Francesco Nullo”, compone il poemetto romantico in cinque canti dal titolo “Arrigo”. Nel 1866 Abba partecipa alla Terza Guerra d’Indipendenza. E’ decorato con la medaglia d’argento alla battaglia di Bezzecca. Scrive “Le rive della Bormida nel 1874”, che diviene nel 1880 le “Noterelle di uno dei Mille edite dopo vent’anni”, assumendo il titolo finale, “Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille”, solo nel 1891. Giustamente è stato detto che “quest’opera non è solo il capolavoro di Giuseppe Cesare Abba, ma anche l’opera migliore scritta sull’impresa dei Mille in Sicilia”. Il libro uscì grazie al Carducci. Successivamente, Abba scrisse i racconti  di ispirazione garibaldina raccolti in “Montenotte, Dego e Cosseria” (1884), “Cose vedute” (1887), la raccolta di versi “Romagna” (1887), “Dogali” (1887) opere che non raggiunsero la fortuna delle “Notarelle”. Successivamente si trasferì a Brescia dove lavorò come Preside dell’Istituto tecnico di Brescia, dedicandosi alla stesura di opere divulgative sulla storia garibaldina “Storia dei Mille narrata ai giovinetti” (1904), “Vecchi versi” (1906), “Cose garibaldine” (1907) e manuali per la scuola e per l’esercito. Fu anche autore di una raccolta di novelle (Cose vedute, 1887) e di versi (Romagna 1887). Nel 1910 Abba viene nominato Senatore del Regno, ma muore improvvisamente a Brescia nello stesso anno. Di Cesare Abba ricordiamo la passione per l’avventura, l’eroismo, l’amore per la letteratura in un’Italia in cui passione e arte significavano una scelta di vita.

Daniele Ceccarini