Da “Chipko” a oggi: si sollevano per la Terra

India: il 26 marzo 1974, nel villaggio di Reni, 27 donne per opporsi all’abbattimento degli alberi cominciarono ad abbracciarli, dando inizio al «Movimento Chipko». Quelle donne, che il Nord del mondo etichettava come analfabete e povere, stavano proteggendo le foreste perché deforestare provoca inondazioni, siccità, frane. Quel movimento non ha smesso di insegnare al mondo che i veri prodotti della foresta non sono legname e profitti ma suolo, acqua e aria pura.

Negli ultimi quarant’anni, ho servito la Terra e i movimenti ecologisti di base, a cominciare dallo storico movimento Chipko (“Abbraccia gli alberi”) nell’Himalaya centrale. In ogni movimento a cui ho partecipato, ho notato che le donne erano le decisore, decidevano il corso dell’azione ed erano persistenti nel proteggere la terra e le fonti del loro sostentamento e della loro sopravvivenza.

Le donne che furono parte del movimento Chipko stavano proteggendo le foreste perché la deforestazione e i tagli per il ricavo di legname a Uttarakhand provocavano inondazioni, siccità, frane e altri disastri naturali di questo tipo. Generavano scarsità di alimenti e foraggio. Causarono la scomparsa di fonti e ruscelli, costringendo le donne e percorsi più lunghi e distanti per avere acqua.

Il paradigma dominante delle attività forestali è basato su monoculture di specie commerciali, ove le foreste sono viste come miniere di legname da cui ricavare introiti e profitti. Le donne del movimento Chipko insegnarono al mondo che legname, introiti e profitti non erano i veri prodotti della foresta: i veri prodotti della foresta erano suolo, acqua e aria pura. Oggi, la scienza si riferisce ad essi come alle funzioni ecologiche degli ecosistemi. Donne illetterate della regione Garhwal Himalaya erano quattro decenni più avanti degli scienziati mondiali. Nel 1981, il governo fu costretto a smettere di deforestare l’Himalaya.

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Il 22 aprile 2002, durante il Giorno della Terra, fui invitata dalle donne di un piccolo borgo chiamato Plachimada in Palghat, nel Kerala, ad unirmi alla loro lotta contro la Coca Cola che aspirava un milione e mezzo di litri d’acqua al giorno e inquinava l’acqua che restava nei loro pozzi. Le donne erano costrette a camminare per dieci chilometri ogni giorno in cerca di acqua pulita da bere. Mylamma, una donna tribale che guidava il movimento, a un certo punto disse che non avrebbero camminato più. La Coca Cola doveva smettere di rubare la loro acqua. Queste donne decisero di allestire un “campo satyagraha” (Ndt: satyagraha, una delle parole chiave della nonviolenza significa letteralmente “attenersi fermamente alla verità”) di fronte alla fabbrica della Coca Cola. Io mi unii a loro in solidarietà e le sostenni durante gli anni. Nel 2004, la Coca Cola fu forzata a chiudere lo stabilimento.

Nel 1984, un terribile disastro causato da una perdita dell’impianto produttore di pesticidi della Union Carbide a Bhopal uccise all’istante 3.000 persone. Migliaia di bambini nascono tuttora con disabilità. La Union Carbide è ora proprietà di Dow, che rifiuta di assumersi responsabilità. Nel 1984, in risposta al disastro, io diedi inizio alla campagna “Non più Bhopal, piantate un albero Neem” (Ndt. si legge “nim”; nome scientifico: Azadirachta Indica).

Le donne di Bhopal furono anch’esse vittime del disastro. Ma non lasciarono andare le loro speranze e lottarono per la giustizia. Per esempio, Rashidabi e Champadevi Shukla hanno portato avanti la lotta. Forniscono anche riabilitazioni per i bimbi disabili; hanno organizzato il Fondo Chingari per onorare le donne che si oppongono all’ingiustizia delle corporazioni economiche. Nel 2012, mi invitarono per consegnare il premio Chingari a donne che lottano contro l’impianto nucleare di Kudankulam, nello stato indiano di Tamil Nadu.

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Nel 1994 venni a sapere che l’uso dell’albero Neem per controllare insetti nocivi e malattie in agricoltura era stato brevettato dal Dipartimento Agricoltura statunitense e dalla multinazionale WR Grace. Lanciammo una “campagna-neem” per sfidare la biopirateria. Più di 100.000 indiani firmarono per dare inizio alla causa legale all’European Patent Office. Unii le mie mani a quelle di Magda Alvoet, presidente dei Verdi Europei e a quelle di Linda Bullard, presidente della Fondazione per l’agricoltura organica. Abbiamo lottato su questo caso per 11 anni. L’8 marzo 2005, nel Giorno Internazionale delle Donne, l’ufficio brevetti europeo ha disconosciuto il brevetto “biopiratato”.

Perché c’è un trend di donne che guidano movimenti ecologisti contro la deforestazione e l’inquinamento delle acque, contro i rischi tossici e nucleari? In parte, credo, perché nella divisione del lavoro sono le donne ad essere state lasciate ad occuparsi della sussistenza, provvedere cibo, acqua, salute, cura. Quando si tratta della sostenibilità dell’economia, le donne agiscono allo stesso tempo come esperte e provveditrici. Ed anche se il lavoro delle donne nel fornire sussistenza è l’attività umana maggiormente vitale, un’economia patriarcale che definisce l’economia come mercato la tratta come non-lavoro. Il modello patriarcale dell’economia è dominato da una figura, il prodotto interno lordo, che è misurato sulla base di confini produttivi creati artificialmente: se produci quel che consumi, non produci.

Quando le crisi ecologiche create da un paradigma economico ecologicamente cieco conducono alla scomparsa delle foreste e dell’acqua, diffondono malattie derivate da sostanze tossiche e veleni, e di conseguenza minacciano la vita e la sopravvivenza, sono le donne che si sollevano a risvegliare la società rendendola consapevole della crisi, sono le donne che si sollevano a difendere la Terra e le esistenze. Le donne stanno guidando il cambio di paradigma per allineare l’economia all’ecologia. Dopo tutto, entrambe hanno la loro radice nella parola “oikos” – la nostra casa.

Non solo le donne sono esperte di economia di sussistenza. Sono esperte in scienza ecologica tramite la loro partecipazione quotidiana ai processi che forniscono sussistenza. La loro competenza si radica nell’esperienza vissuta e non in conoscenza astratta e frammentata, che non riesce a vedere attraverso le connessioni della rete della vita. Il sorgere della scienza maschilista con René Descartes, Isaac Newton, Bacon condusse al dominio della scienza meccanicistica riduzionista e al soggiogamento dei sistemi di conoscenza basati sull’interconnessione e le relazioni. Ciò include tutti i sistemi di conoscenza indigeni e la conoscenza delle donne.

La più violenta dimostrazione di scienza meccanicista è la promozione dell’agricoltura industriale, inclusi gli organismi geneticamente modificati come soluzione alla fame e alla malnutrizione. L’agricoltura industriale usa prodotti chimici sviluppati per la guerra come basi di partenza. L’ingegneria genetica è basata sull’idea dei geni come di “molecole padrone” che danno comandi unidirezionali al resto dell’organismo. La realtà è che i sistemi viventi sono auto-organizzati, interattivi e dinamici. Il genoma è fluido.

Mentre tali questioni si muovono al centro dell’attenzione in ogni società,sono le donne che portano le alternative tramite la biodiversità e l’agroecologia che offrono soluzioni reali alle crisi alimentari e nutrizionali. Come ho appreso in oltre trent’anni di costruzione del movimento Navdanya, la biodiversità produce più delle monoculture. Le piccole fattorie familiari basate sulla partecipazione delle donne forniscono il 75% del cibo mangiato nel mondo. L’agricoltura industriale produce solo il 25%, nel mentre usa e distrugge il 75% delle risorse della Terra.

Quando bisogna arrivare a soluzioni reali per i problemi reali affrontati dal pianeta e dalle persone, è nella conoscenza soggiogata e nel lavoro invisibile delle donne, basato sulla co-creazione e la co-produzione, che la natura mostrerà la via all’umana sopravvivenza e al benessere futuro.(*)

di Vandana Shiva

(*) Ripreso da «Comune Info» dove viene presentato così; «Questo articolo, titolo originario “Women Ecowarriors”, è stato pubblicato su Asian AgeCommon Dreams il 26 marzo 2014, scelto e tradotto per http://lunanuvola.wordpress.com da Maria G. Di Rienzo, giornalista e femminista».

fonte: La Bottega del Barbieri