Clinton o Trump? L’America Latina perderà comunque

A pochi giorni dalle presidenziali che designeranno il prossimo inquilino della Casa Bianca è interessante chiedersi in che modo si porranno Donald Trump e Hillary Clinton verso l’America latina, posto che entrambi continuano a ritenerla il patio trasero degli Stati Uniti.

Articolo di David Lifodi, fonte: La Bottega del Barbieri

Immaginare che uno dei due candidati, in special modo la Clinton, possa essere migliore per l’America di sotto è pura utopia: si tratta di una competizione tra un razzista troglodita e una golpista non pentita, come dimostrano le prove del coinvolgimento della Clinton nei colpi di stato in Honduras e Paraguay.

Inoltre, Trump e Clinton rispondono allo stesso complesso militare-industriale.finanziario, come scrive Atilio Boron. In effetti, non c’è da aspettarsi nulla di buono da due concorrenti che, secondo quanto emerge dalle loro dichiarazioni, di certo non smentiranno l’attitudine degli Stati Uniti nell’opporsi a tutti gli organismi impegnati nel sostenere l’integrazionismo latinoamericano, dall’Alba (Alianza bolivariana para los pueblos de nuestra América) a Petrocaribe passando per Celac (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños), Unasur (Unión de Naciones Suramericanas) e Banco del Sur.

Entrambi, come del resto Obama e i suoi predecessori, considerano sempre valida la teoria di Roosvelt, secondo la quale gli Stati Uniti hanno il diritto di intervenire in paesi di loro influenza  ritenuti incapaci di saper mantenere ordine al loro interno. È in questo contesto, ad esempio, che si spiegano le continue ingerenze sul Venezuela bolivariano.

L’America latina difficilmente potrà aspettarsi qualcosa di positivo da Trump o Clinton. Tra le sparate più preoccupanti di Trump quella di erigere un muro al confine con il Messico per bloccare i migranti provenienti dal Centro e dal Sudamerica,  ma non sono migliori le prospettive in caso di arrivo della Clinton alla Casa Bianca. Complice di Obama, soprattutto quando ha ricoperto l’incarico di Segretario di stato tra il 2009 e il 2013, non solo ha condiviso i tentativi quotidiani di destabilizzazione portati avanti dal presidente uscente contro il Venezuela e i finanziamenti all’ultradestra antibolivariana, dipinta come democratica nel tentativo di dar vita ad una sollevazione sul modello delle rivoluzioni arancioni, ma non ha disdegnato nemmeno di intromettersi negli affari di Argentina e Brasile.

Una cosa è certa: Donald Trump e Hillary Clinton intendono riscattare la pessima figura del 2005, quando Lula e Nestor Kirchner capeggiarono il gran rifiuto dell’America latina all’Alca, il trattato di libero commercio delle Americhe. Entrambi hanno salutato con soddisfazione l’affermazione elettorale di Mauricio Macri in Argentina e, soprattutto, il colpo di mano di Michel Temer, giunto al Planalto in maniera del tutto illegale dopo aver estromesso Dilma Rousseff, democraticamente eletta, convinti che il presidente de facto Temer potesse tutelare al meglio gli interessi di Washington nel più grande paese del continente.

A proposito dell’area di libero scambio, Temer e Clinton ritengono che due presidenti a libro paga delle multinazionali possano dare un contributo significativo nell’istaurazione del libero commercio, come testimonia il recente interesse mostrato dal Brasile per il Tisa (Trade in Services Agreement). Inoltre, Macri si è dimostrato molto disponibile a parlare con la Casa Bianca in merito all’installazione di una base militare a Ushuaia, nella Patagonia argentina, e di una alla Tripla Frontera, dove si trova una parte dell’Acuífero Guaraní, una delle maggiori riserve di acqua dolce del mondo.

Del resto, tra le priorità di Trump e Clinton c’è quella di aumentare la presenza militare in America latina e riscattare la perdita della base di Manta, in Ecuador, da cui gli Stati Uniti sono stati cacciati da Rafael Correa, e delle sette basi colombiane ritenute incostituzionali dalla Corte del paese andino. Le basi a Ushuaia e alla Tripla Frontera, che rappresenterebbero una minaccia non solo alla sovranità territoriale di Brasile e Argentina, ma a quella dell’intera America Latina, già adesso sono definite dagli Stati Uniti delle “quasi-basi” e, tramite questo stratagemma, sia Hillary sia Donald eviterebbero di passare dal Congresso per ottenerne l’approvazione. Finora le “quasi-basi”, proliferate soprattutto quando la Clinton è stata segretario di stato, si trovano in Honduras, Perù, Panama, Costarica ed Ecuador. Da parte sua Temer non vede l’ora di aprire le porte del paese in special modo a Trump, con cui condivide un’ostentata ideologia razzista, ma anche alla Clinton, e offrire così il territorio brasiliano per l’edificazione di una base, soprattutto a seguito del rifiuto di Lula che negò la concessione del nord dell’Amazzonia al Pentagono.

Le basi militari non rappresentano comunque l’unico motivo per cui Trump e Clinton guardano con interesse a Michel Temer. Il giudice Sergio Moro, l’inquisitore dell’operazione Lava Jato che ha creato le premesse per il colpo di stato ai danni di Dilma Rousseff, al pari del Procuratore della repubblica Rodrigo Janot, da tempo mantenevano stretti contatti con numerosi organismi statunitensi. E ancora, pare che dietro alle proteste avvenute nel 2014, ufficialmente per contestare la Coppa del mondo, ma in realtà per far cadere Rousseff, ci fosse il manuale del professor Gene Sharp, Dalla dittatura alla democrazia, dedicato  all’istruzione di agitatori e attivisti di professione. Hillary Clinton era a conoscenza di tutto ciò e, al pari di Trump, intende instaurare una nuova relazione con il Brasile. In definitiva, ha poco senso chiedersi quale potrebbe essere l’esito più conveniente delle presidenziali Usa in chiave latinoamericana, poiché Clinton e Trump rappresentano la stessa faccia di una dominazione imperiale che mal si concilia con gli ideali e le istanze di Simon Bolívar o José Artigas.