Chi ha ucciso Pasolini? La Macchinazione di David Grieco

macchinazione_1In tempi bui, di conformismo, di intellettuali a pagamento, arriva una perla inaspettata: La macchinazione, il film di David Grieco sulla tragica morte di Pierpaolo Pasolini. Un film difficile da realizzare in tutto, che fino all’ultimo ha rischiato di non essere distribuito. Le ragioni del controllo della censura sono tante. Certamente Pasolini anche da morto è scomodo, ma al di là della vicenda narrata credo che la preoccupazione del censore sia l’architettura stessa del film, un problema che investe in prima persona il regista. Oggi la censura accetta qualunque spazzatura: sesso, volgarità, violenza, perfino una certa contestazione del potere, perché tanta preoccupazione allora per questo film? Ciò che ha allarmato il censore, a nostro avviso, è probabilmente l’imperativo a cui fa costantemente appello: riflettere, capire, ragionare, trovare risposte. Il film è introdotto da una grafica iniziale in cui sono realizzati corpi, forti, robusti, violentati dalla ferocia, che ricordano il realismo di 092126017-5fcef027-2a60-4659-a835-33a313c75db0Guttuso, mentre la musica dei Pink Floid suggerisce emozioni profonde. Lo spettatore avverte subito di trovarsi di fronte a qualcosa di dirompente, respira tutto d’un fiato una vicenda che lo stringe alla gola, che gli impone di cambiare il proprio rapporto con ciò che vede, la necessità di diffidare delle emozioni superficiali, non arrendersi alle facili verità. Il ritmo del film è scandito con meticolosa attenzione, le scene propongono una realtà difficile da decifrare. Quando lo spettatore sta per smarrire la propria identità davanti allo schermo, David Grieco ricostruisce la distanza del testimone tra lo spettatore e ciò che vede nello schermo. Con abilità lavora su due piani: da un lato, fa vivere allo spettatore l’emozione dei personaggi e dall’altro gli propone di ragionare su quello che accade. Un’operazione complessa che unisce al piacere di vedere, la didattica di un metodo per guardare la realtà. La macchina da presa scruta, scava i volti dei protagonisti con una vicinanza chirurgica, poi si allontana, crea grandi angolari con altrettanta precisione coglie nelle mimica, nella gestualità il senso di un dramma che sta maturando. Vediamo Pasolini-Ranieri in primi piani forti e spietati. I frequenti viaggi in macchina evocano una sensazione di sofferenza, si avverte che sta accadendo qualcosa di ineluttabile. Pasolini-Ranieri è il protagonista non designato dal destino, non deciso dal fato, ma dagli uomini e da uno in particolare. Pasolini deve morire. E’ la vittima sacrificale del sistema che sovrasta tutto e tutti, fagocita ogni istituzione, annienta ogni identità, compra tutto e tutti. Pasolini non è Edipo, ma un uomo che combatte contro un potere oscuro e crudele. Massimo Ranieri, grazie anche alla somiglianza fisica, rende il personaggio con impressionante realismo e diventa veramente Pasolini.
la_macchinazione_derienzotaranto_jpg_351x0_crop_q85Matteo Taranto (Sergio) recita la parte del bullo di periferia, prepotente, violento, orgoglioso capo di piccoli delinquenti, che cerca il salto nella grande criminalità, vuole puntare in alto, ma alla fine scopre di essere caduto in una storia più grande di lui. Cerca la ferocia che non ha nella cocaina e porta le proprie azioni fino alle estreme conseguenza, rendendosi conto questa volta di essere la vittima di un sistema che lo ha divorato. Il difficile omaggio a Volontè è interpretato da Matteo con maestria, scelto non a caso anticipa le situazioni oscure che di lì a poco porranno dubbi allo spettatore. Un fantasma che rimane nella memoria e sovrasta tutto il film. Ciò che Taranto attore riesce veramente a comunicare è l’evoluzione del personaggio da prepotente capobanda a consapevole disperato del proprio fallimento. Libero De Rienzo (Anonio Pinna) è l’ingenuo borgataro che, prima di diventare assassino, vive con gioia incontenibile il regalo-trappola, che lo omologa allo status di proprietario di macchina. Una scena emblematica in una zona desolata che esprime il vuoto interiore del personaggio.la-macchinazione-2-755x400
Milena Vukotic (Susanna Colussi Pasolini) con grande dolcezza rende il personaggio della madre, mamma affettuosa e teneramente affezionata all’unico figlio. Roberto Citran (Giorgio Steimetz) incarna il misterioso informatore. Alessandro Sardelli (Giuseppe Pino Pelosi) ricorda i tanti protagonisti dei film di Pasolini, Francosi Xavier Demaison (Moreau) comunica tutta la sorpresa dell’intellettuale di sinistra di fronte alle critiche di Pasolini. Il linguaggio del film ricorda i grandi maestri del cinema, ma David Grieco è innanzitutto se stesso, un regista, che ha maturato la propria identità, che si esprime con un linguaggio originale, capace di aprire nuove prospettive al nostro cinema, un tempo glorioso. la_macchinazione_ranieri_demaison_crop_jpg_351x0_crop_q85Certo l’abilità con cui è riuscito a far recitare alcuni ragazzi non professionisti ricorda Pasolini, come pure le periferie degradate di Roma, ma anche l’impegno civile di Petri, Rosi, Pontecorvo. Il film capovolge il precedente ritmo fondato sull’emozione e quando propone Pasolini nel suo studio, sceglie consapevolmente di rompere il quarto muro e parlare direttamente al pubblico. E’ una soluzione originale con cui decostruisce le regole consolidate della finzione e fa entrare lo spettatore in intimità con il protagonista quasi in un dialogo diretto, una soluzione che attenua la tensione di tutto il film e porta lo spettatore a riflettere, a pensare in modo critico e lo proietta in un’altra dimensione. Erwin Piscator, Bertold Brecht, ma anche Pirandello, facevano uso di questa tecnica, ma tradurlo nel cinema è ben più complesso, richiede una capacità molto più raffinata. Assistiamo a Pasolini consapevole dell’omologazione di massa, della perdita di identità, del capitalismo liquido e del consumismo ammantato di democrazia. Cefis è l’ideologo del capitalismo globale che si sarebbe abbattuto sull’Italia. Un incubo rappresentato dalla massa di gente anonima che avanza davanti a Pasolini che parla col giornalista francese che non capisce. Provocatoriamente Pasolini si dichiara contro la scuola dell’obbligo. La ragione, male intesa da autorevoli critici, è che in questa operazione di massificazione si realizza la distruzione della cultura, dell’identità, dell’esistere in quanto persona. Il potere ingloba tutto e tutti. E’ una macchina infernale dove non ci sono regole, il potere è la ragione dello scontro che vede Cefis vincitore, è il collante che unisce la criminalità organizzata con le istituzioni. url-1L’una ha bisogno dell’altra. La criminalità ha bisogno di coperture. Il potere di chi fa il lavoro sporco. E infine il film nel film, una parte certamente difficile. Quando il ragazzo che poi sarà condannato come responsabile dell’omicidio recita il verbale di polizia davanti alla macchina da presa. Non sappiamo se l’episodio è reale o frutto di fantasia, di fatto anticipa la sequenza dell’interrogatorio. Dà l’idea di una macchinazione, studiata a tavolino. Pasolini sembra intuire che il ragazzo sarà il suo assassino, che sta leggendo un verbale di polizia e non recitando un copione, ma non riesce a capovolgere lo sviluppo della vicenda. La vita privata di Pasolini è presentata in tutta la sua crudezza, offre l’occasione per pensare ad un omicidio a sfondo sessuale. Troppo facile, troppo semplicistico. Il film spezza l’omertà e pone il dubbio: un ragazzino di borgata può arrivare a tanto? Fare tutto da solo? Di chi sono i ben cinque DNA ritrovati sul luogo del delitto e perché non sono mai stati identificati, perché alcune persone sono sparite e Pelosi continua a dare versioni discordanti? Domande precise a cui non si è mai data una risposta.
55283_pplPasolini non piaceva al potere. Il dubbio si spinge fino ad indagare il mondo oscuro della destra neofascista, l’uso di cocaina, i provocatori che si infiltrano nei cortei, la banda della Magliana e i rapporti sotterranei con la politica. Il film ha una forte capacità evocativa. Grandi macchine pompano petrolio marciano a ritmo costante, sembrano un esercito di robot senza anima, non si fermano marciano, succhiano petrolio, marciano e succhiano, senza sosta con un movimento costante sempre uguale, un incubo, freddo, spietato. Un inferno dantesco senza via d’uscita, dove non ci sono né Virgilio, né Beatrice e neppure il sogno liberatorio di un mistico, ma la fotografia del presente. La sequenza così dura dice tante cose insieme e come tutti i simboli lascia allo spettatore il potere-dovere di decidere, ma per decidere si deve riflettere pensare e capire ed è questo che il regista impone allo spettatore e è questa l’unica cosa che forse turba il censore. Le pompe sono reali, sono le società che lavorano nel petrolio. Sono coloro che hanno odiato Pasolini che lo hanno ucciso. L’immagine forse ha voluto dire di più, che i padroni del petrolio hanno ucciso non solo Pasolini, ma sono la causa di tutte le guerre. Quel corpo morto evoca tutti i morti che il petrolio ha causato. Pasolini è stato ucciso perché c’è una guerra feroce, una guerra radicata in settori oscuri e trova nelle logge massoniche coloro che decidono. La ricostruzione dell’omicidio di un intellettuale diventa il percorso complesso nella società italiana. Noi stiamo vivendo il dopo rappresentato dalla folla anonima e dalle pompe che marciano senza sosta. La mano oscura che muove le macchine che succhiano il petrolio è oggi forte e spietata. E quel fumo che avvolge tutto è ovunque nasconde tutto.

Dove sono le pompe-robot? Ovunque, in Italia, come in Siria, in Afganistan o in Iran ad Ankara come a Parigi o Bruxelles, la mano è sempre la stessa. La prova è la paura e la terribile l’indifferenza della gente davanti alla morte di Pasolini davanti all’assassino che ordina di tacere. La pietà non esiste più. 

Recensione di Daniele Ceccarini

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Daniele Ceccarini