Cambiamenti climatici, biodiversità e specie invasive. Di Andrea Casarini

pianetaIn occasione della 13/a Conferenza Onu sulla  natura e biodiversità, in corso fino al 17 dicembre a Cancun in Messico, il  Wwf lancia un appello  ai governi:  “Servono azioni concrete ed urgenti per  ridurre drasticamente  l’’erosione della biodiversità che sta procedendo a ritmi allarmanti rispettando  gli obiettivi globali” indicati nel 2010 ad Aichi, in Giappone”.

Anche se sei anni fa 196 paesi raggiunsero un accordo su una serie di sforzi per migliorare la condizione dei principali sistemi naturali, al vertice di Cancun, afferma il Wwf, solo il 5% dei paesi sarà sulla buona strada per raggiungere i target di Aichi.

Secondo il recente Living Planet Report del Wwf  il monitoraggio di 14.152 popolazioni distinte di 3.706 specie di vertebrati dimostra che sono diminuite del 58% tra il 1970 e il 2012.

elefanteAlcuni esempi noti sono quelli  relativi  all’elefante africano (stroncato dal bracconaggio alla media di 20.000 esemplari l’anno per l’avorio),  delle  giraffe (i più alti animali esistenti sono a rischio estinzione come  sancito dai biologi dell’ Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) il cui numero si è ridotto del 40 per cento in 30 anni e del ghepardo (la scienza considera irreversibile l’estinzione degli ultimi 100 individui della popolazione asiatica e ad un passo quella dei 10mila che ancora sopravvivono nel continente africano.

È quindi necessario ed urgente intraprendere azioni forti in modo responsabile per garantire la sopravvivenza di ricchezza biologica e di ecosistemi sani che siano in grado di supportare lo sviluppo e il benessere umano con  impegni specifici atti a raggiungere gli obiettivi di tutela in meno di quattro anni.

La tutela della biodiversità è strettamente legata ai  cambiamenti climatici che  influiscono significativamente sulla diversità biologica causando anche fenomeni di estinzione di specie o comunità e profonde modificazioni nella strutturai degli ecosistemi anche con l’introduzione , voluta o meno, di  specie alloctone invasive.

orsoIl riscaldamento globale rappresenta probabilmente la minaccia più importante e facilmente visibile  fra quelle individuate come incombenti sulla biodiversità, considerato che variazioni di temperatura anche minime possono condurre a trasformazioni irreversibili di danno ambientale andando ad  innescare fenomeni imprevedibili e difficilmente quantificabili in un lasso temporale a breve/medio termine.

In questo senso eclatante è l’allarme  lanciato da uno studio del National Snow and Ice Data Center(Nsidc) dell’Università di Colorado Boulde che punta il dito principalmente contro il riscaldamento globale evidenziando come in Artide e Antartide si sia raggiunto un minimo record di estensione del ghiaccio marino registrata nel mese di novembre (mancano all’appello circa 3,8 milioni di chilometri quadrati di ghiaccio, più della superficie dell’India).

Come evidenziato sopra, altra scottante problematica riguarda la difesa delle specie autoctone nei confronti delle cosiddette “specie aliene invasive” individuando chiaramente le specie non europee che mettono a rischio la perdita di biodiversità del nostro continente e che rende più facile per gli Stati membri l’autorizzazione di fondi per arginarne la diffusione.

apiUn esempio proprio  anche del nostro paese è quello riguardante la presenza della “vespa velutina o calabrone asiatico”,   insetto alieno predatore di api e altri impollinatori che, dopo la penetrazione in Liguria di ponente e Piemonte meridionale e centrale (in provincia di Cuneo e Torino) si sta spingendo sempre più verso il Veneto (in provincia di Rovigo), la Lombardia e l’Emilia. Comparsa in Europa per la prima volta nel 2004 in Francia, la vespa velutina è stata responsabile, secondo i dati forniti dalla Francia stessa, della perdita di alveari pari al 50% con un avanzamento potenziale di 100 km all’anno.

Quindi lo scopo che tutti ci dobbiamo prefiggere è quello di combattere l’effetto dei cambiamenti climatici sulla biodiversità con l’applicazione responsabile e coerente dei principi e delle pratiche proprie della Biologia della Conservazione realizzando strategie e azioni finalizzate a rendere gli ecosistemi e le specie meno vulnerabili agli effetti dei cambiamenti climatici.

In parole povere e piuttosto crude abbiamo il dovere di  “contenere i danni” (favorendo la resistenza ecologica) incrementando allo stesso tempo  la possibilità di recupero dei  sistemi naturali.

Andrea Casarini