Botero, la prima monografica in Italia

ROMA – Onirica e fantasiosa, fortemente intrisa di tradizione latino-americana, ma anche della pittura rinascimentale, l’opera di Fernando Botero sarà al centro di una grande monografica, la prima in Italia, allestita dal 5 maggio al 27 agosto negli spazi del Complesso del Vittoriano. I 50 anni di attività del celebre maestro di origine colombiana rivivranno, in occasione del suo ottantacinquesimo compleanno, attraverso i dipinti e le serie più famose.

Promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali di Roma Capitale, con il patrocinio della Regione Lazio, e organizzata e co-prodotta da Gruppo Arthemisia e MondoMostre Skira, ‘Fernando Botero‘ è stata curata da Rudy Chiappini in stretta collaborazione con l’artista, popolare in tutto il mondo per il suo inconfondibile linguaggio pittorico, immediatamente riconoscibile per le figure di taglie esagerate, quei paesaggi fuori dal tempo eppure tenacemente legati alla realtà, al vivere quotidiano della sua terra.

Emblematica della poetica di Botero è appunto l’abbondanza delle forme, magistralmente espresse, soprattutto nelle immagini femminili, con un linguaggio ridondante e originale che accentua i volumi e la plasticità tridimensionale. Ma questa tensione del maestro a dilatare le forme è una sorta di atto funzionale finalizzato anche a far comprendere l’importanza del colore, steso in grandi campiture piatte e uniformi, senza contorni e ombreggiature. “Credo molto nel volume, in questa sensualità che nella pittura suscita piacere allo sguardo – dice Botero -. Un quadro è un ritmo di volumi colorati dove l’immagine assume il ruolo di pretesto”. Un universo il suo assai più complesso di quanto può apparire a una prima e immediata visione delle sue opere, che sono invece la risultanza di un delicato equilibrio tra maestria esecutiva e valori espressivi. E così nei suoi ritratti austeri, nei nudi privati di ogni malizia, nelle nature morte, dove è fortissimo il concetto di abbondanza, si percepisce al tempo stesso la dolcezza delle forme, così come nelle sue corride, nei suoi giocolieri è altrettanto percepibile un senso di nostalgia e smarrimento che cattura il cuore di chi le osserva.

Fieramente figurativo fin dagli anni ’50, quando l’arte parlava soprattutto i linguaggi dell’astrazione e del concettuale, l’artista ha sempre scelto di seguire la sua ispirazione, riuscendo ad armonizzare la la tradizione precolombiana e il barocco latino americano con pittura classica italiana, conosciuta fin dai tempi della sua formazione.

Del resto Botero ha fatto di Pietrasanta, la ‘piccola Atene’ nel cuore della Versilia una terra di elezione, dove vive e lavora per lunghi periodi dell’anno. Apolide, nonostante il legame indissolubile con la Colombia (è nato a Medellin nel 1932), Botero ha dunque anticipato di diversi decenni l’attuale visione globale di un’arte senza più steccati, né confini, che si fa leggere e apprezzare in ogni condizione, per quel caparbio richiamo alla classicità, in una visione però assolutamente contemporanea, in cui nella riflessione include la politica e la società. La sua pittura non sta infatti dentro un genere, pur esprimendosi attraverso la figurazione, ma inventa un genere proprio e autonomo attorno al quale Botero ha sviluppato la propria poetica in oltre mezzo secolo di carriera, senza mai tradirla. I protagonisti dei suoi dipinti sono sempre privi di stati d’animo riconoscibili, non provano né gioia, né dolore. Di fronte ai giocatori di carte, alla gente del circo, ai vescovi, ai matador, ai nudi femminili Botero non esprime alcun giudizio. Nei suoi dipinti scompare la dimensione morale e psicologica: il popolo, in tutta la sua varietà, semplicemente vive la propria quotidianità, assurgendo a protagonista di situazioni atipiche nella loro apparente ovvietà.

fonte: ANSA