Bacia un fiore per me innocente

Mio caro amore, ci pigiano, in sette, in pochi metri. Come puoi immaginare non è esattamente il Circolo del Golf. Martedì o giovedì avrò, a quel che si dice, un confronto con il criminale o due che non ho mai visto, e poi non so. Quello che so è che la lotta fra me, innocente, e l’accusa, ormai impegnatissima a dover dimostrare il contrario (un altro aspetto di questa farsa italiana) continuerà a lungo”.

E’ l’estate del 1983 ed Enzo Tortora, 54 anni, il famosissimo conduttore di Portobello, il volto amato dagli italiani (e in poche ore detestato e disprezzato) scrive dal carcere Regina Coeli, di Roma, alla compagna Francesca Scopelliti.

tortora-scopelliti“Non piangere ti prego”, le dice nelle lettere che sono state raccolte in un libro, dopo più di trent’anni da quel terribile errore giudiziario che ha devastato la vita di un uomo. Lettere a Francesca (Pacini Editore) è un libro sconvolgente, terribile e necessario che racconta la distruzione, l’ingiustizia, la solitudine, l’annichilimento che prova un innocente in prigione. “Se è possibile annientare un innocente così, è possibile tutto”, scrive Enzo Tortora a Francesca, in sette in una cella, mentre i telegiornali mostrano le immagini dell’arresto, Enzo Tortora scortato dai carabinieri, Enzo Tortora camorrista. “Mi verrebbe da ridere, amore, se la cella non fosse vera, le manette autentiche, le notizie emesse sul serio. E’ come se mi avessero accusato di avere ucciso mia madre, e dicessero di averne le prove”.

tortora-libroLo avevano arresto con l’accusa di appartenere alla Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo: Tortora trascorse sette mesi in cella prima di essere trasferito agli arresti domiciliari, e in quei sette mesi scrisse 45 lettere a Francesca, si sfogò con lei ma allo stesso tempo cercò di farle coraggio. Ma era troppo. “Ciccia, la domenica è due volte galera. Perché si spengono persino gli esili fuochi che contrappuntano questo deserto: la posta, una possibile visita, un qualcosa insomma. Mi fa piacere leggere sui giornali che al cinema danno ancora Tootsie e Gandhi, è come una conferma che io e te li abbiamo visti, dunque era vero che esistevamo e che c’è stato un tempo in cui andavamo al cinema tenendoci per mano”, scrisse Tortora a Francesca il 31 agosto, mentre Roma esplodeva di sole e di estate. Mentre cominciava a dubitare di esistere, di essere mai esistito, e mentre perdeva totalmente la sua idea di giustizia, di Stato, di democrazia. Gli restava soltanto, dentro quella follia disumana, l’amore per Francesca: “Guarda per me il mare, baciami un fiore”.

fonte: Grazia, articolo di Annalena Benini

15 settembre 2016, 30 anni dalla scarcerazione di Enzo Tortora. Su Radio Raciale l’intervista a Francesca Scopelliti (clicca qui)