A tu per tu con Silvia Lelli: un amore per la fotografia e i documentari

Chi è Silvia Lelli? Soggetto preferito dei filmini di papà, e dopo aver vinto, come soggetto fotografico, il concorso indetto da un rotocalco, come ‘Miglior Volto Rinascimentale’, le fu definitivamente chiaro che le interessava di più stare dietro la macchina da presa, piuttosto che davanti.

Attratta da ogni manifestazione della realtà umana, lavora da sempre con tutti i mezzi che tentano di riprodurla: disegno, pittura, ‘eco-scultura’, fotografia, video, etnografia. 1984: Qualifica Professionale di Tecnico Cinematografico della Regione Toscana – Istituto di Scienze Cinematografiche di Firenze, con Nikita Mikhalkof, Tonino Guerra, Sofia Scandurra.

Nel 1984 realizza la fiction: “Pollution”, in collaborazione con Controradio-Firenze. Nel 1985 realizza il primo documentario: “Sahel: come rifiorisce il deserto”, per Oltremare Film, girato in Senegal, Mali e Burkina Faso, che denuncia le inefficienze della cooperazione internazionale.

Raccoglie un archivio di documentazioni fotografiche e video riprese in molte parti del mondo (America Latina, Sud Africa, West Africa, Nord America, Europa, Pakistan), che oggi confluisce nell’Associazione AntropoLogiche, che fonda nel 2004 con colleghi del Dip. di Studi Sociali dell’Università di Firenze. Usa il metodo documentario etnografico, partecipativo, che privilegia un rapporto etico e collaborativo con i soggetti, senza manipolazione dei contesti, senza sceneggiatura.

Realizza così documentari, vincendo alcuni premi, su tematiche socioculturali – migrazioni, riti sciamanici, saperi nei mercati pubblici, arte, musica, teatro, situazioni femminili – in vari paesi: Sud Africa, Senegal, Mali, Burkina-Faso, Costa d’Avorio; Nord America, Sud America (Messico, Piccole Antille, Brasile, Bolivia, Ecuador), Europa, Pakistan.

Dal 2001 è docente e assegnista di ricerca di Antropologia Culturale all’Università di Firenze.

Di seguito l’ntervista a cura di Lorenzo Chiaramonti e Daniela Lombardi.

Come è nato in lei l’amore per l’antropologia?

L’amore per l’antropologia è nato da una tensione verso il cercare di capire quello che non mi è chiaro del mondo in cui viviamo, partendo da micro-contesti; questo modo di conoscere in antropologia si chiama ‘lavoro sul campo’, etnografia, la conoscenza diretta di situazioni umane attraverso la partecipazione e l’interazione diretta con le persone.

Poi riuscire a rappresentare, raccontare realtà che mi sembrano interessanti, portarle all’attenzione di chi non era lì in quel momento, perché credo che una conoscenza, certo parziale, ma un po’ più allargata su cosa accade in contesti umani che ci sono meno noti, possa migliorare la consapevolezza sul mondo e influenzare positivamente le interazioni tra le persone.

Come è riuscita a collegare l’antropologia alla fotografia e ai documentari?

Ho scelto il mezzo documentario perché le immagini hanno la capacità di ‘portare gli spettatori sul posto’, con meno mediazioni possibili, in modo che possano sentirsi anche simbolicamente ‘presenti’, partecipi di contesti nuovi e situazioni poco visibili, spesso solo apparentemente lontane. E permette ai soggetti di parlare, rivolgersi direttamente al pubblico, a gente che non conoscono ma che può cominciare a conoscere le loro situazioni reali.

Oggi nella maggior parte delle rappresentazioni, sui media, c’è molta rapidità, superficialità, artefazione, carenza di approfondimento su ciò che dovrebbe essere chiamato, appunto, ‘realtà’. Anzi molte rappresentazioni sono spesso travisazioni di ciò che dicono di rappresentare; io soffro di questa deriva post-moderna che dissolve le realtà, che le trasforma in visioni aleatorie, arbitrarie, e cerco di dare la visioni non ‘positiviste’, ma almeno co-costruite con i soggetti, partecipate, collettive, certamente anche soggettive ma aderenti a quella base di oggettività storica e sociale che oggi, ei media di mercato, è andata perduta.

Il documentario e la fotografia sono i mezzi con i quali provo a restituire le rappresentazioni di realtà complesse, partendo dal punto di vista etnografico. Infatti, sul campo, oltre al classico blocchetto degli appunti, uso spesso la telecamera, e in alcuni casi da questo lavoro nasce un documentario, attraverso il montaggio, che eseguo io stessa. In questo modo ho coniugato antropologia e documentario.

“Violenza invisibile” è un suo documentario, il 25 novembre giorno in cui viene ricordata  la violenze sulle donne è passato, ma forse proprio per questo è ancora più importante parlarne.  Perché un documentario su questo argomento?

Sì, ‘Violenza Invisibile’ è il mio ultimo lavoro, uscito nel Novembre 2015 (il trailer e altre informazioni su www.antropologiche.it ), un documentario sulla violenza contro le donne, un tema del quale si parla ancora troppo poco, di cui le donne stesse hanno difficoltà a parlare, ancora nascosto tra le pareti delle case, invisibile quindi, soprattutto quando si tratta di violenza psicologica; viene considerato un problema privato, ma la sua diffusione rivela che invece è un problema sociale, del quale bisogna iniziare a parlare, fuori dalla paura, della vergogna, dagli stereotipi e dalle consuetudini culturali. Il documentario mostra che parlarne è possibile e aiuta i soggetti stessi a condividere le soluzioni oggi possibili di uscita dalla violenza, sia per le donne vittime che per gli uomini abusers.

Che difficoltà ha incontrato e realizzarlo?

Inizialmente ho dovuto rompere il muro dell’omertà culturale che rende il tema, appunto, invisibile. Ma ben presto, tramite associazioni, passaparola e uno spot radio-televisivo, ho trovato donne – ma anche un uomo che ha commesso maltrattamento – che erano ben contente di poter finalmente parlare delle loro situazioni, di poter raccontare ad altre donne le loro esperienze, elaborandole in una sorta di terapia narrativa svolta anche in collaborazione con una psicologa del Centro Ascolto Uomini Maltrattanti. Erano contente di poter dire ad altre donne che ‘uscirne è possibile’ e come loro hanno fatto. Il documentario ha così una funzione non solo informativa ma anche formativa, diviene un mezzo di emancipazione sociale.

Che differenza c’è fra un film documentario e un film di fiction?

Tra un film documentario e un film di fiction ci sono varie differenze. Nel documentario il mezzo cinema è usato per andare a riprendere delle realtà già esistenti, senza modificarle, o modificandole il meno possibile, senza allestire set, azioni con attori professionisti, ecc., ma costruendo un rapporto di fiducia con soggetti veri di storie vere, che accettano di essere osservate e di partecipare alla propria rappresentazione in momenti della loro vita reale.

Nella fiction tutto è costruito, quindi, anche se spesso si ispira alla realtà, non dà allo spettatore la possibilità di posare lo sguardo su contesti esistenti, non mette in comunicazione gruppi di persone reali. Oggi questa possibilità è sempre più necessaria e richiesta da un pubblico che vuole essere messo nella condizione di soggetto, che può dare la propria interpretazione dei fatti, se gli sono raccontati accuratamente, e non essere solo spettatore della versione di altri.

Anche i documentari sono il risultato di una selezione, una serie di scelte, un’autorialità, una costruzione narrativa, però, soprattutto il documentario etnografico, vuole creare un ponte, un canale di comunicazione tra contesti reali che prima erano totalmente estranei l’uno all’altro. Scoprendo qualcosa di nuovo il pubblico si appassiona alla narrazione della realtà, non ha sempre bisogno di star-system, adrenalina e finzione, come il mercato vorrebbe farci credere. Le storie della gente normale sono spesso quelle degli eroi del quotidiano, e stanno risultando molto interessanti da conoscere.

Quali consigli darebbe ai giovani che vogliono intraprendere questa carriera?

Essendo un genere ancora periferico rispetto al mercato cinematografico è difficile, inizialmente, fare il documentarista come lavoro, soprattutto in Italia. Le cose però stanno cambiando. Il pubblico ha voglia di conoscere, di avere informazioni accurate su realtà esistenti, e molti giovani hanno voglia di darle; il documentario sta entrando nella cultura italiana. Sono nate ottime scuole dove imparare il mestiere, ma è importante oltre la tecnica, sviluppare una creatività personale, allenare la propria capacità di rappresentazione visuale, e per questo bisogna ‘fare’…: guardare,  filmare, provare, riprovare, capire da soli come ‘afferrare’ e restituire qualcosa di reale con le immagini.